Romeo e Giulietta è qualcosa di più di un classico. Un libro di questo genere, stando alla celebre definizione di Italo Calvino, è un romanzo che non ha mai smesso di dire quel che ha da dire, cioè una storia in cui si può sempre scovare un’interpretazione o un messaggio nuovo.

E sicuramente Romeo e Giulietta appartiene al novero di questi libri, anche se, come dicevamo, nelle pagine della celebre tragedia shakespeariana si scorge anche qualcosa in più.

La storia dei due amanti veronesi, infatti, non solo ha ancora tanto da dirci, ma riesce a sintetizzare in maniera forse irripetibile alcuni dei sentimenti tipici di una importante fase della vita dell’uomo.

Non è solo una storia che ci può far riflettere sulla natura dell’amore e dell’odio, ma è anche – come si potrebbe dire, usando uno slogan – la storia di tutte le storie d’amore. Chi di noi non si è riconosciuto, magari in gioventù, nelle parole di Romeo o di Giulietta, nel loro trasporto emotivo, nella loro tragicità?

La passione violenta

Quando si è giovani sembra quasi che l’amore si possa viverlo solo così, sempre sull’orlo del dramma, incapaci di contenere una forza che ci consuma da dentro.

È solo con l’età che si comprende quanto frate Lorenzo tenta di spiegare a Romeo: «Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l’amore che dura fa così».

Parole che, tra l’altro, trovano un’eco moderna in decine di film, romanzi, canzoni (a noi, rileggendo le parole del frate, è venuta immediatamente alla mente Father and Son di Cat Stevens).

Ma c’è stato un tempo in cui anche noi, come Romeo, non abbiamo voluto sentir ragioni e in cui ci sembrava che l’amore ci avrebbe consumati. Questo è forse il maggior pregio della storia di Shakespeare, capace di sintetizzare – in un linguaggio cinquecentesco che però sa essere ancora attuale – sentimenti tipici della crescita.

D’altronde, che Romeo e Giulietta fosse il più grande poema dell’amor giovanile l’hanno detto più o meno tutti, compreso il nostro Benedetto Croce. Ma la potenza del dramma non sta solo nell’apprezzamento dei dotti. Anche, piuttosto, nella sua capacità di parlare a tutti i cuori, istruiti o meno.

Per questo motivo, oggi cerchiamo di ripercorrerne cinque frasi fondamentali, spiegandone anche il contesto.

 

1. L’amore e il buio

La frase di Benvolio all’inizio del secondo atto

Come vedrete, tutte le frasi della nostra cinquina arrivano dal secondo atto della tragedia di William Shakespeare. Il motivo di tale scelta è connaturato alla stessa trama dell’opera: il secondo atto è infatti il momento in cui la storia d’amore tra i due protagonisti nasce e vive i suoi momenti più intensi e commoventi.

Come forse ricorderete, Romeo e Giulietta sono infatti due ragazzi molto giovani, di Verona. Lui appartiene alla famiglia dei Montecchi, lei, quattordicenne, dei Capuleti.

Claire Danes e Leonardo DiCaprio in Romeo + Giulietta, uno dei film d'amore adolescenziali più belli
Tra le due casate è in atto una faida che prosegue da molto tempo e che il principe della città veneta è intenzionato a chiudere, con le buone o con le cattive. E, per un breve momento, si spera che l’amore tra i due giovani rampolli possa costituire un mezzo pacifico per raggiungere tale scopo.

L’amore è cieco, e il buio gli si addice.

Nel primo atto ci viene presentata la situazione di partenza, con un Romeo che è innamorato in realtà di una certa Rosalina (anch’essa una Capuleti, che però ha fatto un voto di castità) e Giulietta che riceve, tramite il padre, le prime offerte matrimoniali da un certo Paride.


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Romeo, intristito dalle sue pene d’amore, viene mascherato e portato dagli amici Mercuzio e Benvolio a una festa organizzata proprio dagli acerrimi nemici, i Capuleti.

Qui vede per la prima volta Giulietta e subito se ne innamora, ricambiato. Così, all’inizio del secondo atto si congeda dai suoi amici per aspettare, nascosto nel giardino di casa Capuleti, l’occasione per poter di nuovo parlare con Giulietta. Una scelta che viene commentata da Benvolio con la frase che abbiamo riportato subito sopra.

