Cinque memorabili poesie d’amore di Shakespeare

Le migliori poesie d'amore di Shakespeare

Diceva Italo Calvino, in una sua celeberrima citazione, che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che aveva da dire. Presa per vera quest’asserzione, i veri classici non sarebbero poi molti: se escludiamo la scuola, i libri che a distanza di almeno un secolo continuano ad essere letti sono poche decine. Tra essi, però, ci sono anche alcune raccolte di liriche. Come le poesie d’amore di Shakespeare.

Le immortali opere di Shakespeare

Il grande drammaturgo è ancora amatissimo, visto che i suoi drammi continuano ad essere rappresentati in giro per il mondo: dall’Amleto a Romeo e Giulietta, da Il mercante di Venezia all’Otello, sono molti i capolavori dello scrittore inglese che meriterebbero l’appellativo di “classico”.

Shakespeare, però, non è stato solo un grande autore di teatro. Nella sua produzione, infatti, si annoverano anche parecchi sonetti e poesie d’amore che, benché poco note in Italia, continuano ad essere ampiamente studiate nei paesi di lingua inglese, sia a scuola che fuori di essa. Quali sono le poesie più belle? Quali meritano di essere ricordate? Ne abbiamo scelte cinque e ve le presentiamo qui di seguito, sia nella traduzione italiana che in lingua originale.

Amleto
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Romeo e Giulietta. Testo inglese
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Sogno di una notte di mezza
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Sonetto 1: Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie

«Giovane spilorcio, nell’egoismo ti distruggi»

Il testo che apre la raccolta dei sonetti di William Shakespeare non è forse uno dei più noti in assoluto, però è sicuramente uno dei più vibranti: ad una prima parte in cui esalta la bellezza della persona a cui si rivolge e la necessità di far continuare questa bellezza nel mondo, si contrappone una seconda parte in cui il poeta rimprovera – in maniera anche spiccia – il depositario di tanta bellezza che, narcisisticamente, si concentra solo su di essa, senza procreare. Il compito di chi porta bellezza, invece, è far sì che essa illumini il mondo per il maggior tempo possibile.

From fairest creatures we desire increase,
That thereby beauty’s rose might never die,
But as the riper should by time decease,
His tender heir might bear his memory;
But thou, contracted to thine own bright eyes,
Feed’st thy light’s flame with self-substantial fuel,
Making a famine where abundance lies,
Thyself thy foe, to thy sweet self too cruel.
Thou, that art now the world’s fresh ornament
And only herald to the gaudy spring,
Within thine own bud buriest thy content
And, tender churl, mak’st waste in niggarding.
Pity the world, or else this glutton be,
To eat the world’s due, by the grave and thee.


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Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie
perché mai si estingua la rosa di bellezza,
e quando ormai sfiorita un dì dovrà cadere,
possa un suo germoglio continuarne la memoria:
ma tu, solo devoto ai tuoi splendenti occhi,
bruci te stesso per nutrir la fiamma di tua luce
creando miseria là dove c’è ricchezza,
tu nemico tuo, troppo crudele verso il tuo dolce io.
Ora che del mondo sei tu il fresco fiore
e l’unico araldo di vibrante primavera,
nel tuo stesso germoglio soffochi il tuo seme
e, giovane spilorcio, nell’egoismo ti distruggi.
Abbi pietà del mondo o diverrai talmente ingordo
da divorar con la tua morte quanto a lui dovuto.

 

Sonetto 18: Posso paragonarti a un giorno d’estate?

«Queste parole vivranno, e daranno vita a te»

Il sonetto 18 è uno dei più celebri della produzione di Shakespeare, e non a caso lo si ritrova sovente citato in film o canzoni; ad esempio, è tornato in auge in epoca molto recente perché fu recitato da Michelle Williams durante il funerale di Heath Ledger, padre di sua figlia. Il sonetto segue la forma del classico sonetto shakespeariano, visto che è formato da quattordici versi in pentametro giambico (il verso classico della poesia inglese, derivato dall’endecasillabo di Dante e Petrarca) che terminano con un distico in rima baciata.

Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance or nature’s changing course untrimmed;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wand’rest in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this and this gives life to thee.

Posso paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più amabile e più tranquillo.
Venti forti scuotono i teneri germogli di Maggio,
E il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo,
E spesso la sua pelle dorata s’oscura;
Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,
Né perder la bellezza che possiedi,
Né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra,
Quando in eterni versi al tempo tu crescerai:
Finché uomini respireranno o occhi potran vedere,
Queste parole vivranno, e daranno vita a te.

