Cinque memorabili frasi tratte da Cristo si è fermato a Eboli

Una scena della versione cinematografica di Cristo si è fermato a Eboli, con Gian Maria Volonté

Negli anni dell’immediato dopoguerra, diciamo pure tra il 1945 e il 1955, la scena letteraria e culturale italiana visse un periodo di grandissimo fermento. Dopo quasi vent’anni di censura fascista, che aveva di fatto annullato quasi tutte le voci che non si accordavano con l’estetica e la morale mussoliniana, la liberazione portò a una proliferazione di nuovi libri, film e dischi, che celebravano la rinnovata voglia di vivere degli italiani e la loro ricerca di nuovi argomenti e nuove prospettive.

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Arrivarono così molte storie della Resistenza, memoriali di guerra, narrazioni neorealistiche che dipingevano le miserie di un’Italia appena uscita da una guerra disastrosa, a formare una stagione talmente vivace e ricca di talenti da risultare irripetibile (e, diciamolo pure, da far impallidire la produzione attuale). Tra questi, un posto di rilievo lo assunse subito Cristo si è fermato a Eboli, un’opera a metà strada tra il memoriale e il romanzo in cui il pittore Carlo Levi, all’esordio come narratore, raccontava gli anni del confino in Basilicata. Per la profondità d’analisi della questione meridionale, quel libro entrò subito negli annali. Eccone alcune delle frasi più celebri e importanti.

 

L’incipit

Cosa significa dire che Cristo si è fermato a Eboli

Partiamo dall’incipit dell’opera, dalla primissima pagina, in cui Levi – che si trova a scrivere a Firenze negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale – ricorre con la memoria alla sua esperienza di confino, maturata tra il 1935, quando fu arrestato in seguito a una delazione del collega Dino Segre, e il 1936, quando fu amnistiato dal regime, assieme a molti altri, all’interno dei festeggiamenti per la proclamazione dell’impero.

Una prima pagina in cui l’autore torinese chiarisce già il senso dell’opera e del titolo scelto. Un titolo che, come si legge nelle sue stesse parole, ha molte sfaccettature.

– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.

 

Il paese dei diplomi

Come si vede l’Italia da laggiù

Il dissidio tra l’esperienza in Basilicata – o Lucania, come veniva chiamata allora – e quella vissuta fino ad allora da Levi, tra Torino e Parigi, è abissale. Da un lato c’era l’esperienza politica e culturale condivisa con i vari Piero Gobetti, Cesare Pavese, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi, Amedeo Modigliani; dall’altro, la convivenza coi pastori lucani, gente che non solo non aveva mai studiato, ma non aveva neppure alcuna coscienza politica.

Lì non aveva senso parlare di impiego, di lauree e di diplomi. Lì non era arrivato non solo lo Stato, ma neppure la modernità, gli ideali borghesi della carriera, del lavoro intellettuale, del progresso. Tutto si ripeteva uguale da millenni, come se nulla fosse mai accaduto, come se tra l’Impero romano e l’Italia unitaria la storia si fosse fermata.

L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego.

 

Pagani, non cittadini

Gli antichi riti della terra

Lo accennavamo già nel paragrafo precedente: la vita nei paesi di Grassano e Aliano (da Levi chiamato Gagliano, a imitazione della pronuncia locale) è ferma e immobile. È precristiana, non solo nel senso religioso del termine, ma sociale e antropologico: è una popolazione che vive ancora di culti pagani, di spiriti e di equilibrio con gli animali del bosco, di contatto diretto con la natura e di asservimento ai suoi ritmi.

Qui l’uomo non ha ancora modificato il territorio, non ha ancora preso possesso del mondo. Qui l’uomo è sostanzialmente l’uomo antico, non ancora cittadino, non ancora realmente assoggettato alla legge né ai suoi ideali: un uomo che ha altri tempi, altra mentalità, altri usi rispetto al resto d’Italia, da Eboli in su.

Essi non hanno, né possono avere, quella che si usa chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini: gli dèi dello Stato e della città non possono aver culto fra queste argille, dove regna il lupo e l’antico, nero cinghiale, né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti, né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee.

 

Vedono nei briganti i loro eroi

La lotta contro lo Stato

Uno dei temi principali del memoriale di Levi è quello del brigantaggio, realtà tanto diffusa in quelle terre quanto incomprensibile agli occhi della “gente del nord”, che non a caso lo combatté per decenni – tramite le forze dello Stato – senza comprenderlo, né estirparne le cause. Secondo Levi, questo fenomeno altro non era che un tentativo di difesa della civiltà contadina, che si sentiva minacciata dalla presenza incombente di uno Stato che comunque era sempre lontano, che esigeva senza dare, che voleva imporre i suoi modi e la sua mentalità ad un territorio per il quale quei modi e quella mentalità erano qualcosa di alieno.

Così si spiega anche l’omertà e il forte meccanismo di solidarietà che si instaurava tra gli abitanti locali e i delinquenti, tra i contadini e i briganti. Un meccanismo che ancora oggi porta i ragazzini di certe zone degradate non solo del meridione a idolatrare il fuorilegge di turno, che non si assoggetta alle regole di un conquistatore percepito come straniero.

Ma, col brigantaggio, la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente la assoggetta: perciò, istintivamente, i contadini vedono nei briganti i loro eroi. La civiltà contadina è una civiltà senza Stato, e senza esercito: le sue guerre non possono essere che questi scoppi di rivolta; e sono sempre, per forza, delle disperate sconfitte; ma essa continua tuttavia, eternamente, la sua vita, e dà ai vincitori i frutti della terra, ed impone le sue misure, i suoi dèi terrestri, e il suo linguaggio.

 

La più lucida analisi del brigantaggio

Un’eroica follia

Concludiamo con quella che forse è la frase più celebre di tutto il libro, sempre dedicata al fenomeno del brigantaggio, che negli anni ’30 non aveva comunque ancora assunto – se non in Sicilia – i contorni della criminalità organizzata attuale, in cui il malaffare si lega con la politica, gli interessi criminali con quelli legali in una commistione e una copertura reciproca che è diventata, per molto tempo, il più forte cancro del nostro paese.

Qui no, il brigantaggio è ancora un fenomeno quasi romantico, i cui protagonisti sono degli eroici fuorilegge che, alla maniera di alcuni outlaws del far west o in stile Bonnie & Clyde, combattono non tanto (o non solo) per arricchirsi, ma anche in un’estasi mortifera, cercando l’annullamento all’interno di gesta sempre più sconsiderate e, proprio per questo, degne di entrare nella leggenda e nella narrazione orale del territorio.

Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e distruzione, senza speranza di vittoria.

 

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