Come abbiamo scritto più volte, gli anni ’80 sono stati il periodo dell’invasione nipponica nella TV italiana. I programmi per ragazzi si riempivano ad ogni ora di anime, cioè cartoni animati giapponesi, che rappresentavano un’assoluta novità per il pubblico nostrano. Questo generò interesse ma anche preoccupazione, soprattutto per via della violenza presente in alcuni di questi cartoni. E oggi vogliamo approfondire un genere che incarnò appieno questa ambivalenza: quello dei robot degli anni ’80.

Tra i primi cartoni che vennero tradotti in italiano, infatti, una parte preponderante era di carattere mecha; presentavano, cioè, al centro delle loro trame dei robot dalle dimensioni rilevanti che combattevano una loro guerra contro vari nemici.

Questo filone era nato in Giappone all’inizio degli anni ’70, soprattutto grazie alla fantasia di Gō Nagai, ma giunse in Italia con quasi un decennio di ritardo. Il primo anime ad avere successo nel nostro paese fu infatti UFO Robot Goldrake, di cui parleremo, a partire dal 1978.

Da lì in poi si assistette a una vera e propria invasione. Robot sempre più evoluti e sempre più potenti si sfidavano sul piccolo schermo dei bambini italiani, destando interrogazioni parlamentari e polemiche sui giornali, per una violenza che – riguardata con gli occhi di oggi – non era neppure così eccessiva.

Molti di quei personaggi sono rimasti nel cuore di quelli che allora erano dei piccoli telespettatori, anche se magari i ricordi, in molti, si sono fatti confusi. Per aiutarvi ad immergervi in qualche minuto di nostalgia, abbiamo deciso quindi di fare un po’ d’ordine tra i robot del periodo che ebbero successo in Italia. E ne abbiamo scelti cinque. Eccoli.

 

1. Mazinga Z

Per presentarvi i cinque robot che abbiamo scelto, optiamo per un ordine cronologico originale. Questi personaggi infatti furono creati in Giappone uno dopo l’altro, in alcuni casi anche come continuazione l’uno dell’altro. In Italia però arrivarono in maniera disordinata ed in momenti differenti.

Ad esempio, Mazinga Z, l’anime da cui partiamo, fu il primo vero mecha giapponese, ma in Italia arrivò solo nel gennaio del 1980, peraltro dopo quelli che in realtà erano i suoi seguiti. Colpa di quegli anni in cui ancora non era diffuso, tra i produttori, il concetto di fedeltà all’originale, e in cui il pubblico d’altra parte non aveva i mezzi per controllare.

Mazinga ZCosì non deve stupire, anzi, che in quella prima messa in onda – ad opera della Rai – la serie fu proposta in maniera molto incompleta. Basti dire che ci si fermò, inspiegabilmente, all’episodio numero 56 (peraltro saltandone alcuni), mentre in Giappone ne erano stati prodotti ben 92.

Solo di recente si è provveduto a colmare quelle lacune, nonostante l’anime fosse stato replicato più volte lungo gli anni. L’opera di completamento è stata portata avanti prima dalla Yamato Video, riversando gli episodi su DVD, e poi dal canale satellitare Man-ga, che ha mandato in onda la serie completa tra il 2015 e il 2016.

Un robot contro i micenei

L’anime derivava da un manga, creato poco prima della realizzazione animata da Gō Nagai, giovane e innovativo autore che si era già fatto notare negli anni precedenti con opere, però, di carattere e ambientazione ben diverse. Il fumetto si presentava come un prodotto di fantascienza che però per la prima volta metteva al centro della scena dei robot.

Ryo Kabuto, pilota di Mazinger Z

Mazinga Z – o Mazinger Z, com’era il suo nome originale – era infatti un grosso artefatto creato dallo scienziato Juzo Kabuto con lo scopo di fronteggiare i nemici evocati dal terribile dottor Inferno. Kabuto e Inferno erano stati colleghi durante una spedizione archeologica in Grecia, e lì avevano scoperto una terribile verità.

