Cinque miti antichi usati come “casus belli”

Jacques-Luis David - Le Sabine

In ogni epoca storica si sono combattute guerre devastanti per interessi puramente politici ed economici, eppure coloro che le hanno intraprese hanno sempre cercato una giustificazione morale superiore, in parte per scelta propagandistica, in parte per un recondito bisogno di giustificazione di terribili atti di sangue.

Greci e romani erano esperti nel rintracciare i motivi del conflitto (casus belli) nel loro passato leggendario, rileggendo i miti come cause remote di conflitti latenti esplosi poi in maniera violenta. Le vicende di queste popolazioni, inoltre, si prestavano particolarmente ad una lettura favolosa del conflitto, poiché le loro origini erano caratterizzate da una fitta connessione fra mito e storia, un intreccio così serrato che spesso è difficile ancora oggi capire quanto di storico ci sia nei miti tramandati nei secoli.

Ci sono dunque diversi racconti che si presentano come la radice mitica di eventi storici e storicamente documentabili e ne forniscono, al contempo, una sorta di nobilitazione, oltre che una chiave di lettura per distinguere le tante guerra succedutesi nell’antichità.

 

Le Guerre persiane: una lunga serie di rapimenti

La storia raccontata da Erodoto

Il giudizio di Paride in un quadro di Peter Paul RubensNelle sue Storie, Erodoto di Alicarnasso (V sec. a.C.) ricerca proprio nel mito le cause del conflitto che ha determinato l’ascesa del potere ateniese e dell’identità del popolo greco con il concetto di libertà. Analizzando la contrapposizione fra i greci e i persiani, che fra il 490 e il 480 a.C. si scontrano in una lunga serie di battaglie culminate con la vittoria degli elleni guidati da Atene, lo storico, che ancora è molto legato alla dimensione leggendaria e popolare della narrazione, rintraccia la causa remota dell’ostilità reciproca in una successione di rapimenti a sfondo erotico. L’ovvio cozzare di interessi economici nell’Egeo e nell’Asia minore, che pure Erodoto non ignora, viene colorato di un’atmosfera movimentata e piccante.


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Secondo il racconto erodoteo, all’origine dell’inimicizia si collocherebbe il rapimento da parte dei fenici (orientali, quindi identificati con il mondo asiatico cui i greci si contrappongono) della bella Io, figlia di Inaco; il mito più noto narra della sua trasformazione in giovenca ad opera di Zeus per sottrarla alle ire della gelosa Era, ma, secondo i persiani, non era questa la reale versione delle sorti della bella fanciulla (Storie, I, 1). Per ripicca, i greci, sbarcati a Tiro, nella Fenicia, rapirono la principessa Europa, che sarebbe dunque stata portata in terra ellenica non sul dorso di Zeus come vuole il mito.

La partita si sarebbe chiusa in parità, con uno smacco reciproco, sennonché i greci rapirono poi Medea, originaria della Turchia settentrionale (vicende mascherate a loro volta dal mito argonautico), cui gli orientali, stavolta identificati con i signori di Ilio, risposero con un nuovo ratto, il più famoso della storia e del mito: quello di Elena, la bellissima moglie del sovrano di Micene Menelao; tale affronto è la causa mitica della Guerra di Troia narrata da Omero, ma Erodoto, ancora una volta, non cita la storia del pomo d’oro e del giudizio di Paride, che avrebbe ottenuto l’amore di Elena per la gratitudine di Afrodite, nominata da lui la più bella delle dee, ma preferisce supporre che Paride abbia agito ritenendosi giustificato e impunibile proprio perché i greci avevano già compiuto un affronto con il rapimento di Medea e nessuno di loro aveva dovuto renderne conto.

Eppure non solo la vendetta greca arrivò in forma di una guerra decennale conclusa con la disfatta troiana, ma lo stesso conflitto iliadico divenne poi la marca di un’ostilità perenne fra i due mondi, che si sarebbe conclusa soltanto a Platea nel 479 a.C., ma sarebbe rimasta latente, fino ad essere utilizzata come pretesto di guerra da Alessandro Magno, campione della forza greca contro quella persiana.

 

Le Guerre puniche e il tradimento di Enea

L’amore deluso di Didone nella versione di Virgilio

La morte di Didone raccontata nel mito antico da Virgilio e qui rappresentata da GuercinoIn termini di orgoglio nazionale e importanza sul piano del dominio marittimo, le tre Guerre puniche, combattute fra il 264 e il 146 a.C., furono per i romani ciò che le Guerre persiane erano state per i greci. Non stupisce, dunque, che il casus belli alla base del conflitto con i cartaginesi (anch’essi di origine fenicia) sia ancora una volta un mito legato alle vicende omeriche nella loro espansione virgiliana. Fuggito da Troia per volere di Giove portando con sé il vecchio pare Anchise e il figlioletto Iulo, Enea giunge stremato sulle coste africane e viene accolto, assieme a tutti i suoi compagni, dalla bella regina Didone, fondatrice della città e garante della sua prosperità.

