Cinque moto simbolo degli anni ’80

La Yamaha FZR 1000 Genesis

Se siete appassionati di motociclismo, non potete non adorare alcune moto storiche, che hanno fatto la storia di questo mezzo. Ogni decennio ha le proprie, che sono entrate nel mito grazie alle prestazioni su strada ma anche al design, al fatto che finissero dentro a certi film o venissero associate a determinati divi.

Da questo punto di vista, gli anni ’80 sono stati caratterizzati da una sorta di invasione giapponese (tra l’altro non limitata solo all’ambito del motociclismo, ma più in generale relativa anche alla tecnologia e alla cultura popolare): i modelli delle case nipponiche, infatti, sebbene già conosciuti dal decennio precedente, invasero il nostro mercato, influenzandolo e in parte conquistandolo grazie all’efficienza dei loro motori e alle loro forme spesso inedite.

Quali sono stati, però, i modelli che più di tutti hanno lasciato il segno in quel decennio? La scelta è talmente ampia da risultare quasi improba, ma abbiamo comunque tentato di isolarne cinque: ecco pertanto quelle che a nostro avviso sono le moto simbolo degli anni ’80.

 

Suzuki GSX-R

La supersportiva più grintosa dell’epoca

Cominciamo con quella che forse è stata la moto giapponese più celebre degli anni ’80, la Suzuki GSX-R. Prodotto a partire dal 1984, questo modello presentava fin da subito una carenatura bombata e molto avvolgente che avrebbe fatto scuola, ma soprattutto spostava parecchio più in là l’asticella delle prestazioni.

I modelli più ricercati, all’epoca, erano la 750 e la 1100. La prima delle due versioni fu lanciata nel 1985, un anno dopo rispetto al varo dell’ammiraglia 400, e presentava un motore a raffreddamento misto ad aria e ad olio, con 106 Cv di potenza e un peso a secco di 179 kg; la 1100, invece, venne prodotta a partire dal 1986, anch’essa all’inizio con un motore a raffreddamento misto (sistema SACS) e con una potenza di 130 Cv, anche se oggi la si ricorda soprattutto perché era una supersportiva veramente estrema, in quanto molto veloce ma altrettanto difficile da guidare e ben poco maneggevole.

Nel corso degli anni poi ne sono uscite altre versioni: nel 1987 fu varata la 250, mentre solo negli anni Novanta arrivarono la 600 e addirittura la 1300; è datata, infine, 2001 la variante di maggior successo a livello di marketing e di vendite, la 1000.

 

Honda VFR 750

L’invenzione della moto sport tourer

Se la Suzuki fu forse la prima a lanciare le moto da corsa per il mercato consumer, la Honda fu la responsabile della nascita delle moto che oggi vengono chiamate sport tourer, quelle cioè capaci di unire prestazioni sportive e la comodità di guida tipica delle moto turistiche. Antesignana di questa concezione fu probabilmente la Honda VFR 750, che, presentata nel 1985, fece la sua comparsa sul mercato – anche italiano – l’anno successivo.

L’idea di fondo era quella di alzare il manubrio in modo da rendere più comoda la posizione di guida, di fornire una moto maneggevole e facile da gestire su strada ma allo stesso tempo non lesinare sulla potenza. Il modello, come tutti i suoi aggiornamenti successivi, fu un immediato successo, grazie anche a un telaio dalla bella linea derivato direttamente dal mondo del racing, ad una carrozzeria monocromatica, ad una buona potenza (105 Cv) e ad un impianto di raffreddamento maggiorato. Ovviamente non mancavano alcune pecche – come la scomodità della posizione del passeggero o i consumi, decisamente elevati –, problemi solo in parte risolti nelle versioni successive.

L’edizione del 1985 venne poi aggiornata nel 1990 (chiamata RC36) con modifiche sia estetiche che meccaniche, una potenza del motore lievemente minore e una carenatura completamente avvolgente; un altro aggiornamento, meno convincente, arrivò nel 1994, mentre nel 1998 furono introdotte l’iniezione elettronica e una modifica sostanziale (e definitiva) all’estetica.

 

Cagiva Elefant

Il successo degli enduro

Al di là della bellezza e della potenza delle moto giapponesi, gli anni ’80 in Italia furono, a livello di motociclismo, il decennio dell’enduro: questa specialità, già diffusa anche nei decenni precedenti (anche se il nome con cui veniva allora denominata era Regolarità), riscosse un notevole successo sia per quanto riguarda gli appassionati di corse, sia tra chi voleva acquistare una moto che fosse adatta sia alla strada che allo sterrato, sia alla velocità e allo sprint che all’esplorazione.