Inferno aveva ritrovato le prove dell’esistenza di un esercito di mostri meccanici costruito dai micenei, con cui si poteva cercare di conquistare il mondo. Per impedirglielo, Kabuto era quindi tornato in Giappone, realizzando in realtà coi suoi colleghi vari robot.

Lo scienziato però moriva presto e la guida di tutta l’operazione veniva assunta dal giovane nipote, Koji, che nella versione italiana veniva chiamato Ryo. Era lui l’eroe della storia, quello che guidava il robot dall’interno e fronteggiava i vari nemici. E ovviamente anche protagonista di una love story con la collega e coetanea Sayaka.

 

2. Jeeg robot d’acciaio

Sempre firmato Gō Nagai, e basato sugli stessi spunti iniziali, era anche il cartone di Jeeg robot d’acciaio, che comparve in Italia nel 1979. A differenza di Goldrake (di cui parleremo) e di Mazinga Z (di cui abbiamo già parlato), a trasmetterlo non fu però la Rai.

Questo anime fu infatti importato da varie emittenti locali, cosa che in un primo momento fece pensare allo stesso staff responsabile del suo adattamento che il cartone sarebbe stato un flop. A quel tempo, infatti, la Rai dominava ancora incontrastata la scena televisiva italiana, e solo da lì si pensava potessero imporsi dei fenomeni di costume.

Jeeg nell'anime degli anni '70Jeeg, però, riuscì a smentire tutti, entrando fin da subito nel cuore dei telespettatori, come dimostrano anche le straordinarie vendite del disco che ne raccoglieva la sigla iniziale [1]. Anzi, proprio il fatto di essere trasmesso da TV “non ufficiali” lo rendeva ancora più affascinante, in un momento in cui i prodotti giapponesi erano qualcosa di decisamente controcorrente.

Di per sé, però, l’anime non presentava elementi diversi da quelli di altri mecha che Nagai aveva iniziato ad ideare negli anni ’70. Creato prima come manga – grazie all’aiuto, ai disegni, di Tatsuya Yasuda –, il robot venne portato sul piccolo schermo in Giappone tra il 1975 e il 1976, per un totale di 46 episodi.

Contro la civiltà Yamatai

Protagonista assoluto della storia era il giovane Hiroshi Shiba, un ragazzo di 25 anni appassionato di automobilismo e figlio di uno scienziato. Alla morte di quest’ultimo, il giovane scopriva una serie di segreti sul proprio conto e sul destino del mondo.

In primo luogo, Hiroshi realizzava di essere invulnerabile, per via di un’operazione compiuta su di lui dal padre quand’era bambino. Inoltre, veniva a conoscenza dell’esistenza dell’antica civiltà Yamatai, sopita da molto tempo ma ora pronta a risvegliarsi per tentare di dominare il mondo.

Grazie sempre all’ingegno del padre, Hiroshi si trasformava quindi in Jeeg, un robot che si ergeva a difensore della Terra. Il ragazzo inoltre, con l’andare del tempo, maturava e si responsabilizzava notevolmente. E, tra duelli e sfide all’ultimo sangue, guidando Jeeg finiva ovviamente per sconfiggere i terribili nemici.

 

3. UFO Robot Goldrake

Abbiamo intitolato questo nostro articolo ai robot più memorabili degli anni ’80, anche se in realtà tutti i mecha che abbiamo presentato finora risalgono al decennio precedente. Arrivarono in Italia però a partire dal 1978 e, se anche guadagnarono rapidamente l’attenzione del pubblico, divennero estremamente popolari soprattutto negli anni successivi.

Il primo cartone animato che aprì questa nuova tendenza è in realtà il terzo della nostra lista, perché effettivamente in Giappone fu prodotto dopo quelli che abbiamo già presentato. Era UFO Robot Goldrake, che andò in onda per la prima volta il 4 aprile 1978 sulla Rete 2, il secondo canale (quello “giovanile”) della Rai di allora.

