Alla scoperta delle migliori e più famose frasi de Il giovane Holden di J.D. Salinger

J.D. Salinger è scomparso qualche anno fa, nel 2010. Aveva 91 anni e da più di 50 viveva nascosto, quasi come un recluso. Il grande successo dei suoi (pochi) libri l’aveva travolto e non amava affatto essere al centro dell’attenzione. Nove storie, Franny e Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione erano diventati dei classici. Ma erano soprattutto certe frasi de Il giovane Holden, il suo primo romanzo, ad aver fatto innamorare una generazione.

Holden Caulfield

Il protagonista di quel libro è un ragazzino di sedici anni. Si chiama Holden Caulfield e continua a venir espulso da varie scuole. Alto e allampanato, sembra più vecchio della sua età e non ha certo un carattere semplice. Un po’ ribelle, un po’ sbruffone, tendenzialmente bugiardo, ha un forte senso critico e una certa sagacia. Nel 1951, quando il libro che ne raccontava le avventure arrivò sul mercato, era insomma il rappresentante perfetto dell’insoddisfazione giovanile.

Da quel momento, ormai quasi 70 anni fa, Il giovane Holden non ha più smesso di appassionare i giovani. Solo che, se all’inizio era un libro di ribellione, oggi è forse rientrato nell’alveo dell’ufficialità, visto che viene letto a scuola o in altre occasioni simili. Se ne studia il bizzarro titolo inglese – The Catcher in the Rye, il “ricevitore nella segale” –, si sottolineano quelle che ormai sono le frasi celebri di Salinger e se ne discute in tesine e approfondimenti.

Ma la forza de Il giovane Holden, come scrivevamo all’inizio, sta nel suo linguaggio. Vi comparivano frasi che per la prima volta nella storia della letteratura americana imitavano lo slang dei giovani, ne replicavano le espressioni. E che per la prima volta mostravano un volto che l’America (e il mondo intero) non era forse ancora pronta a vedere. Di queste citazioni ne abbiamo scelte cinque che vi suoneranno familiari. Ve le spieghiamo, riallacciandoci alla trama del romanzo.


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La gente non si accorge mai di nulla

I pensieri durante il colloquio col professor Spencer

Cominciamo dal principio. Siamo al capitolo 2. Holden è stato appena cacciato dalla scuola che frequenta e, prima di lasciare il campus, va a far visita al professor Spencer, un suo vecchio insegnante. È stato lui a chiedergli di passare, sostanzialmente perché intende fargli una ramanzina. Non è cattivo, il professore; ha realmente a cuore il destino di Holden. Ma a quest’ultimo appare vecchio, fastidioso, fuori tempo massimo.

I due cominciano a parlare. Spencer chiede al ragazzo com’è andata col dottor Thurmer e poi come prevede che i suoi genitori possano prendere la notizia. A quel punto Holden comincia a pensare. Pensa a se stesso, a quanto si comporti in maniera molto infantile, a volte. Nonostante il suo metro e ottantanove di altezza. Nonostante perfino qualche capello bianco. Però poi nota che a volte si comporta anche da adulto, in fondo. E che il fatto di essere infantile è solo una parte della verità.

La gente non si accorge mai di nulla.

A questo punto arriva la citazione che trovate qui sopra, una delle più famose frasi de Il giovane Holden. Come dice il protagonista nel proprio soliloquio: «E in parte è vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga».

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Amico dell’autore

I libri che lasciano Holden senza fiato

Andiamo avanti non di molto, passando al capitolo successivo. Nelle prime pagine del romanzo, d’altronde, J.D. Salinger ha l’impellenza di presentare il suo protagonista. Di farlo parlare, di farne conoscere la mentalità e il linguaggio così particolari per l’epoca.

Dopo essere stato dal professor Spencer, Holden torna nella sua stanza. La trova deserta, visto che sono tutti ad una partita. Per questo si siede in poltrona e si mette a leggere il libro che ha preso per sbaglio in biblioteca. Si tratta de La mia Africa di Karen Blixen, anche se lui chiama l’autore “Isak Dinesen” (che altro non è che lo pseudonimo con cui si firmava all’inizio la scrittrice). Ama quel libro, ma qui il romanzo serve a Salinger solo per ampliare il discorso sulla lettura.

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Holden a scuola va piuttosto male, soprattutto perché non sa sottostare alle regole. Ma è un lettore appassionato e sincero, vorace. Anche se ha un metro di giudizio tutto suo. Legge classici, libri di guerra, gialli, ma i libri che apprezza di più «sono quelli che almeno ogni tanto sono un po’ da ridere». E quelli in cui appunto ti vien voglia di conoscere l’autore. Sono pochi, ma buoni.

 

Le anatre di Central Park

Forse la più famosa tra le frasi de Il giovane Holden

L’avrete sentito citato in tutte le salse. E se siete mai stati a New York, qualcuno vi avrà probabilmente chiesto: «E a guardare le anatre di Central Park ci sei stato?» Insomma, avete una vaga idea che nel libro si parli di anatre e laghetti, ma non sapete con quale significato. Vi chiariamo noi le idee.

