Cos’è il calcio? Se volessimo parodiare Edmond Rostand e il suo Cyrano de Bergerac, diremmo: un apostrofo sferico tra le parole “t’amo”. E non andremmo poi così distante dalla verità. Molte canzoni, molti saggi e molte frasi sul calcio hanno infatti cercato di raccontarci un rapporto che è sostanzialmente d’amore.

Anzi, forse è anche più di questo. Il calcio è per molti una fede, una religione. Un elemento per cui vivere e soffrire. Altrimenti non si spiegherebbe l’utilità razionale di continuare ad appassionarsi ad uno sport che spesso delude, quasi sempre fa venire l’ulcera e regala sparuti momenti di felicità che durano lo spazio di appena una notte.

Frasi di fede

E come ogni vera fede, come ogni vero amore, il calcio ha spinto da sempre gli uomini e le donne a cercare di esprimere a parole un rapporto inspiegabile. Le frasi sul calcio, e sulla squadra di calcio preferita, quindi si sprecano. Si trovano sugli striscioni negli stadi e nelle poesie in rima, sui social network come Tumblr e nei libri dei più grandi scrittori.

A volte sono frasi divertenti e irriverenti, altre volte sono più serie. In certi casi riguardano i calciatori in generale, a volte certi specifici ruoli (portieri, attaccanti, mediani). Alcune sembrano pensate apposta per essere incise sulla lapide o da tatuare su un braccio.

Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti. Noi ne abbiamo scelte cinque che, ci sembra, riassumono al meglio tutta questa grande varietà. Alcune sono molto famose e le avrete già sentite; altre invece vi giungeranno nuove. Tutte vi lasceranno qualcosa.

 

1. La cosa più importante

Se siete appassionati di calcio e vi trovate a vivere – o a passare molto tempo – con persone che non condividono la vostra passione, sapete bene quali sono le espressioni che usano.

«Il calcio non è mica una cosa importante, ci dai troppo peso». «Il calcio è lo sfogo dei deficienti che non hanno altre passioni». «Il calcio è malato, corrotto, preda di mille interessi economici, mica come il…» (aggiungere sport a piacere, dal rugby al volano).

Angela Merkel e vari altri leader mondiali mentre guardano la finale di Champions League tra Bayern Monaco e Chelsea
Vari altri leader mondiali mentre guardano la finale di Champions League tra Bayern Monaco e Chelsea

In parte hanno ragione, ovviamente. Il calcio non decide della vita o della morte di nessuno, almeno non di solito. È uno sport che a volte è preda di interessi economici esagerati e tradisce quello che è il comune senso della lealtà. È un’attività a volte anche disgustosa. E però…

Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti.
(Arrigo Sacchi)

Ecco, la frase di Arrigo Sacchi ci sembra spiegare bene il concetto. Sì, il calcio non è importante. Ma tra tutte le cose poco importanti, è forse quella più importante. Ed è anche per questo che conquista le attenzioni di così tanta gente, nonostante tutti i suoi difetti.

Una frase di Arrigo Sacchi

Sacchi, d’altronde, di calcio se ne intende. Classe 1946, arrivò alla fama nazionale e internazionale nella seconda metà degli anni ’80. Poco dopo aver acquistato il Milan, infatti, il presidente Silvio Berlusconi lo chiamò ad allenare la prima squadra.

A quel tempo Sacchi era un allenatore giovane e di belle speranze, con però pochissima esperienza. Aveva allenato il Rimini in C1 e il Parma, portandolo alla promozione dalla C1 alla B. I risultati erano stati interessanti ma non straordinari, e la sua assunzione non piacque ai tifosi, che nelle prime settimane chiesero più volte il suo esonero.

Arrigo Sacchi a fine anni '80I suoi metodi di allenamento e le sue tattiche rivoluzionarie però attecchirono presto. Il suo Milan divenne una delle squadre più forti di tutti i tempi [1], capace di conquistare uno scudetto, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali.