 

2. Ride delle cicatrici…

Quando Mercuzio e Benvolio scherzano su Romeo

Romeo sa bene che non dovrebbe innamorarsi di Giulietta. Non è uno sprovveduto e si rende benissimo conto di quanto questo amore potrebbe essere deleterio per sé, per la propria famiglia e per la stessa Giulietta. Ma il cuore è più forte, lascia il segno e non può essere completamente ignorato.

La colonna sonora di Romeo + Juliet

Per questo, come abbiamo ricordato, la notte stessa in cui ha conosciuto Giulietta decide di attendere nel giardino, rischiando la sua stessa vita.

 
Finalmente la sua attesa viene ricompensata, e assistiamo alla celeberrima scena del balcone. Ma subito prima, nel momento in cui Benvolio e Mercuzio l’hanno ormai salutato, Romeo commenta per un attimo tra sé e sé con la frase che trovate qui di seguito.

Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito.

Il tono non è certo allegro, né pieno di speranza. Tutt’altro. Gli amici hanno infatti in buona parte riso dei trasporti amorosi di Romeo. Ridono della velocità con il giovane Montecchi si innamori e delle sue pene. Romeo li lascia in parte fare, ma non demorde. Perché lui è diverso dai suoi amici: lui sa cos’è il mal d’amore.

L’abbiamo già detto: nel momento in cui conosce Giulietta, Romeo già sta soffrendo. Nonostante la sua giovane età, infatti, ha già avuto una storia importante, anche se puramente platonica: quella per Rosalina. La ragazza non compare mai nella tragedia di Shakespeare, e viene dimenticata con una velocità impressionante.

Ma ha una sua funzione: quella di fornirci un personaggio maschile che ha già conosciuto l’amore e la sofferenza e quindi, da questo punto di vista, è più maturo dei suoi giovani amici.

 

3. Perché sei tu Romeo?

Sotto il balcone di Giulietta

Arriviamo al punto più famoso di tutta la tragedia di William Shakespeare. Romeo e Giulietta si stanno parlando nella notte, al chiaro della luna. Lui si è appena lanciato in un lungo soliloquio, iniziato subito dopo aver avvistato la sua amata alla finestra e introdotto dalla frase: «È l’oriente, lassù, e Giulietta è il sole!».

Lei, però, non si accorge di lui. È alla finestra e, pensierosa, parla tra sé e sé, tanto è vero che Romeo, in un primo momento, è titubante. «Che faccio? – si chiede – Resto zitto ad ascoltarla oppure le rispondo?». D’altronde lei sospira proprio pensando a lui, a Romeo, come dimostrano le parole che trovate qui di seguito, entrate nella storia della letteratura.

Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre, e rifiuta il tuo nome! O, se non lo vuoi, tienilo pure e giura di amarmi, ed io non sarò più una Capuleti.

Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, uno dei film d'amore italiani più notiRomeo la lascerà parlare ancora un po’, permettendo a noi spettatori di udire alcune delle frasi più famose mai vergate da William Shakespeare. Una di quelle battute la vedremo anche nel prossimo paragrafo, una battuta che riflette ancora sull’importanza del nome. Poi Romeo decide di farsi sentire e prorompe con un «Io ti prendo in parola!».

Tra l’altro, questa scena ha lasciato un segno nell’immaginario collettivo e nella storia del teatro non solo per le belle frasi di Shakespeare, ma anche per l’atmosfera.

 
Pensate per un attimo, ad esempio, ad un classico del tardo romanticismo come il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. Anche lì, non per nulla, c’è una scena molto simile, solo che in quel caso il maschio appostato non è uno solo, ma addirittura due, Cyrano e Cristiano.

 

4. Il nome della rosa

C’è un legame tra Shakespeare e Eco?

Rimaniamo nell’oscurità della notte, all’interno della stessa scena ambientata nel giardino dei Capuleti. Romeo non si è ancora manifestato e Giulietta parla da sola alla luna, inconsapevole che il suo giovane amato sia lì sotto ad ascoltarla. Anche lei, come il ragazzo, è però conscia del fatto che il loro amore è tanto rapido quanto maledetto.