Goldrake in azioneNella presentazione del tempo, effettuata dall’annunciatrice Maria Giovanna Elmi, i dirigenti Rai si premunirono di avvertire il pubblico della presenza di strani cartoni animati provenienti dall’Oriente, che per la prima volta venivano proposti ai telespettatori italiani.

Ed in effetti i motivi per rimanere sorpresi erano molti. In primis – anche se i piccoli spettatori di allora non lo sapevano – il fatto che UFO Robot Goldrake fosse in realtà il terzo capitolo di una trilogia cominciata in Giappone con Mazinga Z e proseguita con Grande Mazinga, che però allora erano inediti nel nostro paese.

Alcor

Ispirato ancora al lavoro di Gō Nagai, l’anime aveva per protagonista lo stesso personaggio di Mazinga Z che abbiamo presentato all’inizio del nostro articolo. Il problema è che nei vari adattamenti italiani il nome di quel ragazzo fu più volte cambiato, tanto che gli spettatori di allora non potevano sospettare dei legami tra le varie serie.

Il nome in originale era infatti Koji Kabuto, ma divenne Ryo Kabuto in Mazinga Z e Alcor in Goldrake. La trama comunque era simile a quella dei predecessori, anche se qui il giovane collaborava con un principe alieno, Actarus, nel frenare il tentativo d’invasione della Terra del terribile re Vega.

Leggi anche: Cinque tra i robot più famosi mai inventati in libri, film e fumetti

Da notare, infine, che in Italia non fu solo il cartone animato ad avere un enorme successo, ma anche la sigla che lo accompagnava. La prima canzone, UFO Robot, arrivò addirittura al quarto posto della hit parade con più di 1 milione di copie vendute; la seconda sigla, Goldrake, arrivò invece al settimo posto [2].

Entrambi i brani erano stati scritti da Luigi Albertelli per il testo e da Vince Tempera, Ares Tavolazzi e Massimo Luca per la musica. A cantarli era un gruppo formato per l’occasione chiamato Actarus (in linea con l’anime): lo formavano gli stessi autori dei brani, più un giovane Fabio Concato.

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4. L’imbattibile Daitarn 3

Mettiamo ora da parte Gō Nagai e passiamo all’altro grande padre dei mecha degli anni ’70 e ’80, cioè Yoshiyuki Tomino. Nato nel 1941, quest’ultimo aveva cominciato a lavorare nel campo dell’animazione attorno alla metà degli anni ’60, prestando la sua matita e le sue parole a opere di varia natura.

Collaborò infatti a vari classici dell’animazione giapponese, come Astro Boy, La principessa Zaffiro, Heidi, Mimì e la nazionale di pallavolo e altri titoli. Dalla metà degli anni ’70, anche per via del mercato crescente, cominciò poi a tuffarsi sui mecha.

La sigla di Daitarn 3 è una delle più celebri degli anni '80Dopo aver lavorato a Il prode Raideen e Vultus V, nel 1977 diede vita al suo primo personaggio autonomo, Zambot 3, durata solo 23 episodi. Una serie che preparò la strada al suo primo capolavoro, Daitarn 3.

L’anime esordì sulla TV giapponese nel giugno 1978, composto da 40 episodi. Arrivò in Italia, sull’onda del successo dei cartoni di cui abbiamo già parlato, nel 1980, trasmesso con discreto successo dall’emittente privata Rete A col titolo inizialmente di Daitarn III.

Contro i Meganoidi

La trama vede ancora una volta una minaccia per la Terra provenire da una strana civiltà nemica. Questa volta, i cattivi di turno sono i Meganoidi, dei cyborg creati su Marte che però si sono ribellati al loro padrone e ora hanno loschi piani per l’umanità.