Con la Nazionale, dove approdò nel 1991, ebbe meno fortuna. Nel 1994, comunque, come certamente ricorderete portò gli azzurri fino alla finale dei Mondiali negli Stati Uniti. La sua squadra, però, venne sconfitta ai rigori dal Brasile [2].

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2. Un gioco semplice

Arrigo Sacchi è stato un grande allenatore, ma a calcio non ha mai veramente giocato, se non a livello dilettantistico. E il calcio lo vede quindi dalla panchina, da una prospettiva completamente diversa rispetto a quella di un calciatore.

I giocatori, al contrario, tendono a vedere le cose in maniera più semplice. Soprattutto quelli cresciuti nel calcio di un tempo, in cui il tatticismo era ancora molto elementare e le cose che contavano di più erano l’agonismo, l’energia, la voglia di vincere.

La Germania campione del mondo in Brasile nel 2014 (foto di Danilo Borges via Wikimedia Commons)Per questo ci pare bello inserire, come seconda frase della nostra cinquina, una celebre citazione di Gary Lineker. Una frase che si adatta benissimo alle competizioni internazionali, a quei tornei – come Europei e Mondiali – in cui il fiato di intere nazioni rimane sospeso per seguire le vicissitudini di 22 ragazzi su un prato.

Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince.
(Gary Lineker)

La citazione di Gary Lineker

L’autore di questa frase è, appunto, Gary Lineker, ex calciatore che, se avete una certa età, sicuramente ricorderete. Nato a Leicester nel 1960, giocò nella squadra della sua città (quando ancora non era in grado di vincere scudetti), nell’Everton, nel Barcellona e nel Tottenham, chiudendo poi la carriera in Giappone.

Non si aggiudicò mai il campionato, ma vinse molte coppe [3]. È ricordato però soprattutto per le sue prestazioni con la maglia della nazionale inglese, di cui è il terzo miglior marcatore della storia.

Leggi anche: Cinque memorabili film sul calcio

Guidò l’attacco dei tre leoni in due edizioni dei Mondiali e in due degli Europei. In quest’ultima competizione – edizioni 1988 e 1992 – la sua squadra non riuscì a superare il primo turno. Ai Mondiali invece fece molto meglio.

Gary Lineker – autore di una delle più celebri frasi sul calcio – nella figurina dei Mondiali del '90

Nel 1986 arrivò fino ai quarti di finale, venendo eliminata dall’Argentina di Maradona, poi vincitrice del torneo. In quella partita fu proprio Lineker a segnare per l’Inghilterra, ma l’asso del Napoli segnò due gol: uno, indimenticabile, dribblando tutta la squadra avversaria; l’altro di mano.

Nel 1990, in Italia, l’Inghilterra andò ancora più avanti. Con Lineker, in quella squadra giocavano Peter Shilton, Chris Waddle, Mark Wright, David Platt e Paul Gascoigne. L’allenatore era Bobby Robson.

Quella Nazionale arrivò fino in semifinale. In quella partita venne eliminata proprio dalla Germania Ovest, ai rigori, dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi sull’1-1 (ancora con un gol di Lineker) [4]. E la frase che vi abbiamo riportato sopra sarebbe stata pronunciata dall’attaccante – con un certo savoir faire – proprio al termine di quella partita [5].

 

3. Che la smettano di litigare

Ritorniamo su quelli che il calcio lo capiscono e lo amano poco. Quelli che di solito ci rompono le scatole con le solite frasi fatte, ma che a volte sanno anche buttarla in ridere. Perché il calcio ci appassiona e ci cattura, ma in fondo è pur sempre un gioco in cui, come diceva Lineker, 22 adulti in calzoncini corrono dietro a un pallone.

L’aspetto comico della faccenda, insomma, non sfugge a chi riesce a vederlo in maniera disincantata. E in fondo, a pensarci bene, non mancano neppure film o canzoni in cui si scherza sul gioco del pallone.