I due appartengono alle due famiglie rivali e questo preclude ogni naturale svolgimento della trama amorosa. Romeo non potrà mai chiedere al padre di lei di poterla corteggiare. I due non potranno mai promettersi amore in pubblico, né sposarsi alla presenza delle rispettive famiglie. E ad impedire questo lieto epilogo è semplicemente il cognome dei ragazzi.

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.

Il nome della rosa, uno dei più famosi romanzi storici di sempre, firmato da Umberto EcoLa frase con cui Giuletta introduce l’argomento del nome usa, come metafora, una rosa. Una scelta che non può che richiamare, in noi, un’altra opera letteraria che proprio sul nome di questo fiore ha fondato quantomeno una parte consistente del proprio messaggio: Il nome della rosa di Umberto Eco. Un libro che con Romeo e Giulietta c’entra molto poco. Ma che con Shakespeare condivide comunque qualcosa.

Visto che il romanzo di Eco è stracolmo di citazioni, anche non coeve col periodo storico in cui è ambientato, a noi piace pensare che la scelta della frase conclusiva sia un omaggio proprio a Shakespeare, a questo passo del Romeo e Giulietta.

 
Il titolo del romanzo viene, infatti, dalla citazione latina che chiude il volume: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus».

La rosa che sostituisce Roma

Una citazione che è in realtà riportata in modo volutamente errato da Eco. In originale, nei lavori del monaco Bernardo Cluniacense, suonava infatti diversamente: «Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus». Cioè: «Roma antica esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi».

Il senso della frase è il medesimo: Eco voleva rimarcare il carattere nominalista degli universali, il fatto che le parole generali che usiamo siano, appunto, solo parole e non la manifestazione di una qualche essenza.


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Ma perché non usò la parola “Roma” e scelse invece quello della “rosa”? Perché modificò la citazione? Certo, il titolo Il nome della rosa suona molto meglio (romantico e misterioso) de Il nome di Roma, che avrebbe potuto far pensare a un romanzo di tutt’altra tematica.

Ma a noi piace pensare che lo scrittore piemontese avesse in mente anche un ricordo delle parole di Giulietta.

 

5. Mantenere i segreti

La balia di Giulietta

Concludiamo con una frase che emerge ancora una volta nel secondo atto, anche se qualche scena più avanti rispetto a quelle su cui ci siamo soffermati finora. Romeo e Giulietta si sono confessati amore reciproco e non intendono aspettare, per paura che le famiglie si possano frapporre tra di loro. Vogliono sposarsi, e Romeo ha un piano.

Per questo nella quarta scena dell’atto si intrattiene anche con la balia di Giulietta, che fa da intermediaria tra i due. Il progetto è semplice: Giulietta deve chiedere ai genitori di potersi recare da fra’ Lorenzo per confessarsi.

Giulietta e Romeo nella versione di Zeffirelli
Lì, però, troverà ad attenderla proprio Romeo e i due potranno sposarsi alla presenza del frate, che spera, con quell’unione, di indurre le due famiglie alla pace.

È fidato il vostro servo? Non avete mai sentito dire che due persone possono serbare un segreto se soltanto una sola lo conosce?

La nutrice, nella tragedia di Shakespeare, ha un ruolo prettamente comico. Coi suoi comportamenti contraddittori, tipici di una popolana un po’ pettegola, serve a stemperare la tensione amorosa che pervade tutta l’opera.

Anche la frase che avete appena letto qui sopra è frutto di quella stessa saggezza popolare che non si emoziona davanti ai pericolosi progetti di Romeo, ma che è anche ben consapevole delle mancanze umane.

Il matrimonio si riuscirà a celebrare, ma l’intento del frate non sarà comunque raggiunto. Nel terzo atto, infatti, Romeo verrà coinvolto suo malgrado in una rissa che vedrà la morte del suo amico Mercuzio, che lo stesso Romeo vendicherà uccidendo Tebaldo, cugino di Giulietta.

Questo darà il via ad una serie di eventi infausti che porteranno il dramma di Shakespeare verso il suo tragico finale.

 

Altre 50 frasi da Romeo e Giulietta, oltre alle 5 già segnalate

Se le frasi fin qui collezionate non vi bastano, potete ripercorrere assieme a noi l’intera trama del Romeo e Giulietta attraverso altre 50 citazioni che abbiamo scelto per voi. Le trovate qui di seguito, dal Prologo fino all’ultimo atto, in ordine di “apparizione” sulla scena.

