Il teatro ha un fascino tutto particolare, sia che lo si guardi, sia che se ne sia protagonisti. Quando si è sul palcoscenico, intenti ad entrare nella mente e nel ruolo di una persona magari immaginata secoli prima, il tempo sembra fermarsi. E gli attori si trovano trascinati – e trascinano il loro pubblico – in un mondo diverso. Un mondo fatto di gesti, di intonazioni, di sguardi, di accenti. E in questo senso, uno dei momenti più magici è quando ci si imbarca nei monologhi teatrali.

Come ben sapete, con questa espressone si indicano quei brani, più o meno lunghi, in cui un personaggio parla senza interruzioni. Solitamente in scena sono presenti anche altri attori (altrimenti sarebbe più corretto parlare di soliloquio), ma per il momento tacciono. Sono quindi fasi in cui un personaggio si sta sfogando, e nessuno trova il coraggio di replicare. O in cui si esprime rivelando qualcosa di imbarazzante o inatteso, tanto da lasciare gli altri senza parole.

Il talento dell’attore

La cosa che più ci interessa, però, è che questi monologhi teatrali sono spesso veri e propri pezzi di bravura. Un attore o un’attrice, infatti, quando li mette in scena deve basarsi esclusivamente sulle proprie forze. Sulla propria potenza espressiva, senza l’aiuto di un collega che ribatta e dia energia. E, trattandosi di brani intensi, serve anche parecchio talento per esserne all’altezza.

È anche per questo motivo che quando si organizzano dei provini, agli aspiranti attori viene spesso richiesto di portare un monologo. In genere si tratta di monologhi brevi, che possono essere drammatici o comici e in cui si possa mettere in mostra le proprie capacità.

Monologhi famosi ma non banali

L’importante, quando si scelgono questi testi, è optare per brani famosi ma non banali. Ad esempio, portare il celebre Essere o non essere dell’Amleto può essere una scelta fin troppo scontata.

Ma allora, quali monologhi teatrali si devono preparare? Che siate alle primissime armi, magari impegnati in una compagnia di teatro amatoriale, o aspiranti professionisti, i testi che vi proponiamo qui di seguito faranno di sicuro al caso vostro. Sono monologhi sia maschili che femminili, in parte comici, in parte drammatici. Vi permetteranno di mostrare il vostro talento e anche di dar prova di una certa conoscenza della storia del teatro. Eccone il testo, con qualche nota sull’opera da cui sono tratti.

 

Il monologo di Re Claudio dall’Amleto

Meno noto, ma non meno intenso

L'Amleto di ShakespeareCome dicevamo in apertura, quando si pensa ad un monologo maschile la mente va immediatamente ad Amleto, il personaggio di William Shakespeare. La scelta, come d’altronde nel caso del celebre monologo di Shylock, può però risultare un po’ banale. Anche perché quella tragedia offre, a saperli cercare, altri monologhi intensi.

Noi vi proponiamo quello di Re Claudio. Come ricorderete, la trama racconta infatti del giovane principe Amleto, che tenta di vendicare la morte del padre. Morte avvenuta per mano proprio dello zio, appunto Claudio, che ne ha usurpato il trono. Mentre il giovane principe, per ottenere la sua vendetta, comincia a fingersi pazzo, lo zio inizia a temere. Non per la giustizia terrena, quanto per quella divina. Siamo nel III atto, III scena.

Il monologo di Claudio

«Oh, il mio delitto è fetido: appesta fino al cielo con la sua puzza, e lo sovrasta la secolare maledizione del primo fratricidio. Pregare non posso, sebbene mi ci spinga un istinto forte come una volontà: ma la mia colpa, più forte del mio volere, lo soffoca.

E come colui che è preso tra due faccende, mentre mi indugio incerto a quale dar prima seguito, trascuro l’una e l’altra. E che? Se questa mano maledetta fosse due volte più ingrommata di fraterno sangue, non avrà la clemenza del cielo pioggia assai da lavarla fino al candore della neve? A che serve la misericordia se non per affrontare a faccia a faccia il delitto?

