Cinque tra i migliori libri di fantascienza di sempre

Viaggio alla scoperta dei migliori libri di fantascienza, compresa la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams

 
Quello della fantascienza è un campo vasto e sterminato, non solo dal punto di vista dei paesaggi che ne contornano le storie ma anche da quello editoriale. Il genere, infatti, è florido, e lo è da parecchi decenni, a causa sia della prolificità dei suoi autori di punta, sia della voracità dei suoi lettori. Se pensiamo anche solo ad Urania, la collana della Mondadori che è la più celebre finestra italiana su questo genere di narrativa, siamo davanti a più di 1.600 romanzi pubblicati in sessant’anni di vita. A cui si devono aggiungere quelli pubblicati anche per altri editori, spesso specializzati.

Un genere ostico?

È difficile, quindi, all’interno di questo mare magnum cercare di scegliere alcuni libri che si ergano sopra agli altri, che abbiano qualcosa in più. Difficile ma necessario, ci pare, perché questo genere – pur essendo popolare – ha la tendenza a diventare di nicchia, a chiudersi su se stesso, a risultare difficile a una prima occhiata ad un nuovo lettore.

E allora, proprio per dare un suggerimento a chi la fantascienza non la conosce quasi per nulla, ecco cinque classici – alcuni più vecchi, alcuni più recenti – che si posizionano tra i migliori romanzi di fantascienza di sempre. Con un’unica nota a margine: non ce ne vogliano i fan di Philip K. Dick, ma per un motivo o per l’altro non siamo riusciti a trovare un posticino all’interno della nostra cinquina per una sua opera. Promettiamo di rimediare quanto prima con un articolo dedicato solo a lui.

 

Isaac Asimov – La Trilogia della Fondazione

Fare tabula rasa della società, facendo attenzione alla psicostoria

Edizione che raggruppa vari romanzi della Fondazione di AsimovPartiamo da un mostro sacro del genere come Isaac Asimov e da quello che forse è il suo ciclo più importante, quello della Fondazione. Composto da cinque romanzi per così dire “ufficiali” (e da alcuni discutibili sequel scritti da altri), il ciclo ha preso avvio nel 1952 con la pubblicazione di Fondazione. Un libro che però in realtà raccoglieva in buona parte racconti già apparsi su rivista a partire dai primi anni ’40.

D’altronde era evidente, in quel primo volume ma anche nei successivi, l’influenza della Seconda guerra mondiale sull’allora giovane autore di fantascienza. Asimov infatti immaginò un mondo votato al declino che aveva bisogno di essere rifondato, di una tabula rasa che permettesse all’umanità di ricominciare.


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Al centro della saga c’era la carismatica figura di Hari Seldon, uno studioso responsabile della creazione della psicostoria. Questa era nuova disciplina che, tramite complessi algoritmi, permetteva di analizzare e predire l’evolversi della società e che infatti finiva per annunciare a Seldon la decadenza dell’Impero, a cui sarebbero seguiti trentamila anni di barbarie. Per impedire che ciò avvenisse, o, meglio, per far sì che questo interregno durasse il meno possibile e si riducesse ad appena mille anni, Seldon radunò quindi un gruppo di scienziati e li mandò a fondare una nuova civiltà.

Questa comunità però, per impiantarsi e sopravvivere, dovette superare alcune crisi già predette dallo studioso. Queste crisi sono state raccontate da Asimov appunto nel primo libro ma anche nei suoi seguiti, Fondazione e Impero del 1952 e Seconda Fondazione del 1953.

La richiesta di nuovi capitoli

In questi tre libri, però, trovavano spazio solo i primi secoli della Fondazione. L’idea di fondo dei mille anni predetti da Seldon, pertanto, non veniva esplorata del tutto. Per questo per molti decenni i fan hanno chiesto ad Asimov di scrivere dei nuovi capitoli della saga, per completare la vicenda.

Lo scrittore ha ceduto alle richieste solo negli anni ’80, ma facendolo a modo suo. Prima ha accettato di scrivere due ulteriori seguiti – L’orlo della Fondazione, pubblicato nel 1982, e Fondazione e Terra, datato 1986 – in cui però finiva per dare ben poco peso al piano Seldon e affrontava tematiche anche nuove, che poi finivano almeno in parte per rimanere in sospeso.

Poi, a causa dell’ottimo successo di vendite, ha deciso di scrivere sì altri libri, ma dei prequel, l’ultimo dei quali tra l’altro pubblicato postumo. Ad ogni modo, la saga rimane una delle pietre miliari della fantascienza novecentesca, soprattutto per la sua analisi delle dinamiche sociali e per il senso di inquietudine che riesce a trasmettere.