– Nella bella Verona, dove noi collochiam la nostra scena, due famiglie di pari nobiltà; ferocemente l’una all’altra oppone da vecchia ruggine nuova contesa, onde sangue civile va macchiando mani civili. Dai fatali lombi di questi due nemici ha preso vita una coppia di amanti da maligna fortuna contrastati la cui sorte pietosa e turbinosa porrà, con la lor morte, una pietra sull’odio dei parenti. (Coro, dal Prologo)

– Che! Tu parli di pace spada in pugno? Questa parola “pace” io la odio come l’inferno, i tuoi Montecchi e te! (Tebaldo, atto I, scena I)

– Oh, dico a voi, non uomini, ma bestie, che spegnete la perniciosa rabbia che v’infiamma nelle vermiglie polle sgorganti dalle vostre vene! Fermi! (Principe, atto I, scena I)

– Questo umor tetro gli sarà fatale. (Monna Montecchi, atto I, scena I)

– [è] tanto chiuso in sé, tanto segreto, tanto profondamente impenetrabile, tanto restio a lasciarsi sondare, da somigliare al bocciolo d’un fiore che, morsicato da un maligno verme, esita a schiudere i soavi petali all’alitar dell’aria e offrire al sole l’olezzante fiorita sua vaghezza. (Montecchi, atto I, riferendosi a Romeo, scena I)

– Ah, perché Amore, sì bello alla vista, si deve dimostrar così tiranno e crudele alla prova! (Benvolio, atto I, scena I)

– C’entra molto l’odio, in tutto questo, ma ancor più l’amore. O amor litigioso! Odio amoroso! O tutto prima creato dal nulla! O vana serietà! Vanità seria! O caos informe di splendide forme! O plumbea piuma! Lucida caligine! Gelido fuoco! Inferma sanità! Sonno insonne, che è quel che non è! Questo è l’amore ch’io mi sento dentro, senza nulla sentire che sia amore. (Romeo, atto I, scena I)

– L’amore è vaporosa nebbiolina formata dai sospiri; se si dissolve, è fuoco che sfavilla scintillando negli occhi degli amanti; s’è ostacolato, è un mare alimentato dalle lacrime degli stessi amanti. Che altro è più? Una follia segreta, un’acritudine che mozza il fiato, una dolcezza che ti tira su. (Romeo, atto I, scena I)

– Chi è colpito da cecità improvvisa non può dimenticar senza dolore il perduto tesoro della vista. Mettimi avanti agli occhi una bellezza quanto tu vuoi perfetta: agli occhi miei sarà soltanto un foglio su cui leggerò il nome di colei ch’è ancor più bella. No, cugino, no, tu non sarai capace d’insegnarmi a non pensar più a lei. (Romeo, atto I, scena I)

– Fuoco consuma fuoco, caro mio. Il dolore degli altri scema il tuo. Se a ruotare in un senso ti viene il capogiro, va all’inverso sempre girando, e vedrai che ti passa. Disperato dolor trova sua cura nell’altrui pena. Date un nuovo tossico all’occhio infetto, ed il tossico vecchio cesserà dal produrre altra infezione. (Benvolio, atto I, scena II)

– Che! L’amore una coserella tenera? Più ruvida, più aspra, più violenta non ce n’è alcuna… E punge come spina. (Romeo, atto I, scena IV)

– Oh, ch’ella insegna perfino alle torce come splendere di più viva luce! Par che sul buio volto della notte ella brilli come una gemma rara pendente dall’orecchio d’una Etiope. (Romeo, atto I, scena V)

– O unico mio amore, scaturito dall’unico mio odio! O sconosciuto, troppo presto visto e troppo tardi, ahimè, riconosciuto per quel che eri. O amore prodigioso, ch’io debba amare un odiato nemico! (Giulietta, atto I, scena V)

– Oh, quale luce vedo sprigionarsi lassù, dal vano di quella finestra? È l’oriente, lassù, e Giulietta è il sole! Sorgi, bel sole, e l’invidiosa luna già pallida di rabbia ed ammalata uccidi, perché tu, che sei sua ancella, sei di gran lunga di lei più splendente. (Romeo, atto II, scena II)