Alla scoperta dei giornali sportivi portoghesi, che ovviamente dedicano molto spazio al calcio (foto di José Goulão via Flickr)Pensate, solo en passant, a Il secondo tragico Fantozzi, quando il ragioniere perde la partita della Nazionale perché costretto a vedere La corazzata Kotiomkin. O a A che ora è la fine del mondo? di Ligabue, quando il rocker emiliano ironizza sugli autogol di Riccardo Ferri.

Dategli 22 palloni, così la smettono di litigare.
(Cesare Zavattini)

La frase che ci sembra però più bella è quella che riportiamo qui sopra, a firma di un grande del cinema italiano come Cesare Zavattini. 22 palloni, uno per ogni giocatore in campo, metterebbero infatti fine ad ogni litigio, fallo, polemica.

La battuta di Cesare Zavattini

Zavattini, emiliano, nacque nel 1902 ed è scomparso nel 1989. Cresciuto tra l’Emilia, la Lombardia e il Lazio, iniziò a lavorare negli anni ’30 come giornalista, perlopiù umoristico [6]. Pubblicò, in quegli anni, anche i suoi primi romanzi.

Cesare ZavattiniSi avvicinò anche al cinema e nel 1939 conobbe Vittorio De Sica. Con lui, scrivendone le sceneggiature, avrebbe realizzato alcuni capolavori del neorealismo, come Sciuscià e Ladri di biciclette [7].

Lavorò poi anche per registi, come Luchino Visconti, Alberto Lattuada, Alessandro Blasetti. Ormai anziano, nel 1982, diresse anche il suo unico film dietro alla macchina da presa, La veritaaaà. Un film strano, progettato già negli anni ’60 e pensato per Enzo Jannacci, che avrebbe dovuto interpretare il protagonista.
 
Il progetto venne poi rivisto negli anni ’70 pensando invece a Benigni come attore principale. Infine, Zavattini decise di interpretarlo da solo, diventando attore e regista del suo progetto. Anche per questo, il film è considerato il suo testamento spirituale [8].

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4. Nino, non aver paura…

Tempo fa abbiamo dedicato un articolo alle canzoni dedicate al calcio. L’abbiamo fatto perché effettivamente ce ne sono parecchie, e alcune sono anche molto belle. Da questo punto di vista, le patrie della musica calcistica sono due: la Gran Bretagna – dove d’altronde la musica è di casa – e l’Italia.

Da noi molti cantautori hanno cercato di cogliere le diverse facce di questo gioco. Alcuni, come Elio e le storie tese o Enzo Jannacci, hanno puntato sull’ironia. Altri sull’aspetto più poetico ed umano. Tra tutte, però, La leva calcistica della classe ’68 è probabilmente la canzone più amata.

Il rigore di Philipp Lahm nella finale di Champions League del 2012 (foto di Markus Unger via Flickr)La canzone – scritta nel 1980 – racconta di un dodicenne, Nino, che gioca a calcio. Da come lo descrive Francesco De Gregori, l’autore del brano, sembra un’ala vecchio stile, veloce con la palla al piede e abile nel dribbling. Come tutti i ragazzini, però, ha qualche paura. E a bloccarlo, in particolare, è il calcio di rigore.

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
(Francesco De Gregori)

La canzone venne pubblicata all’interno dell’album Titanic del 1982. Un album per altri versi contrassegnato da una certa tristezza, da un senso di incombente tragedia come tra l’altro lascia presagire la title-track.

Il 1982, l’anno d’oro

La canzone ebbe un grande successo, sia per la sua bellezza, sia perché arrivò in un certo senso al momento giusto. L’album uscì infatti nel giugno 1982, nello stesso mese in cui iniziava il Campionato del Mondo di calcio in Spagna.

Leggi anche: Cinque esaltanti canzoni sul calcio

Da quel campionato l’Italia uscì inaspettatamente vincitrice, grazie a una squadra dotata di talento ma anche di tanta voglia di vincere. Ed è curioso notare che proprio durante la finale contro la Germania Ovest, quando si era ancora sullo 0-0, il veloce terzino Antonio Cabrini sbagliò proprio un calcio di rigore [9].

