Cinque memorabili frasi di Hannah Arendt

Hannah Arendt negli anni '60

Hannah Arendt è stata sicuramente una delle donne più importanti del Novecento: la sua stessa vita, da filosofa ebrea tedesca prima allieva di Heidegger e poi costretta ad emigrare all’estero, è l’emblema di un secolo attraversato da radicalismi, contraddizioni, dalla cultura più elevata che sposava o si comprometteva a volte con i più drammatici eventi della storia dell’umanità.

La sua opera filosofica, poi, si è legata agli eventi della sua vita ma da essi ha saputo anche trascendere: la sua analisi dei totalitarismi – quello nazista e quello sovietico, in mezzo ai quali, anche geograficamente, era nata – è rimasta emblematica e ha fatto scuola, ma anche il suo ritratto del gerarca Adolf Eichmann, del quale seguì il processo a Gerusalemme, è ancora oggi vivido e interessante.

Nonostante il suo stile di scrittura non sia certo semplice, né i concetti che lei esprimeva di sempre facile accesso, abbiamo deciso di isolare alcune frasi più significative, tratte dai suoi testi più famosi, cercando anche di spiegarle e di ricollegarle alla sua intera opera. Eccole.

 

1. L’evento illumina il passato, ma non può essere dedotto da esso

La storia non si fa con il principio di causa-effetto

StalinLa prima grande opera a rendere il nome di Hannah Arendt famoso in tutto il mondo (almeno nell’ambito accademico) fu Le origini del totalitarismo, che venne pubblicato nel 1951 negli Stati Uniti, pochissimi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale che quei totalitarismi li aveva visti trionfare.

Fu lei, anzi, proprio in quel libro a introdurre per la prima volta nel dibattito politico e storiografico il termine “totalitarismo”, che da lì in poi avrebbe avuto una grande fortuna anche nella pubblicistica e nei mass media, pur venendo almeno in parte travisato.

Il libro presenta, in particolare, le due forme più pure di totalitarismo: la Germania nazista e l’Unione Sovietica stalinista (lo stesso Stalin era, al momento della pubblicazione del volume, ancora vivo, visto che sarebbe scomparso due anni dopo).

Ma è interessante non solo per la disanima storica che porta la Arendt ad elencare tutti gli elementi chiave di un regime totalitario, quanto anche per l’aspetto storiografico, o meglio di filosofia della storia, che sottende.

   

Da filosofa più che da storica, infatti, la Arendt sottolinea come le cause – o meglio il meccanismo di causa-effetto inteso come una serie di eventi determinati e concatenati – non appartengano alle scienze storiche, contrariamente a quanto comunemente si pensi, e che di un certo fenomeno storico si possano indicare solo le origini nel senso delle loro caratteristiche fondamentali, non certo degli eventi che l’hanno inevitabilmente determinato.

Gli elementi del totalitarismo costituiscono le sue origini, purché per origini non si intenda cause. La causalità, cioè il fattore di determinazione di un processo di eventi, in cui un evento sempre ne causa un altro e da esso può essere spiegato, è probabilmente una categoria totalmente estranea e aberrante nel regno delle scienze storiche e politiche. Gli elementi divengono l’origine di un evento se e quando si cristallizzano in forme fisse e definite. Allora e solo allora, sarà possibile seguire all’indietro la loro storia. L’evento illumina il suo stesso passato, ma non può mai essere dedotto da esso.

 

2. Quando l’impossibile è stato reso possibile

I totalitarismi e il male assoluto

Adolf HitlerI totalitarismi, per Hannah Arendt, quando comparvero erano qualcosa di inedito nella storia dell’umanità, non solo per le strutture politiche che seppero mettere in piedi, ma anche per la filosofia che stava dietro ad essi.

Prima di tutto presero avvio dal crollo delle classi sociali e quindi dalla miseria diffusa; ma poi, e soprattutto, vengono identificati dalla Arendt come movimenti profondamente antiborghesi, in quanto caratterizzati dall’annullamento di ogni individualità e dal fatto che proprio in questa mancanza di differenziazione trovavano la loro ragion d’essere.

L’individuo dello stato totalitario non era nemmeno più animato dai sentimenti egoistici della borghesia illuministica: il male, infatti, non derivava più dall’avidità, dall’invidia, dall’interesse, ma da qualcosa che era talmente al di là di tutto questo da diventare inspiegabile.

D’altro canto, perfino il più individualista dei gesti, il suicidio, nel regime totalitario perdeva d’importanza, sia perché lo Stato aveva fiaccato completamente la volontà degli individui, sia perché non diventava di ispirazione per nessuno.

   

Per questo il male era davvero, qui, male assoluto: un male che diventava ovviamente imperdonabile ma anche, a ben guardare, impunibile, perché superava ogni logica, perché andava al di là di ogni legge. Un male talmente impensabile da non esser stato previsto e che spesso non si riusciva nemmeno a comprendere a posteriori.

Il lager, che rappresenta il simbolo più evidente di questo male, non era quindi solo un campo di sterminio, ma anche e soprattutto un campo di annullamento della personalità, dell’individualità.

I lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana […]. Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica, i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire.

 

3. Di uomini come Eichmann ce n’erano tanti

La banalità del gerarca nazista

Adolf Eichmann sul banco degli imputati a Gerusalemme, in un processo che non mancò di stimolare varie riflessioni e frasi memorabili ad Hannah ArendtIl saggio probabilmente più celebre della filosofa tedesca – e, anche per il modo in cui fu scritto, forse anche il più accessibile – è però La banalità del male, tratto dal resoconto che la Arendt scrisse per il New Yorker del processo ad Adolf Eichmann tenutosi a Gerusalemme.