– Due luminose stelle, tra le più fulgide del firmamento avendo da sbrigar qualcosa altrove, si son partite dalle loro sfere e han pregato i suoi occhi di brillarvi fino al loro ritorno… E se quegli occhi fossero invece al posto delle stelle, e quelle stelle infisse alla sua fronte? (Romeo, atto II, scena II)

– Il tuo nome soltanto m’è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo per me, quand’anche non fosti un Montecchi. Che è infatti Montecchi?… Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome! (Giulietta, atto II, scena II)

– Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia. (Giulietta, atto II, scena II)

– D’ora in avanti tu chiamami “Amore”, ed io sarò per te non più Romeo, perché m’avrai così ribattezzato. (Romeo, atto II, scena II)

– […] il mio nome, cara santa, è odioso a me perché è nemico a te. Lo straccerei, se lo portassi scritto. (Romeo, atto II, scena II)

– Io non sono un nocchiero, ma se tu fossi lontana da qui quanto la più deserta delle spiagge bagnata dall’oceano più remoto, io correrei qualsiasi avventura per cercar sì preziosa mercanzia. (Romeo, atto II, scena II)

– Agli spergiuri degli amanti – dicono – ride anche Giove. O gentile Romeo, se m’ami, dimmelo con lealtà; se credi ch’io mi sia lasciata vincere troppo presto, farò lo sguardo truce e, incattivita, ti respingerò, perché tu sia costretto a supplicarmi… (Giulietta, atto II, scena II)

– Ah, Romeo, non giurare sulla luna, questa incostante che muta di faccia ogni mese nel suo rotondo andare, ché l’amor tuo potrebbe al par di lei dimostrarsi volubile e mutevole. (Giulietta, atto II, scena II)

– La mia voglia di dare è come il mare, sconfinata, e profondo come il mare è l’amor mio: più ne concedo a te, più ne possiedo io stessa, perché infiniti sono l’una e l’altro. (Giulietta, atto II, scena II)

– L’amore corre ad incontrar l’amore con la gioia con cui gli scolaretti fuggon dai loro libri; ma l’amore che deve separarsi dall’amore ha il volto triste degli scolaretti quando tornano a scuola… (Romeo, atto II, scena II)

– Separarci è un dolore così dolce che non mi stancherei, amore mio, di dirti “buona notte” fino a giorno. (Giulietta, atto II, scena II)

– Di tutta la natura la terra è madre ed anche sepoltura. (Frate Lorenzo, atto II, scena III)

– Nell’esile epitelio che riveste la corolla di questo fragil fiore stanno insieme un umore velenoso ed una proprietà medicinale: a odorarlo, t’inebria; ad ingerirlo t’uccide, con il cuore, tutti i sensi. Due sovrani di questo stesso tipo, tra lor nemici, son sempre accampati, così come nell’erbe, anche nell’uomo: la Grazia, e la brutale Volontà. La pianta in cui predomina il peggiore di questi due potenti, è divorata assai presto dal cancro della morte. (Frate Lorenzo, atto II, scena III)

– Com’è vero che non nel cuore ha sede l’amor dei giovani, ma sol negli occhi! (Frate Lorenzo, atto II, scena III)

– Anche se le notizie sono tristi, dammele almeno con la faccia lieta; se buone, non sciupar la loro musica suonandola con quella cera arcigna. (Giulietta, atto II, scena V)

– Congiungi tu, con le parole sante, le nostre mani, e poi venga la Morte, la gran divoratrice dell’amore, a far di noi tutto quello che vuole. A me basta poterla chiamar mia. (Romeo, atto II, scena VI)

– Codesti subitanei piacimenti hanno altrettanta subitanea fine, e come fuoco o polvere da sparo s’estinguono nel lor trionfo stesso, si consumano al loro primo bacio. Miele più dolce si fa più stucchevole proprio per l’eccessiva sua dolcezza, e toglie la sua voglia al primo assaggio. Perciò sii moderato nell’amare. L’amor che vuol durare fa così. (Frate Lorenzo, atto II, scena VI)

– Solo chi è povero può calcolare quanto possiede; ma l’amore mio è giunto a tale eccesso di ricchezza, che ormai non saprei più tenere il conto della metà di tanto mio tesoro. (Giulietta, atto II, scena VI)