I pezzi di Francesco De Gregori

Nella sua carriera, Francesco De Gregori non si è occupato spesso di calcio. Ma di storie umane sì, come di lotte contro un destino che pare inesorabile. Nato a Roma nel 1951, è uno dei più grandi cantautori italiani, tanto da annoverare in bacheca ben sei Targhe Tenco.

La copertina di De Gregori, in cui Francesco tira proprio un calcio a un palloneEsordì nei primi anni ’70 al Folkstudio di Roma, dove già si esibiva il fratello maggiore, Luigi [10]. Qui conobbe altri musicisti come Giorgio Lo Cascio e Antonello Venditti, con cui incise anche il disco d’esordio.

Il grande successo arrivò nel 1975 col suo terzo album, Rimmel, che ne fece uno dei cantautori più ascoltati e seguiti. Non mancarono però le polemiche, visto che già l’anno dopo De Gregori fu pesantemente contestato a Milano da militanti di estrema sinistra, che lo minacciarono e insultarono violentemente [11].

Dopo poco tempo comunque De Gregori ricominciò ad esibirsi e a sfornare nuovi album, come De Gregori, Viva l’Italia e appunto Titanic. Dal punto di vista delle vendite e dell’ispirazione, quello fu probabilmente il periodo più produttivo della sua carriera, con album che uscivano uno dopo l’altro e guadagnavano facilmente il consenso del pubblico.

Oggi vanta in repertorio più di venti album di studio, più di quindici live (anche in collaborazione con altri artisti) e svariate raccolte.

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5. Qualche momento sublime

Concludiamo con quella che secondo noi è la frase più bella di tutta la lista. Una frase che non riguarda le grandi squadre o la bellezza del calcio visto in TV, ma il fascino del gioco nei campetti di periferia la domenica pomeriggio.

A differenza di altri sport, infatti, il calcio non è solo un’attività che si guarda allo stadio o in televisione. Un appassionato lo vive anche sulle proprie gambe e sulle proprie caviglie, almeno fino a un certo punto della sua vita. Sfidando gli amici e dando vita a partite più o meno esaltanti.

Tutti, giocando a calcio, possono avere un loro momento di gloria, anche con una rovesciata

Anche senza talento

Non stiamo parlando per forza di gente di talento. Il calcio viene giocato da tutti, talentuosi e meno. Da persone coi piedi d’oro e da altre coi piedi che sembrano mattonelle. Da chi sa accarezzare la palla ma pure da chi le sa dare solo delle sberle.

In tutto il mondo, ci dicono, in ogni momento ci sono un tot di persone che nascono, muoiono, concepiscono un figlio, oppure si trovano una pistola puntata addosso. A me piace pensare che in ogni istante da qualche parte nel mondo un giocatore dilettante qualsiasi stia segnando un gol straordinario. È successo a chiunque abbia giocato a calcio. In qualche occasione, forse anche una volta sola, abbiamo spedito la palla in gol da 25 metri, lasciando di sale il portiere, oppure abbiamo incornato il pallone (a occhi chiusi ovviamente) spedendolo nel sette come una fucilata. Non tutti gli sport offrono questa emozione. Quante volte può capitare, andando alla piscina comunale, che qualcuno batta il record del mondo? Eppure, per la legge delle probabilità, ogni domenica un pancione bolso che passa le giornate al pub segna un gol splendido quanto quelli dell’inarrivabile Pelé e del possente Bobby Charlton. Può accadere ovunque e se si sa aspettare abbastanza succederà praticamente dappertutto. È questo il bello del calcio: qualche momento sublime, molti episodi ridicoli, e tutto ciò che sta nel mezzo tra i due opposti.
(Chris Pierson)

Perché anche chi non è particolarmente dotato può vivere il suo momento di gloria. E quello che scrive Chris Pierson in queste righe è ciò che muove ogni giocatore dilettante, ogni dopolavorista da quando hanno inventato il gioco del calcio: la possibilità, quasi per caso, di segnare un gran gol, di fare una grande azione.