La questione delle anatre ritorna più volte nel corso del libro. La prima volta viene citata durante il colloquio col professor Spencer di cui abbiamo già parlato. Mentre il professore gli fa la ramanzina e Holden lo asseconda, il nostro ragazzo si mette a pensare a tutt’altro. Pensa al suo ritorno a New York e a quel particolare laghetto, a Central Park. Si chiede se l’avrebbe trovato gelato. E, se sì, dove sarebbero andate a finire le anatre.

Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? Lo sa, per caso?

Più avanti, nel capitolo 9, appena arrivato a New York, prende un taxi. Per sbaglio dà l’indirizzo di casa, anche se in realtà ha progettato di dormire per un paio di giorni in albergo. Si accorge della cosa, avverte l’autista proprio all’altezza di Central Park e il suo pensiero torna sulla questione. Pone quindi al tassista la domanda che abbiamo riportato qui sopra. L’uomo non la prende benissimo: «Che ti salta in testa, amico? – disse. – Mi prendi per fesso?»

Più avanti, al capitolo 12, Holden prende un altro taxi. Decide di porre di nuovo all’autista la stessa domanda. Questo secondo tassista reagisce praticamente come il primo: «E come diavolo faccio a saperlo? – disse. – Come diavolo faccio a sapere una stupidaggine così?»


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Alla fine, nel capitolo 20, Holden si reca direttamente nel parco, a piedi. È sbronzo dopo una serata passata in un bar e non ha più soldi per prendere un taxi. Ma gli viene voglia di vedere che fine hanno fatto quelle benedette anatre. Trova il laghetto mezzo ghiacciato e mezzo no, ma delle anatre neppure l’ombra.

Il significato allegorico

Perché, però, Salinger insiste così spesso su questo punto? Che significato hanno queste anatre? I critici vi vedono uno scopo duplice. Da un lato, questa domanda che tormenta il protagonista manifesta il suo carattere ancora puro, una curiosità ancora non contaminata dalle storture del mondo. Dall’altro, sembra quasi che Holden intraveda nelle anatre un simbolo della sua situazione. Anche lui si trova a vivere in un ambiente ostile e non sa come cavarsela. Deve migrare? Deve cercare l’aiuto di qualcuno che venga a tirarlo fuori da lì? Come può sopravvivere?

Infine, il laghetto mezzo ghiacciato e mezzo no che si incontra nel capitolo 20 potrebbe simboleggiare l’età di Holden. Non è più un bambino ma non è ancora un adulto. È in una fase di transizione particolarmente delicata, proprio come quel lago. Una fase che è solo momentanea, ma che per il momento è molto difficile da gestire.

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Ti succede mai di averne fin sopra i capelli?

Holden e Sally

Capitolo 17. Holden esce con Sally Hayes, una sua vecchia amica di New York che ha chiamato dall’albergo. Con la ragazza c’è una mezza storia, anche se la relazione è, come si direbbe oggi, “complicata”. Lei è carina, e il protagonista ha un visibile debole per il suo aspetto. Il problema è però che non è la ragazza giusta per il nostro giovane ribelle.

Lo capiamo da vari indizi, sia quando le telefona, sia poi quando i due si incontrano. In primo luogo lei sembra fin da subito falsa, artefatta, vuotamente snob. Holden la porta a teatro, a vedere una commedia interpretata dai coniugi Lunt (divi della Broadway dell’epoca). Ma lei, più che alla storia, è interessata a fare conversazione negli intervalli tra un atto e l’altro con un ragazzo ricco che ha riconosciuto tra il pubblico.

Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? […] Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa? Voglio dire, ti piace la scuola e tutte quelle buffonate?

Poi la porta a pattinare sul ghiaccio, dove può ammirarla in un bel tutù. Ma quando i due si fermano in un bar e si mettono a parlare, l’insoddisfazione di Holden emerge. Il discorso parte proprio con la frase che abbiamo appena riportato qui sopra. Il ragazzo cerca in Sally una complice, una persona che condivida il suo stesso rigetto per quella realtà ipocrita. Sally non riesce però neppure a comprendere di cosa Holden stia parlando. Tra i due, d’altra parte, non può continuare. E i nodi, non a caso, vengono al pettine poco dopo, quando il ragazzo le propone di fuggire insieme.

 

Non raccontate mai niente a nessuno

La frase che chiude il romanzo

Non vogliamo rivelarvi il finale de Il giovane Holden. Anche perché è uno di quei finali in cui un riassunto non riesce a rendere pienamente quello che accade. Però vogliamo citarvi le ultime due pagine, che fungono in un certo senso da epilogo a tutta la storia. Il capitolo 26 si svolge qualche tempo dopo la gita a New York. Holden è ricoverato, probabilmente per la tubercolosi a cui aveva fatto un cenno nella parte precedente del libro.

Riceve varie visite, tra cui quella dell’amato fratello D.B. Questi viene citato spesso da Holden nel libro, anche se fino a quel momento non era mai comparso di persona. Fa lo scrittore e negli ultimi tempi s’è messo a lavorare per Hollywood, guadagnando anche molto bene. È proprio D.B., in un momento di intimità, a chiedere a Holden cosa pensa di tutte le sue disavventure newyorkesi.

Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

La risposta, di cui qui sopra leggete l’estratto più famoso, la lasciamo alle parole del protagonista: «Non ho saputo che accidente dirgli. Se proprio volete saperlo, non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti».

 

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