Tra tutte le moto enduro che ebbero notevole fortuna nel periodo, una menzione speciale la merita la Cagiva Elefant, prodotta in diverse cilindrate e varianti a partire dal 1984. Il primo modello ad essere lanciato fu la 125, ricavata dalla Cagiva Aletta Rossa – la precedente enduro prodotta a partire dal 1983 – e però modellata sulle forme dell’Elefant 750, il modello che correva la Parigi-Dakar, allora in un periodo di grande popolarità; elementi caratteristici erano il raffreddamento a liquido e il monoammortizzatore posteriore.

Tra i modelli successivi, merita una menzione la Elefant 2, lanciata nel 1985 con notevoli migliorie rispetto all’esordio, come una migliore guida e una velocità che poteva arrivare a 130 km/h; infine, nel 1986 arrivò la terza versione, subito ribattezzata Elefantre, con altre migliorie e un aumento delle prestazioni. Nel 1988 questo modello fu però dismesso per lasciar spazio alla Cruiser, che non riuscì però ad avere lo stesso successo commerciale.

 

Ducati 851

Il rilancio della rossa bolognese

Legata in qualche modo alla Cagiva è anche la seconda moto che abbiamo scelto per rappresentare la produzione italiana negli anni ’80, la Ducati 851, immessa sul mercato nel 1987. Proprio un paio d’anni prima, infatti, la casa motociclistica di Borgo Panigale era stata acquistata dalla lombarda Cagiva, dopo un lunghissimo controllo da parte statale e, in generale, una crisi di vendite che aveva portato anche al ritiro dalle competizioni sportive e allo svilimento della tecnologia e dei brevetti che, nei decenni precedenti, avevano reso la Ducati uno dei fiori all’occhiello dell’industria dei motori italiana.

La Cagiva cercò subito di rilanciare il marchio, investendo grosse somme di denaro nello sviluppo di nuove moto e nel ritorno alle competizioni sportive. Il risultato più eclatante di quegli anni fu probabilmente la Ducati 851, una moto progettata da Massimo Bordi che doveva competere coi modelli giapponesi e che offriva un motore a 4 tempi con classica distribuzione desmodromica e raffreddato a liquido; un modello che fu usato anche per qualche anno in Superbike, portando il francese Raymond Roche alla vittoria del titolo mondiale nel 1990.

Il modello di partenza in realtà non era comunque esente da pecche: il problema più vistoso fu il fatto che la moto messa in vendita era presentata con ruote da 16 pollici per un problema di forniture, ma era stata pensata e disegnata per ruote da 17; questo fece sì che quei primi esemplari risultassero un po’ ostici da guidare. Tutto ritornò comunque in ordine già a partire dall’anno successivo, quando tra l’altro la livrea tricolore (omaggio alla bandiera italiana) fu sostituita da quella classica “rosso corsa”.

 

Yamaha FZR 1000

La moto più bella del mondo

Concludiamo ritornando in Giappone, questa volta su un modello della Yamaha, che però non va ritenuta l’ultima tra le nostre scelte: al contrario, la FZR 1000, soprattutto nella sua versione varata nel 1989, è stata eletta da Cycle World – probabilmente la rivista più antica e più letta del motociclismo mondiale – la moto del decennio, forte di un’accelerazione che arriva da 0 a 100 km/h in appena 2,9 secondi e di una velocità di punta di 270 km/h.

Lanciata nel 1987, questa moto si è evoluta anche parecchio nel corso degli ultimi anni di quel decennio: la prima versione, ribattezzata Genesis, era una supersportiva che aveva il suo punto di forza nel design e nelle linee (molti esperti si sbilanciarono già alla sua uscita nel definirla la più bella del mondo) e nel telaio in alluminio Deltabox, il primo del settore, oltre a montare un potente motore a quattro cilindri raffreddato ad acqua; la seconda, chiamata Exup, introduceva invece proprio la valvola exup allo scarico, che migliorò le già notevoli prestazioni del motore.

La Exup fu poi rivista due volte nel corso degli anni ’90, per essere infine sostituita dalla YZF-R1, pensata per rivaleggiare alla pari con la Fireblade della concorrente Honda.

 

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