Contro di loro si scaglia il protagonista della serie, Haran Banjo, figlio proprio dell’inventore dei Meganoidi e guida del robot che dà il nome al cartone, Daitarn 3. Tale mecha ha dimensioni mastodontiche, ben superiori a quelle dei modelli che abbiamo visto finora.

Leggi anche: Cinque indimenticabili giocattoli degli anni ’80

Nell’anime, infatti, Daitarn arriva quasi a 120 metri d’altezza, una misura considerevole che lo rende diverso da tutti i precedenti (anche se, nella storia dei mecha, questo valore è stato a volte superato [3]). Inoltre, il tono della serie è a tratti parodistico, quasi voglia prendere in giro i suoi predecessori.

D’altra parte, Tomino, che aveva una grande esperienza del mercato, avrebbe presto portato il genere verso nuovi lidi. Cosa che risulterà evidente già dal prossimo paragrafo, dedicato alla sua creatura successiva, Mobile Suit Gundam.

 

5. Mobile Suit Gundam

Come detto, Yoshiyuki Tomino è autore dell’ultimo robot della nostra lista, Gundam, che comparve per la prima volta nel 1979 all’interno dell’anime Mobile Suit Gundam. La serie, composta di 43 episodi e trasmessa in Giappone tra l’aprile del 1979 e il gennaio del 1980, arrivò in Italia nella primavera di quello stesso 1980.

Venne lanciata per la prima volta da Telemontecarlo, che all’epoca trasmetteva dal Principato di Monaco ed era la principale concorrente della Rai prima dell’avvento delle reti Fininvest. Più tardi, nei primi anni Duemila, è stata però riproposta anche da Italia 1 con un nuovo adattamento.

Gundam, uno dei più famosi robot degli anni '80 (e oltre)Si trattava del capitolo d’esordio di un franchise che era destinato a un grande e duraturo successo. A tutt’oggi col titolo di Gundam sono stati infatti prodotti manga, anime, romanzi e light novel, per un totale di quasi 20 serie TV, 3 lungometraggi e svariati OAV (cioè film destinati al mercato dell’home video).

A rendere innovativa questa serie fu, in primo luogo, il fatto che Gundam era ben diverso dagli altri robot che abbiamo presentato finora. Mentre Mazinga, Goldrake e Daitarn vengono in genere catalogati tra i super robot, Gundam è infatti il capostipite dei cosiddetti real robot.

Un robot realistico

Quell’anime era così diverso da quelli a cui era abituato il pubblico giapponese che gli ascolti, alla prima messa in onda, non andarono affatto bene. I bambini del tempo si aspettavano mecha imbattibili e supersonici, e si trovarono invece davanti un robot che non si poteva trasformare e non aveva superpoteri.

L’obiettivo di Tomino e dei suoi collaboratori – tra i quali vale la pena di menzionare Kunio Okawara – era quello di rendere più realistiche le situazioni e le battaglie, pur mantenendosi all’interno del genere fantascientifico. E di creare prodotti destinati non solo ai bambini, ma anche ai giovani.

Proprio il flop a livello d’ascolti costrinse però i produttori a chiudere la serie in anticipo, tagliando le trame aperte e dando un finale in fretta e furia alla serie. Per qualche tempo, insomma, sembrò che l’esperimento “realistico” fosse fallito. Almeno finché la Bandai non ottenne la licenza per lanciare sul mercato dei nuovi giocattoli ispirati a Gundam.

Questi prodotti ottennero così tanto successo da riuscire a rilanciare il cartone, facendo crescere gli ascolti delle varie repliche. E dando il via a un franchise che continua ancora oggi a produrre profitti.

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Note e approfondimenti

[1] Potete riascoltare la sigla originale cliccando qui.
[2] Le due sigle possono essere ascoltate rispettivamente qui e qui.
[3] Ad esempio, nel recente Sfondamento dei cieli Gurren Lagann il mecha di turno arriva ad avere le dimensioni di un’intera galassia.

 

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