 

Frank Herbert – Dune

La nascita della fantascienza ecologista

Copertina dell'edizione italiana di Dune, uno dei più celebri libri di fantascienzaSempre parte integrante di una grande saga è anche il secondo romanzo della nostra cinquina, il celebre Dune di Frank Herbert. Il libro uscì per la prima volta nel 1965, pur essendo anch’esso stato pubblicato in precedenza su rivista. Fu poi seguito da altri cinque volumi.

La saga si compone infatti anche di Messia di Dune, I figli di Dune, L’imperatore-dio di Dune, Gli eretici di Dune e La rifondazione di Dune. A questi si deve aggiungere una serie di racconti scritti sempre da Herbert, ai quali in tempi più recenti si devono aggiungere dei nuovi libri firmati a quattro mani dal figlio Brian e da Kevin J. Anderson.

Vent’anni dopo Asimov

Ma soffermiamoci ora sul libro da cui tutto ha preso avvio. Quando Herbert si mise al lavoro su quella storia erano infatti ormai passati più di vent’anni dalla prima idea di Asimov per la sua Fondazione. Non a caso qui la guerra tra diverse fazioni umane nello spazio è trattata in modo diverso, visto che non c’erano più una civiltà in decadenza ed un’altra invece che lottava per imporsi e salvare l’umanità.

Erano invece presenti due forze, una positiva ed una negativa, che si confrontavano in una battaglia all’ultimo sangue per il potere e la sopravvivenza. Il tutto in un clima che avrebbe avuto una profonda influenza anche, tra l’altro, sulla stessa saga di Star Wars.

Dune era infatti un pianeta desertico ed inospitale ma fondamentale per l’economia della galassia. Lì infatti veniva prodotto, raccolto e raffinato il Melange, una sorta di droga che allungava la vita, permetteva di vedere il futuro e di dischiudere le potenzialità della mente umana.

Una faida che favoriva Paul

Per questo, il pianeta, che era sempre stato affidato a rotazione alle varie famiglie nobiliari dell’impero, diventava terreno di scontro di un’antica faida che l’Imperatore aveva tutto l’interesse a far ritornare a galla. La faida finiva così per colpire la nobile famiglia degli Atreides, il cui figlio Paul diventava in breve il vero protagonista della storia, una sorta di prescelto che aveva il compito di riportare l’ordine dopo il caos creato dai suoi crudeli avversari.

Il libro è considerato il capostipite della fantascienza ecologista, per la sua attenzione al mondo di Dune, un organismo quasi vivente ma inospitale in cui gli uomini dovevano far di tutto per rendere accettabili le condizioni di vita. Non è un caso che molti ascrivano la nascita dell’Earth Day proprio al successo del romanzo. Ma Dune è anche, secondo le stime, il libro di fantascienza più venduto di ogni epoca ed ha avuto una notevole influenza su tutta la science fiction successiva.

Inoltre, nel romanzo emergono anche a riferimenti politici: ad esempio la popolazione locale dei Fremen ricorda, fin dal linguaggio che usa, quella araba e persiana. Sono infine presenti elementi della filosofia zen, di cui Herbert era un adepto, in un connubio figlio degli anni ’60 e della idea di mondo tipica di quegli anni.

 

Douglas Adams – Guida galattica per gli autostoppisti

Le tragicomiche disavventure di Arthur Dent in giro per lo spazio

Il primo volume della saga di Douglas AdamsGli scrittori di fantascienza danno spesso l’impressione di prendersi molto sul serio. D’altro canto, come potrebbero fare altrimenti? Si trovano a narrare di eventi catastrofici che secondo loro potrebbero avverarsi in futuro, di distopie e tragedie, di pericolose razze aliene ma anche dei rischi insiti nella stessa razza umana e nella sua brama di potere.

Eppure, in certi casi si è anche provato a prenderla alla leggera, con esiti a volte encomiabili. E il più grande autore che ha saputo mescolare science fiction e umorismo è senza ombra di dubbio l’inglese Douglas Adams, autore della Guida galattica per gli autostoppisti. Primo capitolo anche in questo caso di una saga – o, come la definiva lui, di una “trilogia in cinque parti”.


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Dopo il primo romanzo, infatti, sono venuti Ristorante al termine dell’Universo, La vita, l’universo e tutto quanto, Addio e grazie per tutto il pesce e Praticamente innocuo. A cui è seguito, da poco, un nuovo libro non scritto però da Adams, che è nel frattempo scomparso.