– Nient’altro, patentato re dei gatti, che una sola delle tue nove vite, per prendermici qualche libertà; poi, a seconda che m’avrai trattato, provvederò a sfogarmi e a picchiar sodo su ciascuna delle otto che ti restano. (Mercuzio in risposta alla domanda “Che vuoi da me?”, atto III, scena I)

– E tu, notte, tu pronuba agli amori, ammantaci della tua nera veste, sì che possan le palpebre del giorno chiudersi finalmente sulla terra e il mio Romeo possa balzare qui, tra le mie braccia, da nessuno visto, e da nessuno udito. (Giulietta, atto III, scena II)

– Per celebrare i riti dell’amore gli amanti vedon bene anche di notte, illuminati dalla lor bellezza; perché se è vero che l’amore è cieco, il buio della notte è il suo elemento. (Giulietta, atto III, scena II)

– O Natura, che cosa non puoi fare tu dell’inferno, se dai ricettacolo allo spirito d’uno dei suoi diavoli nel paradiso mortale d’un corpo così leggiadro!… Ci fu mai volume che contenesse tanta vil materia e che fosse sì bene rilegato? Può dunque la perfidia avere stanza in così ricca e splendida dimora? (Giulietta parlando di Romeo omicida di Tebaldo, atto III, scena II)

– Non c’è mondo per me, Frate Lorenzo, aldilà delle mura di Verona: c’è solo purgatorio, c’è tortura, lo stesso inferno; bandito da qui, è come fossi bandito dal mondo; e l’esilio dal mondo vuol dir morte. (Romeo, atto III, scena III)

– Che s’impicchi, la tua filosofia! A meno che la tua filosofia non sappia ricrearmi una Giulietta, o sappia trapiantare una città, o revocare l’editto del Principe, non serve a nulla, non parlarne più! (Romeo, atto III, scena III)

– Dimmi, frate, in qual dannata parte del mio corpo questo mio nome sta di casa? Dimmelo, sì ch’io possa distruggere, annientare quell’odiosa dimora… (Romeo, atto III, scena III)

– Oh, che m’arrestino pure, m’uccidano! S’è così che tu vuoi, io son felice! (Romeo, atto III, scena V)

– O Fortuna, Fortuna! Se incostante tu sei, come ti dicono, che può importare a te del mio Romeo, che a tutti è noto per la sua costanza? (Giulietta, atto III, scena V)

– Mano sul cuore, medita e rifletti: se pensi ancora d’essere mia figlia, io ti darò per moglie a questo amico; altrimenti va’ pure ad impiccarti, ad elemosinare per la strada, a crepare di fame e di miseria, perché, sulla mia anima, ti disconoscerò come mia figlia, e nulla avrai di quello che possiedo. (Capuleto, atto III, scena V)

– Ahimè, com’è possibile che il cielo tenda tutte queste insidie a un’umile creatura come me? (Giulietta, atto III, scena V)

– Venere, si sa, non può sorridere in una casa dentro cui si piange. (Paride, atto IV, scena I)

– Tutti i preparativi da noi fatti per la festa, distratti dal lor fine, servano adesso a un tetro funerale; siano i nostri strumenti musicali meste campane. (Capuleto, atto IV, scena V)

– O perdizione, come tu sei lesta a entrare nei pensieri d’un uomo in preda alla disperazione! (Romeo, atto V, scena I)

– […] il mondo non t’è amico, né ti fu mai amica la sua legge; il mondo non ha legge che faccia ricco uno come te. Allora, perché vuoi restare povero? Infrangila, la legge, e prendi questo! (Romeo, atto V, scena I)

– E questo è il tuo denaro, ch’è veleno ancor peggiore all’anima dell’uomo, perché commette, in questo sozzo mondo, più delitti di quei poveri intrugli che a te non è permesso di spacciare. (Romeo, atto V, scena I)

– Com’è vero che gli uomini, morendo, hanno un fugace tratto di letizia: uno sprazzo, che quelli che li vegliano soglion chiamare “il lampo della morte”. (Romeo, atto V, scena III)

– Il cielo s’è servito dell’amore per uccidere a ognuno di voi due le rispettive gioie. (Principe, atto V, scena III)

 

 

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