 

Sonetto 29: Quando, inviso alla fortuna e agli uomini

«Quel ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga»

Da tre quartine e un distico è composto anche il ventinovesimo sonetto della raccolta, tutto incentrato sull’io del poeta e sui suoi sentimenti davanti all’amore. Le prime due quartine presentano una situazione di sofferenza, dovuta all’invidia che il poeta prova nei confronti degli altri uomini e della loro fortuna, che gli sembra sempre superiore alla propria; poi però, negli ultimi sei versi, si ricorda dell’amato e subito il suo pensiero si eleva, distante da quelle malignità, e il ricordo dell’amore lo appaga e lo rasserena, fino a pensare di non voler scambiare quello che ha con nessun altro.

When, in disgrace with fortune and men’s eyes,
I all alone beweep my outcast state
And trouble deaf heaven with my bootless cries
And look upon myself and curse my fate,
Wishing me like to one more rich in hope,
Featured like him, like him with friends possess’d,
Desiring this man’s art and that man’s scope,
With what I most enjoy contented least;
Yet in these thoughts myself almost despising,
Haply I think on thee, and then my state,
Like to the lark at break of day arising
From sullen earth, sings hymns at heaven’s gate;
For thy sweet love remember’d such wealth brings
That then I scorn to change my state with kings.

Quando, inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato
ed ossessiono il sordo cielo con futili lamenti
e valuto me stesso e maledico il mio destino:
volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
simile a lui nel tratto, come lui con molti amici
e bramo l’arte di questo e l’abilità di quello,
per nulla soddisfatto di quanto mi è più caro:
se quasi detestandomi in queste congetture
mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
quale allodola che s’alzi al rompere del giorno
dalla cupa terra, eleva canti alle porte del cielo;
quel ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga
ch’io più non muto l’aver mio con alcun regno.

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Sonetto 73: In me tu vedi quel periodo dell’anno

«In me tu vedi il crepuscolo di un giorno»

I sonetti di Shakespeare hanno il pregio di trattare le diverse facce dell’amore; dal trasporto emotivo alla rabbia, dagli inviti alle esortazioni, vi si ritrovano tutti gli ambiti in cui l’amore estende la sua influenza. Uno di questi è anche la vecchiaia, che è il tema del settantatreesimo sonetto, in cui solo il distico finale riprende il tema amoroso, mentre tutti i versi precedenti sono dedicati alla descrizione dell’ultima fase della vita e del suo “svigorire”. Probabilmente la primaria fonte di ispirazione per questo sonetto fu Samuel Daniel, maestro di musica e poeta che visse a cavallo tra ‘500 e ‘600.

That time of year thou mayst in me behold
When yellow leaves, or none, or few, do hang
Upon those boughs which shake against the cold,
Bare ruin’d choirs, where late the sweet birds sang.
In me thou seest the twilight of such day
As after sunset fadeth in the west,
Which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.
In me thou see’st the glowing of such fire
That on the ashes of his youth doth lie,
As the death-bed whereon it must expire
Consumed with that which it was nourish’d by.
This thou perceivest, which makes thy love more strong,
To love that well which thou must leave ere long.

In me tu vedi quel periodo dell’anno
quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all’occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.
In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.
Questo in me tu vedi, perciò il tuo amor si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.

 

Sonetto 116: Non sia mai ch’io ponga impedimenti

«Amore è un faro sempre fisso»

Concludiamo con un altro sonetto celebre, il numero 116, che fu pubblicato per la prima volta nel 1609. In esso Shakespeare tesse un elogio dell’amore fedele, di quell’amore che non cambia col vento ma che sa essere costante, un faro nella notte, una sorta di stella polare.

Molti vi hanno letto, di conseguenza, un’esaltazione del matrimonio, ma in realtà il sonetto va letto nel suo contesto: mentre nelle prime poesie infatti Shakespeare si rivolgeva all’amato, un uomo biondo e giovane che alcuni critici hanno identificato col suo protettore Henry Wriothesly, conte di Southampton, nella seconda parte della raccolta al centro dei suoi pensieri c’è una dark lady, forse ispirata alla tenutaria di un bordello londinese, una donna crudele e infedele che però ammalia il poeta.


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Qui questo passaggio dall’uno all’altra non è ancora avvenuto, ma quasi se ne sente l’avvicinarsi: se le prime quartine celebrano infatti un amore ideale, verso la fine della poesia il poeta sembra quasi tornare con i piedi per terra, consapevole di come le sue speranze siano forse illusioni.

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove:
O no! it is an ever-fixed mark
That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth’s unknown, although his height be taken.
Love’s not Time’s fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle’s compass come:
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

 

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