La serie, nata come radiodramma della BBC nel 1978, non è altro che una parodia delle classiche saghe fantascientifiche. Il successo al cinema di Star Wars stava infatti producendo in quegli anni un vero e proprio revival, su cui Adams e soci non mancarono di ironizzare. Ma la Guida galattica è anche qualcosa di più di questo.

Salvato dalla distruzione della Terra

Tutto prende avvio quando il suo protagonista, il terrestre Arthur Dent, viene messo in salvo dalla distruzione della Terra. Ad aiutarlo è il suo amico Ford Perfect, che si rivela in realtà un redattore alieno della celebre Guida galattica per gli autostoppisti. Ovvero un ebook reader ante-litteram che risulta assai venduto in tutto l’Universo (Terra esclusa) e fornisce una mappatura a chiunque voglia avventurarsi nello spazio.

Assieme a una congrega di altri elementi disturbati – tra cui spiccano il cleptomane Zaphod Beeblebrox e il robot depresso Marvin –, Dent arriverà fino ad affrontare il tema della domanda fondamentale sulla vita, sull’Universo e tutto quanto. Tale domanda, che ha un significato fondamentale nel dipanarsi della trama, in passato è stata posta al supercervellone Pensiero Profondo, costruito proprio a questo scopo, che dopo una elaborazione di sette milioni e mezzo di anni ha saputo dare come risposta “42”.

Una risposta senza saper bene la domanda

Più che altro, ha a quel punto ribadito il computer, le persone che volevano sapere la risposta non avevano ancora capito bene qual era la domanda. Per questo ha progettato un altro computer più grande di sé che potesse fornire questa decisiva domanda.

Tale computer era il pianeta Terra, che però è stato distrutto in apertura per far spazio, almeno ufficialmente, ad un’autostrada iperspaziale. Per questo Dent, ultimo superstite terrestre, diventa un po’ alla volta il bersaglio di alcuni studiosi che vogliono estrargli dal cervello questa fantomatica domanda.

Tra nonsense, satira sociale ma anche influssi filosofici e una comicità irriverente ed intelligente, Adams ha saputo creare una serie di romanzi di culto che ancora oggi continua ad essere amata e citata. Basti ricordare che ogni anno il 25 maggio si festeggia in tutto il mondo il Towel Day, il “giorno dell’asciugamano”, ispirato all’oggetto più utile per un autostoppista stellare.

 

William Gibson – Neuromante

Cyberpunk, matrici e intelligenze artificiali attorno a metà anni ’80

Neuromante, di William GibsonFinora abbiamo inquadrato tre tipi diversi di fantascienza, appartenenti ad altrettante epoche. La prima è quella degli anni ’50 di Isaac Asimov, così dipendente dalla realtà in cui gli scrittori si trovavano a vivere ed ancora, tutto sommato, carica di dubbi ma anche di speranza per il futuro.

La seconda è quella degli anni ’60, che vedeva il mondo come una realtà molto più manichea e messa in pericolo dagli interessi umani. La terza è quella anni ’70, che invece ne aveva già viste di cotte e di crude e riteneva fosse giunto il momento per ironizzare sopra a un genere che si era almeno in parte ripiegato su se stesso.

Un’epoca di cambiamenti

Negli anni ’80, però, tutto cambiò, forse proprio perché la fantascienza tradizionale sembrava essere giunta a un punto morto. Sulla scena arrivò infatti il cyberpunk, un nuovo sottogenere che mescolava ribellione sociale e cultura high tech, scenari post-apocalittici e deliri informatici.

D’altronde, erano gli anni in cui – per molti versi anche inaspettatamente – i computer facevano il salto di qualità, uscivano dalle università e dai centri di ricerca ed incominciavano ad entrare nelle case. Diventavano cioè oggetti che cambiavano la vita delle persone. E i ricercatori spiegavano al mondo come questi computer si sarebbero presto connessi tra loro, creando un universo virtuale.

L’esordio di Gibson

William Gibson fu uno dei primi ad intuire le potenzialità di questi nuovi mezzi, a tratti in maniera ingenua e da “profano”, ma anche profetica. Il suo primo romanzo, Neuromante, è a tutt’oggi considerato il più importante romanzo cyberpunk mai scritto. Un’opera cioè – assieme ai suoi due seguiti Giù nel ciberspazio e Monna Lisa Cyberpunk – che ha lasciato una profonda influenza su tutta la fantascienza dei due decenni successivi.

Protagonista del libro, pubblicato per la prima volta nel 1984, è infatti Case, una sorta di hacker che Gibson chiama “cowboy del cyberspazio”. Il problema è che Case ha subito dei danni al sistema nervoso e per questo non riesce più a collegarsi alla Matrice, una rete web ante-litteram.