«La mia colpa è consumata»

E non è la sostanza della preghiera tutta in questa duplice forza di trattener dalla caduta, prima, e poi al caduto procacciare il perdono? Dunque io guarderò in alto. La mia colpa è consumata. Ma oh! Qual è la forma di preghiera valida per me? “Perdona a me il mio turpe assassinio”? Non può valere perché sono ancora in possesso degli oggetti che m’han fatto fratricida: la mia ambizione, la mia corona, la mia regina.


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Si può impetrar perdono e perdurare nella colpa? Può, nel corrotto andazzo del mondo, la mano del misfatto, se dorata, spingere al muro la giustizia: anche s’è visto, non di rado, coi frutti del delitto comprar la legge. Ma lassù è differente. Lassù non vale sotterfugio: lassù ogni atto appare nella sua essenza precisa e ci troviamo proprio noi costretti a rendere testimonianza alla faccia e sui denti delle nostre colpe.

«O miseria di me!»

E allora che rimane? Il pentimento. Provare quanto può il pentimento. Tutto può il pentimento. Ma che può mai quando uno non riesce a pentirsi? O miseria di me! Anima nel mio petto, nera come la morte! Anima presa nel vischio che più ti sforzi di liberarti e più resti impaniata.

Angeli! Aiuto! Volate all’assalto! Giù, mie ginocchia proterve, piegatevi! E tu, mio cuore, fibra d’acciaio, fatti morbido e tenero come le carni del neonato. [si inginocchia]
C’è ancora una speranza».

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Il monologo di Célimène da Il misantropo

L’umorismo di Molière

Il tartufo e Il misantropo di MolièreRimaniamo su un classico. Se l’Amleto fu infatti messo in scena all’inizio del ‘600, poco dopo la metà del secolo fu la volta delle opere di Molière. Il tono, qui, è però ovviamente diverso. Mentre Shakespeare era uno specialista nel creare storie drammatiche – pur non disdegnando di tanto in tanto la commedia –, Molière invece amava mettere in scena i vizi del proprio tempo.

Il misantropo è una delle sue opere più belle. E più atipiche, almeno da un certo punto di vista. Il drammaturgo, infatti, stigmatizza i vizi dell’aristocrazia del tempo, ma mette in scena anche i problemi dell’animo di ogni uomo. E ne ride ma insieme ne piange. D’altro canto, pare che l’ispirazione della commedia sia almeno in parte autobiografica, dovuta a un periodo di depressione.

Un battibecco tra civette

Il monologo che abbiamo scelto è quello di Célimène, una donna piuttosto superficiale, innamorata del protagonista. È una signora che ama civettare, e ha amiche altrettanto civette. Il monologo è infatti rivolto contro Arsinoè, una conoscente che le ha appena confessato di aver partecipato a una discussione in cui si sparlava di Célimène, dicendo anche di aver tentato di difenderla. Célimène le restituisce pan per focaccia. Il brano è tratto dall’atto III, scena IV.

Il monologo di Célimène

«Signora, devo davvero ringraziarvi. Vi sono obbligata per il consiglio che mi avete dato, e lungi dall’offendermene voglio subito ricambiare il favore, dandovi anch’io un consiglio che può giovare alla vostra reputazione; e visto che mi avete dato prova della vostra amicizia riferendomi le voci che corrono sul mio conto, voglio anch’io seguire un così bell’esempio riferendovi quel che si dice su di voi.

L’altro giorno, in una casa in cui m’ero recata in visita, ho incontrato alcune persone di assai rare virtù, che parlando di quelle che dovrebbero essere le vere cure di un’anima che intenda viver bene, hanno fatto cadere il discorso su di voi, signora.

«Oggetto di critiche unanimi e convinte»

E lì, il vostro rigoroso pudore e le vostre grandi dimostrazioni di zelo sono state citate tutt’altro che a buon esempio; questa ostentazione di severità, il vostro continuo parlare di onestà e di saggezza, le vostre smorfie e i vostri gridolini a ogni parola ambigua, come se foste l’innocenza stessa che si scandalizza, l’alta considerazione che nutrite di voi stessa, e gli sguardi di commiserazione che gettate al vostro prossimo, le vostre continue lezioni e le continue censure delle cose più semplici e innocenti, tutto questo, signora, se posso essere sincera, è stato oggetto di critiche unanimi e convinte.