Sono entrambi due capostipiti di grandi popoli: Enea un troiano la cui discendenza darà origine al popolo romano, Didone una vedova in fuga da Tiro dopo che il fratello ha ucciso il suo sposo, Sicheo. A quest’ultimo ella ha giurato eterna fedeltà, ma Venere, madre di Enea, per garantire al figlio la benevolenza della sua ospite, la fa innamorare di lui di una passione così travolgente che solo per il fuggiasco troiano ella è disposta ad abbandonare la sua castità, esponendosi alle ire dei sovrani rifiutati in passato col pretesto della lealtà al precedente sposo.

Ben presto, però, Enea deve partire per i litorali laziali, come vuole Giove, desideroso di veder nascere il nuovo popolo italico; Didone ne è distrutta, non solo per la delusione e il dolore di una donna innamorata, ma per l’onta subita dopo aver messo in gioco il suo onore di guida di un’intera città.

Mentre la nave di Enea si allontana, Didone si dà la morte, augurando però terribili sventure al traditore, girando eterna inimicizia fra i cartaginesi e i discendenti di Enea e invocando l’arrivo di un vendicatore che faccia penare e morire il popolo che dai suoi figli nascerà: non è un mistero che dietro questa grandiosa figura evocata dalla regina morente di Virgilio si celi Annibale, il più grande condottiero cartaginese, dimostratosi in grado di irrompere in Italia e infliggere pesanti sconfitte all’esercito più potente del Mediterraneo.

 

Il Ratto delle sabine e l’espansione romana

Donne per dar figli all’esercito

Jacques-Luis David - Le SabineL’espansione romana e la crescita dei bisogni della neonata Roma è ben testimoniata dai conflitti che opposero i romani guidati da Romolo ai sabini, popolazione limitrofa. Alla base delle ostilità è collocato il Ratto delle sabine, perpetrato da Romolo e dai suoi seguaci per garantire un futuro al loro popolo, in cui le donne erano troppo poche per generare un nutrito esercito.

Il rapimento avvenne con l’inganno, nel corso dei giochi e dei banchetti dei Consualia, ai quali furono invitati i sabini: nel corso della cena i romani rapirono le donne sabine e le portarono con loro a Roma, facendone le loro spose e le madri dei loro figli.

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I sabini, tuttavia, di fronte al rifiuto di restituzione delle donne, marciarono su Roma e presero il Campidoglio, per poi sfidare i romani in campo aperto. Secondo lo storico Livio, solo l’intervento delle donne rapite riuscì a fermare lo scontro in nome dell’affetto che i sabini dovevano alle loro figlie e i romani alle loro mogli.

 

Il sangue di Remo scatena le guerre civili

Il tormentato I secolo a.C. a Roma

Il mito dell'uccisione di Remo da parte del fratello Romolo secondo Annibale CarracciA Romolo si lega una vicenda di sangue ben più grave nell’ottica valoriale romana che, se ammetteva il rapimento delle donne, tuttavia era molto suscettibile di fronte allo spargimento del sangue in famiglia. L’assassinio del fratello Remo come conseguenza di un conflitto di potere costituisce un marchio indelebile nella storia romana: quando, nel I secolo a.C., esplose la drammatica successione delle guerre civili (prima fra mariani e sillani, poi fra cesariani e pompeiani, infine fra Antonio e Ottaviano), le lotte fratricide che dilaniarono il popolo romano e distrussero intere famiglie furono avvertite come una sorta di maledizione generata dal sangue di Remo versato da Romolo.

 

Il caso della conquista di Gerusalemme

Verso l’affermazione del cristianesimo

Rilievi dell'arco di Tito che raccontano la presa di GerusalemmeNel 70 d.C. l’imperatore Tito conquistò Gerusalemme e ne distrusse il tempio. Non esistono miti romani alla radice di questa campagna militare, ma è interessante leggere la lettura dell’azione romana offerta da Dante nel Paradiso (canto VI, vv. 92-93): secondo l’autore, l’impero romano era parte di un disegno divino finalizzato all’unione del mondo sotto un’unica bandiera e un’unica fede; anche se Tito non era certo un sovrano cristiano, l’opera di tutti i condottieri che contribuirono alla costruzione di questa identità era parte del progetto provvidenziale e la presa di Gerusalemme fu avvertita nei secoli successivi come la punizione, da parte dei romani (strumento di Dio), dell’uccisione di Cristo voluta degli ebrei, a sua volta necessaria e inevitabile per riscattare l’umanità dal peccato. Potremmo definirlo un mito ex eventu, cioè una rilettura simbolica a distanza dal fatto storico.

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