Come forse saprete, Eichmann era un gerarca di medio livello del regime nazista, responsabile, durante gli ultimi anni della guerra, dell’organizzazione dei treni che servivano per deportare gli ebrei verso i campi di concentramento; alla fine del conflitto era riuscito in qualche modo, con documenti falsi rilasciati tra l’altro in Italia, a scampare agli Alleati e a trovare rifugio in Argentina.

Nel 1960, in seguito anche a una serie di leggerezze sue e di suo figlio, fu rintracciato dal Mossad, il servizio segreto israeliano, e rapito a Buenos Aires, visto che il sistema giuridico argentino non prevedeva la possibilità dell’estradizione.

Trasportato in Israele, fu processato davanti ai mass media di mezzo mondo, presentando però un’immagine di sé ben diversa da quella che lo stesso governo ebraico voleva mostrare.

   

Quello che la Arendt descrisse con parole indimenticabili, infatti, non era tanto un sanguinario aguzzino o un esaltato devoto alla causa hitleriana, ma un uomo qualsiasi, banale, poco istruito, che arrivava addirittura a professarsi “amico degli ebrei”, quasi non rendendosi conto né di dove si trovava, né delle sue responsabilità all’interno dell’Olocausto.

Era un uomo in tutto simile a noi, o almeno a quelli che ci circondano, e in questo stava la sua terribile, atroce testimonianza: che quel male era nato sì in seno a un totalitarismo, ma era proliferato grazie alla presenza di uomini senza arte né parte.

Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.

 

4. Il male non è mai radicale, ma solo estremo

Solo il bene ha profondità

Gershom Scholem tra due colleghi d'universitàIl libro di Hannah Arendt – pubblicato nel 1963 e poi di nuovo nel 1965, con integrazioni anche importanti rispetto agli articoli pubblicati sulla rivista newyorkese – generò, com’era prevedibile, un ampio dibattito.

Anche se oggi la sua analisi psicologica di Eichmann è comunemente accettata come verosimile e approfondita, all’epoca la pensatrice ebraica fu oggetto di aspre critiche anche e soprattutto dagli ebrei, forse per le critiche che nel suo libro aveva riservato sia al governo di Israele, che da tutta l’operazione Eichmann voleva ricavare un ritorno d’immagine importante, sia soprattutto agli ebrei che in qualche modo avevano collaborato all’Olocausto.

Queste polemiche, vivaci e interessanti, spinsero un altro ebreo di origine tedesca, Gershom Scholem, a scrivere alla Arendt e a scambiare con lei qualche opinione al riguardo.

Scholem e la Arendt, pur divisi dalle vicende della vita, avevano molto in comune: lui era di una decina d’anni più anziano di lei ed era emigrato in Palestina già negli anni ’20, contribuendo alla nascita di Israele, ma prima si era formato nell’ambiente berlinese e tedesco, diventando anche grande amico di quel Walter Benjamin – esponente della Scuola di Francoforte – che poi la Arendt avrebbe conosciuto, da esule, a Parigi.

Nelle lettere che i due si scambiarono, la Arendt sottolinea che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo: il radicalismo, con il suo richiamo alle radici, implica infatti l’idea che il male abbia dei fondamenti, delle basi, qualcosa insomma in cui affondare il proprio essere.

Come dimostrava invece il caso di Adolf Eichmann, il male non ha radici, ed è anche per questo che il pensiero – che cerca sempre di andare al fondo delle cose – davanti ad esso si trova spiazzato.

È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.

 

5. La manifestazione del pensiero

L’insegnamento di Socrate

Mary McCarthyNell’ultima parte della sua vita, Hannah Arendt si dedicò a scrivere molti altri saggi, spesso coerenti col percorso già intrapreso nei suoi lavori maggiori (ai quali, oltre a quelli già citati, bisogna aggiungere almeno Vita activa).

All’inizio degli anni ’70, ad esempio, diede alle stampe Sulla violenza, un saggio in cui sosteneva che violenza e potere, che spesso vengono nella teoria politica associate, in realtà sono antitetiche, perché il potere non ha bisogno della violenza per essere esercitato e la violenza nasce proprio in quelle situazioni in cui si vuole esercitare la stessa forza di prima pur non avendo più il potere per farlo.

L’ultimo suo grande lavoro, La vita della mente, uscì però postumo: la Arendt infatti scomparve a New York nel dicembre del 1975 a causa di un attacco di cuore, mentre il libro fu pubblicato solo nel 1978 (e in italiano nel 1987) in forma incompleta e grazie al lavoro di ricerca di Mary McCarthy, celebre scrittrice e critica americana che della Arendt era una grande amica.

   

In questo volume, che prende avvio da una serie di conferenze che tenne in Scozia, la Arendt indaga le facoltà del pensare e del volere, partendo soprattutto dall’eredità di Socrate e da quell’atto di dialogo interiore che il filosofo greco ipotizzava esserci tra lui e il suo demone, una sorta di anticipazione del concetto di coscienza che tanta fortuna avrebbe avuto nella cultura occidentale.

E, proprio ricollegandosi a Vita activa e a La banalità del male, la conclusione della pensatrice tedesca non può che essere che pensare non è conoscere, ma distinguere il bene dal male.

La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.

 

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