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A che serve – dicevano – quest’aria pudica e saggia che tutto il resto smentisce? Ha un bel recitare le sue preghiere a puntino; ma poi picchia i suoi servi, e neanche li paga. Non vi è luogo sacro nel quale non ostenti un grande zelo; ma poi si copre di cipria per sembrare più bella. Fa nascondere le nudità dei quadri; ma poi le piacciono molto le cose nude e spinte.

Quanto a me, ho preso le vostre difese contro tutti, assicurando che era tutto e soltanto maldicenza; ma ho trovato la mia opinione avversata da tutte le altre, e la conclusione comune fu che voi fareste bene a darvi meno pensiero di quel che fanno gli altri, e a darvene un po’ di più di quel che fate voi.

«Si deve guardare molto bene in se stessi»

Che si deve guardare molto bene in se stessi, prima di poter pensare a condannare gli altri; e che se si vogliono correggere i difetti altrui bisogna farlo con l’autorità di una vita esemplare, ma che comunque – se è il caso – è sempre meglio rimettersi a coloro ai quali il Cielo ha affidato questo compito.

Signora, so che anche voi siete troppo intelligente per non prendere in giusta parte il mio consiglio, e per non capire che esso nasce dalle intime pene della premura ch’io ho per il vostro bene».

 

Il monologo di Julie da La signorina Julie

Il delirio della contessina di Strindberg

La signorina Julie e altre opere di August StrindbergFacciamo ora un salto più avanti. E arriviamo all’Ottocento. In questo secolo, soprattutto anzi nell’ultima parte del secolo, il teatro ha modificato radicalmente le proprie storie. Non più grandi drammi o spiritose farse, ma, perlopiù, piccole storie, intimiste. In cui un ruolo fondamentale viene affidato alla psicologia dei personaggi.

Proprio questa tendenza offre notevoli spunti per i monologhi teatrali. Nei momenti in cui l’attore si lascia andare ad un lungo discorso, infatti, emerge la vera natura del personaggio. E ci vuole grande talento per calcare la voce sulle parole giuste, per gestire i tempi, per accompagnare col corpo la confessione del proprio alter ego.

Julie e Jean

Tutto questo è particolarmente evidente nel terzo monologo che abbiamo scelto. Proviene da La signorina Julie, una tragedia in atto unico scritta dal grande August Strindberg. Julie, la protagonista, è la giovane figlia di un conte. Mentre il padre è assente, passa una serata con la servitù, seducendo il cameriere Jean. Quando però il conte si appresta a tornare, vengono a galla i problemi. Cosa possono fare ora i due amanti? Scappare? O affrontare le voci che intanto si stanno spargendo e certo arriveranno fino al nobile?

Il monologo di Julie

«No, non voglio andarmene! Non ancora! Non potrei; debbo prima vedere… Zitto! Passa una carrozza lì fuori! (Tende l’orecchio verso l’esterno ma tenendo sempre lo sguardo rivolto al ceppo e al coltellaccio.) Voi credete che io non possa vedere il sangue? Mi credete tanto debole?

Oh! ma io vorrei vedere il tuo, di sangue, e tutto il tuo cervello sopra un ceppo!… Tutto il tuo sesso vorrei vederlo galleggiare in un lago di sangue!… E credo che potrei bere nel tuo cranio; che potrei immergere i miei piedi nelle tue viscere; che potrei sfamarmi col tuo cuore arrostito allo spiedo!…

«Tu credi che io sia debole»

Tu credi che io sia debole, credi che t’ami, perché il mio grembo ha desiderato il tuo seme; credi che io voglia portare la tua discendenza sotto il mio cuore, nutrendola col mio sangue… credi che io intenda partorire un figlio tuo cui verrebbe imposto il tuo nome!…

Ascolta: come ti chiami? Io non l’ho mai sentito, il tuo nome di famiglia!… credo anzi che tu non ne abbia nessuno! E io dovrei diventare la signora portinaia… oppure la signora lavapiatti… perché tu – cane che porti il mio collare, servitore che porti il mio stemma sui bottoni – possa farmi rivale della mia cuoca, concorrente della mia cameriera? Ah, ah, ah!…