Costretto a rivolgersi a vari malavitosi per cercare di risolvere il suo problema, finisce per essere reclutato all’interno della squadra guidata da Armitage e comandata da Invernomuto. Quest’ultimo è una intelligenza artificiale il cui vero scopo è quello di eliminare i controlli di Turing che le impediscono di evolversi a una intelligenza superiore.

Lo Sprawl

La squadra gira per il mondo, entrando in metropoli gigantesche e spaventose. Tra queste merita una menzione lo Sprawl, uno sterminato agglomerato urbano che va da Boston ad Atlanta, coprendo di fatto l’intera costa est degli Stati Uniti. In queste megalopoli domina una realtà underground contaminata, viziosa e pericolosa che diventa il retroterra delle varie avventure del gruppo.

Una rivoluzione, insomma, nelle realtà e nei temi descritti che non poteva non lasciare sconvolti, in quell’epoca. E non è un caso che proprio Neuromante sia stato il primo romanzo della storia ad aggiudicarsi tutti e tre i principali premi assegnati alla narrativa fantascientifica, cioè il Premio Hugo, il Nebula e il Philip K. Dick Award.

 

Orson Scott Card – Il gioco di Ender

Dilemmi morali nelle simulazioni di guerra con gli alieni

Il gioco di EnderConcludiamo con un libro molto diverso da quelli che abbiamo citato finora, per la verità non molto noto al pubblico italiano ma che ci sembra meriti un’attenzione particolare. Da un lato, infatti, presenta una trama controversa – che ha dato adito, nel corso degli anni, a polemiche di vario tipo –, dall’altro il romanzo ha avuto una grande influenza diretta o indiretta sulla letteratura non solo fantascientifica. Oltre che sul cinema e soprattutto sul mondo dei videogiochi.

Stiamo parlando di Il gioco di Ender, famoso lavoro di Orson Scott Card pubblicato in Italia dall’Editrice Nord nel 1987, due anni dopo la sua edizione originale. Un libro che può essere definito una sorta di romanzo di formazione, in quanto presenta la vita del giovane Ender Wiggin, terzogenito di una famiglia di geni in un’epoca in cui sulla Terra è proibito avere più di due figli.


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Ender viene lasciato in vita dal governo proprio in virtù delle sue eccezionali capacità e ancora bambino viene inviato su una stazione spaziale a frequentare una sorta di Scuola di Guerra. Lì i migliori terrestri vengono formati in vista dell’imminente e decisivo scontro con gli Scoprioni, una razza di potenti alieni che già due volte ha invaso la Terra, portando morte e distruzione.

In atmosfere che ricordano da vicino i videogiochi di guerra che sarebbero usciti solo negli anni successivi, Ender impara a cavarsela da solo in ogni situazione. Viene spesso isolato e messo contro agli altri allievi dai suoi stessi insegnanti, e soprattutto apprende le basi della tattica, diventando il più promettente ragazzo ad essere ammesso alla Scuola di Comando.

Social network e newsnet ante litteram

Sulla Terra i suoi fratelli maggiori utilizzano degli antesignani delle newsnet e dei social network per divertirsi e muovere le masse contro l’una o l’altra delle forze politiche del pianeta. Ender, invece, finisce per risultare sempre più bravo nelle varie simulazioni di guerra a cui viene sottoposto, fino a che l’ultima simulazione non gli rivela un inatteso colpo di scena. Un colpo di scena che qui, per non rovinarvi la sorpresa, non vi sveliamo.

Ad ogni modo il libro, al di là del gusto per la lotta, lo scontro e la tattica di guerra, pone importanti quesiti etici. In primis domandandosi se la moralità sia basata sui fatti, cioè su quello che le persone fanno, o sulle intenzioni, cioè su quello che pensavano quando agiscono in un determinato modo.

L’interesse dei sociologi

Una questione su cui si sono scatenati negli anni fior di sociologi. C’è chi ha attaccato Card sostenendo che il suo Ender sia una sorta di piccolo Hitler sempre con la coscienza pulita. E c’è però anche chi invece ha trovato il libro una disquisizione così approfondita sul tema da adottarlo nelle scuole di leadership.

In realtà, il romanzo è una storia ben congegnata che, rivolgendosi in primis (ma non solo) ad un pubblico di ragazzi in formazione, si pone – come loro sono soliti fare – domande su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ed è un libro che si rende conto di quanto spesso sia difficile, se non impossibile, mantenere il controllo su ciò che si è e si fa.

 

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