Il mio anno preferito

Ma chi è Chris Pierson e da dove arriva quella frase? Alla prima domanda non è affatto semplice rispondere, mentre sulla seconda possiamo darvi qualche dritta. La citazione arriva infatti da un racconto intitolato L’anno d’oro, pubblicato all’interno della raccolta Il mio anno preferito.

La copertina italiana della raccolta Il mio anno preferito, curata da Nick HornbyQuesto libro venne pubblicato nel 1993 in Inghilterra e tradotto in italiano qualche anno più tardi. Si trattava di una raccolta di racconti che avevano un tratto comune: narrare, appunto, il proprio anno calcistico preferito.

Curatore di tutta l’opera era Nick Hornby, scrittore che aveva già fatto qualcosa di simile (ma non limitandosi a un solo anno) con Febbre a 90°, libro dedicato alla sua passione per l’Arsenal.

Hornby stesso scrisse un racconto, e poi chiamò a raccolta altri importanti romanzieri britannici e irlandesi come Roddy Doyle, Harry Pearson e altri. Chris Pierson raccontò una stagione di inizio anni ’70 del St Albans City, squadra poco nota di una cittadina al nord di Londra.

Chi è Chris Pierson

Ma chi è, allora, Chris Pierson? Questo, onestamente, a venticinque anni di distanza dalla pubblicazione, non lo sappiamo. Esiste un Chris Pierson che fa lo scrittore, ma è canadese, ora vive negli Stati Uniti e scrive storie ispirate ai videogiochi. È solo un omonimo.

Ne esiste un altro che insegna Scienze Politiche all’Università di Nottingham, ma nel suo curriculum non fa menzione del racconto. Ovviamente non c’entrerebbe molto con la sua professione, ma, se l’autore fosse lui, sarebbe stato comunque simpatico da segnalare.

Alla fin fine, il più probabile autore di quel racconto lo abbiamo scovato grazie a LinkedIn [12]. Oggi vive a Lincoln, nel nord del paese, ma è l’unico che è nato e cresciuto nella zona di St Albans.
 
Uno scrittore dilettante, quindi? Probabile. D’altronde, la scrittura è come il calcio. Anche lì è possibile per un giorno, magari quasi per sbaglio, scrivere un racconto degno del migliore Nick Hornby, come per un calciatore dilettante è possibile fare un gol degno di Pelé.

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Note e approfondimenti

[1] C’è solo il Milan di Sacchi tra i 10 top team di sempre.
[2] Se siete così autolesionisti da voler rivivere quei momenti, qui trovate la sequenza dei rigori.
[3] Una Coppa di Spagna, una Coppa d’Inghilterra, una Coppa delle Coppe e vari altri trofei minori.
[4] Un riassunto di quella partita lo potete vedere qui.
[5] «22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince».
[6] Tra le riviste con cui collaborò bisogna annoverare almeno il Marc’Aurelio e il Bertoldo.
[7] Altri film realizzati assieme all’interno del filone neorealista furono Miracolo a Milano, tra l’altro tratto da un romanzo di Zavattini, e Umberto D. Più avanti, collaborò alle sceneggiature anche di La ciociara, Ieri, oggi, domani, Matrimonio all’italiana e molti altri.
[8] Su YouTube lo si trova anche in maniera integrale.
[9] Qui un riassunto di quella finale, con anche il rigore sbagliato.
[10] Che poi assunse il nome d’arte di Luigi Grechi.
[11] Qui si può leggere l’articolo che all’epoca Mario Luzzatto Fegiz scrisse sul Corriere della Sera.
[12] Qui il suo profilo.
[-] La foto della Germania campione del mondo in Brasile nel 2014 è di Danilo Borges (via Wikimedia Commons).
[-] La fase di gioco di Sporting Lisbona – Sporting Braga è immortalata da José Goulão.
[-] Il rigore di Philipp Lahm nella finale di Champions League del 2012 è fotografato da Markus Unger (via Flickr).

 

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