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Dunque, tu ti immagini che io sia una vigliacca?… Dunque, tu credi veramente che io voglia fuggire?… No!… è qui che intendo restare, quand’anche dovessi cader fulminata! Mio padre tornerà a casa; troverà il suo scrigno forzato e il denaro sparito! Suonerà il campanello: due colpi per il servitore!… Gli ordina di andare a chiamare la polizia… cui io racconterò tutto. Tutto!…

Oh, sarà bello da vedere!… purché si finisca. Allora a mio padre gli piglierà un accidente e ne morrà!… E si finirà tutti insieme… e vi sarà la pace… la quiete… l’eterno riposo!… Il blasone andrà in pezzi su quella bara… la stirpe dei conti si estinguerà e la razza dei servi, il cui rampollo si troverà in un brefotrofio… conquisterà i suoi allori in una fogna e finirà per morire in galera!»

 

Il monologo di Trigorin da Il gabbiano

I tormenti dello scrittore

Il gabbiano di Anton Čechov, che contiene vari interessanti monologhi teatraliSempre dallo stesso periodo arriva Il gabbiano, capolavoro di Anton Čechov. In quel dramma, messo in scena per la prima volta nel 1896, interagivano vari personaggi, riuniti in una tenuta di campagna. I principali erano Konstantin, un giovane drammaturgo; sua madre Irina Arkadina, grande attrice dal passato glorioso; Nina, figlia di un vicino e aspirante attrice.

In più c’era Boris Trigorin, compagno di Arkadina e scrittore affermato. Lui aveva un ruolo secondario, ma catalizzava le attenzioni dei protagonisti. Il giovane Konstantin, infatti, era invidioso del suo successo e dell’ascendente che aveva sulla madre. Nina, di cui Konstantin era innamorato senza essere corrisposto, invece vedeva in lui un maestro e ne era attratta.

La risposta a Nina

Nel secondo atto, Nina riceveva da Konstantin uno strano dono. Il giovane infatti uccideva un gabbiano e glielo consegnava, lasciandola inorridita. Poco dopo, però, la ragazza rimaneva sola con Trigorin e gli spiegava la propria volontà di diventare attrice. Chiedendo anche lumi sulla vita da scrittore. Trigorin rispondeva col monologo che trovate qui di seguito.

Il monologo di Trigorin

«Devo andare subito a scrivere. Scusi, non ho tempo… (Ride) Lei ha toccato, come suol dirsi, il mio lato debole, ed ecco io comincio a turbarmi e ad essere alquanto irritato. Del resto, parliamone pure. Parliamo della mia bellissima, luminosa esistenza…

Bene, di dove cominceremo? (Dopo aver riflettuto un poco) Vi sono delle idee ossessive: quando uno, ad esempio, pensa sempre di notte e di giorno, alla luna, e anch’io ho una mia simile luna. Giorno e notte mi affligge un solo pensiero molesto: io devo scrivere, io devo scrivere, io devo…

«Oh, che vita assurda!»

Ho appena finita una novella, che subito, non so perchè, devo scriverne un’altra, e poi una terza, e dopo la terza, e dopo la terza una quarta… Scrivo senza interruzione… Oh, che vita assurda! Sto qui con lei, mi agito e intanto a ogni istante ricordo che mi aspetta una novella incompiuta.

Vedo una nuvola simile a un pianoforte. Penso: bisognerà accennare in qualche racconto che fluttuava una nuvola simile ad un pianoforte. C’è odore di eliotropio. Mi imprimo nella memoria: aroma dolciastro, color vedovile, accennarvi nella descrizione di una sera d’estate. Colgo ogni parola, ogni frase, che io e lei pronunziamo e mi affretto a rinchiuderle tutte nel mio deposito letterario: potranno servirmi!


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Quando finisco un lavoro, corro a teatro o a pescare, potrei riposarmi, dimenticare, e invece nella mia testa già rotola una pesante palla di ghisa, un nuovo soggetto, e già mi attira il mio tavolino, e bisogna affrettarsi daccapo a scrivere e scrivere. E così sempre, sempre, e non ho pace da me stesso, e sento che sto consumando la mia esistenza, e che, per dare del miele a qualcuno nello spazio, io rubo il polline ai miei fiori migliori, li strappo e ne calpesto le radici.

Non sono pazzo? I parenti e gli amici mi trattano forse come uno sano? «Che sta scrivendo? Che ci prepara di bello?». Sempre lo stesso, lo stesso, e mi pare che le premure dei conoscenti, le lodi, l’ammirazione: tutto questo sia inganno, che mi ingannino come un malato, e temo talvolta che qualcuno si appressi quatto quatto alle mie spalle, per afferrarmi e portarmi, come Poprišč, al manicomio.

«Lo scrivere era per me un continuo supplizio»

In quegli anni, negli anni migliori, in quelli della giovinezza, quando io cominciavo, lo scrivere era per me un continuo supplizio. Uno scrittore esordiente, specie se non ha fortuna, si crede goffo, maldestro superfluo, ha i nervi tesi, irritati; gironzola infrenabilmente attorno a persone partecipi della letteratura e dell’arte, misconosciuto, non osservato da alcuno, temendo di guardar fisso e con audacia negli occhi, come un giocatore accanito, che non abbia denaro.

Io non vedevo il mio lettore, ma non so perché alla mia fantasia egli appariva malevolo, diffidente. Temevo il pubblico, mi faceva paura, e, quando mettevano in scena una mia nuova commedia, mi sembrava ogni volta che i bruni mi fossero ostili e i biondi gelidamente indifferenti. Oh, che cosa terribile! Che supplizio!»

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Il monologo di Winnie da Giorni felici

Il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett

Giorni felici di Samuel BeckettConcludiamo con un monologo teatrale scritto nel dopoguerra, e appartenente al filone del teatro dell’assurdo. Giorni felici è infatti un dramma in due atti composto da Samuel Beckett nel 1961 e messo in scena per la prima volta a New York.

Venne scritto dal drammaturgo irlandese pochissimi anni dopo Aspettando Godot e Finale di partita. E ne riprendeva, e per certi versi ne estremizzava, le tecniche. Anche per questo, fu accolto molto male alla sua uscita. Sul lungo periodo, però, ha riguadagnato la stima dei critici.


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Al centro della scena ci sono solo due personaggi, Winnie e Willie. Winnie è una donna sulla cinquantina, che si presenta sepolta in un cumulo di sabbia. In mano ha una borsa nera, con dentro vari oggetti di uso comune. Willie è suo marito, poco più vecchio di lei. Parla poco e vive in una cavità del cumulo di sabbia, alle spalle della moglie, che non riesce quasi a vederlo.

Si potrebbero selezionare vari brani, perché per tutto il dramma Winnie si esprime sostanzialmente a monologhi. Ne abbiamo scelto uno che ci sembra particolarmente intenso, tratto dal I atto.

Il monologo di Winnie

«[…] (Alza la mano, libera di sotto il cappello una ciocca di capelli, se la tira verso gli occhi, cerca di sbirciarla, la lascia andare, abbassala mano) Li hai chiamati d’oro, quel giorno, dopo che l’ultimo invitato era partito… (alza la mano nel gesto di levare un calice)… ai tuoi capelli d’oro… che possano sempre… (con voce rotta)… che possano sempre… (Abbassa la mano. Abbassa la testa)

(Pausa. A voce bassa) Quel giorno. (Pausa. Voce bassa) Che giorno? (Pausa. Alza la testa. Voce normale) Questa poi. (Pausa). Le parole mancano, ci sono delle volte in cui perfino loro mancano. (Voltandosi un poco verso Willie) Non è vero, Willie? (Pausa. Voltandosi un po’ di più) Non è vero, Willie, che perfino le parole mancano, a volte?

«Sono tutte cose che ti aiutano a tirare avanti»

(Pausa. Si volta verso la sala) E che cosa si deve fare, allora, aspettando che tornino? Strigliarsi il pelo, se non è già stato fatto, o se c’è qualche dubbio, tagliarsi le unghie se hanno bisogno di essere tagliate, sono tutte cose che ti aiutano a tirare avanti.

(Pausa). È questo che voglio dire. (Pausa). È solo questo che voglio dire. (Pausa). È questo che trovo meraviglioso, che non passa giorno… (sorride)… per dirla nel vecchio stile… (il sorriso cade)… senza qualche benedizione…»

 

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