Cinque nomi assurdi dati ai personaggi DC Comics in Italia

Una copertina del Nembo Kid con Batman

Se siete appassionati di fumetti americani, sapete bene che c’è stata un’epoca in cui leggere comic book in Italia non era una passeggiata. Oggi ci sono editori che traducono e stampano a stretto giro di posta tutto quello che viene prodotto oltre oceano, o al limite ci sono internet e l’iPad, che consentono di scaricare in quattro e quattr’otto l’ultima uscita di Marvel o DC. Anche solo una ventina d’anni fa, però, il panorama era molto più accidentato. C’erano editori che rispettavano la continuity ma facevano una gran fatica a sopravvivere ed altri che maltrattavano le pubblicazioni delle quali acquisivano i diritti.

Se, infatti, alla Marvel è andata sempre piuttosto bene, grazie soprattutto alla cura editoriale della Corno prima e della Star/Marvel Italia/Panini poi, non altrettanto è accaduto per la DC Comics. Nonostante avesse nel suo parco editoriale personaggi di primo piano come Superman, Batman, Flash e Wonder Woman (ai quali sono stati dedicati film e serie TV in grande quantità), non è mai riuscita ad imporsi e nemmeno a conquistare una certa stabilità editoriale nel nostro paese.

Solo per citare gli ultimi anni, i diritti sono stati in mano a Play Press, Planeta DeAgostini, Magic Press, Kappa Edizioni e Bao, prima di arrivare alla loro sede attuale presso la novarese RW Edizioni. Ma ancora peggio è andata prima degli anni ’60, quando i supereroi DC venivano importati anche con una certa frequenza ma con ben poco rispetto della loro storia, cambiandone il nome, i costumi, perfino modificando le vignette e le storie. Ricordiamo quella fase che oggi, a distanza di tanti anni, fa perfino un po’ ridere con una breve guida ai nomi più assurdi e divertenti dati in Italia ai personaggi DC Comics.

 

Superman diventa Nembo Kid

Ciclone, L’Uomo d’Acciaio e i molti nomi del primo dei supereroi

I supereroi nacquero nel giugno del 1938, quando nelle edicole americane fece la sua prima comparsa la rivista Action Comics con in copertina Superman intento a sollevare un’automobile. Il successo fu immediato, tanto è vero che nel giro di pochi mesi il kryptoniano guadagnò una propria serie mensile (Superman) e cominciarono a comparire sui quotidiani le sue daily strip. Un successo la cui eco si sentì anche in Italia, visto che già nel 1939 le Edizioni Juventus cominciarono a tradurne le strisce sugli Albi dell’audacia. Gli cambiarono però nome in Ciclone e gli tolsero la S dal petto, mettendovi uno scudo con i colori della bandiera italiana.

D’altro canto, eravamo in piena epoca fascista e a un passo dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. L’importazione di eroi stranieri era insomma un’operazione da fare con cautela. Ciclone, comunque, non fu l’unico nome con cui Superman cominciò a farsi conoscere dai lettori italiani. Gli editori cambiarono rapidamente, visto che i diritti vennero acquisiti da Vecchi prima e Vittoria poi, e ognuno gli fece assumere un nuovo nome. Nel giro di pochi mesi divenne così Uomo d’Acciaio – che almeno si rifaceva al soprannome americano Man of Steel – e Uomo Fenomeno. Una confusione editoriale alimentata anche dal fatto che, probabilmente senza l’ok della casa madre, alcune storie vennero pure realizzate da autori italiani senza tener però conto della psicologia del personaggio, tanto che l’eroe non esitava ad uccidere i banditi a sangue freddo.

Non meglio, comunque, andò nel dopoguerra. Nel 1954 la Mondadori, che stava riscuotendo un grande successo col suo Topolino, lanciò gli Albi del Falco per riversarvi il materiale dei supereroi americani. Qui subito cominciò a pubblicare l’alter ego di Clark Kent, cambiandogli però nome in Nembo Kid.

Sui motivi di questa scelta si è molto discusso. Il nome fu una completa invenzione della Mondadori e non aveva nessun legame col personaggio. Ragazzo nuvola, tra l’altro, era un epiteto che creò pure problemi quando fece la sua comparsa Superboy, perché se Superman era un ragazzo cosa poteva mai essere la sua controparte giovanile? Secondo la tesi più accreditata, si optò per questo nuovo nome da un lato per esigenze economiche, cioè per non pagare i diritti di sfruttamento dell’eroe, e dall’altro per mantenere comunque una sonorità esterofila. Anche in questo caso si dovette intervenire sui disegni, per eliminare la S dal petto del protagonista, sostituita da un anonimo scudo monocolore. Il nome originale sarebbe stato ripristinato, sempre da Mondadori, solo nel 1966.

 

Batman diventa Ala d’Acciaio

Una travagliata storia editoriale

Se Atene piange, Sparta di certo non ride. Ovvero, se a Superman per molti anni è andata malissimo, Batman non se la è certo spassata. Creato nel 1939, appena un anno dopo l’uomo d’acciaio, da Bob Kane, Batman esordì negli Stati Uniti sulle pagine di Detective Comics. Era un eroe atipico rispetto agli epigoni di Superman che stavano cominciando a comparire sia dentro alla National – vecchio nome della DC – sia presso altre case editrici. L’alter ego di Bruce Wayne, infatti, non aveva superpoteri, ma era invece una sorta di detective mascherato, dotato solo di potenti mezzi finanziari e di un atletismo fuori dalla norma.

Carattere più complesso di quello di Superman, Batman attraversò varie fasi. Cupo e spietato all’inizio, più scanzonato e ottimista dopo l’arrivo di Robin, addirittura una macchietta nel serial televisivo degli anni ’60, poi di nuovo cupo e pessimista negli anni ’70 e ’80 quando ritornò ad essere un vero e proprio “cavaliere oscuro”. In Italia arrivò per la prima volta tra il 1945 e il 1946, importato dalla casa editrice Milano nella collana antologica Collezione Uomo Mascherato. Una rivista che pubblicava in quegli anni anche Superman, Lanterna Verde, Sandman, lo Spettro e altri eroi DC. Il nome fu però, com’era d’uso, cambiato e si scelse quello di Ala d’Acciaio.

Non è chiaro il motivo per cui si optò per questo appellativo. Non fu mai un soprannome dell’uomo pipistrello, né tantomeno Batman aveva qualcosa a che fare con l’acciaio, non essendo infrangibile come Superman né avendo un costume metallico. Forse il termine “ala” fu scelto per l’ampio mantello, mentre l’acciaio voleva essere un riferimento proprio a Superman, in quel periodo chiamato L’Uomo d’Acciaio. Il problema è che a Batman non fu cambiato solo il nome, ma anche il colore del costume. Risale a questi anni, infatti, l’insana idea di colorargli di rosso la tuta che in originale era grigia. Un’idea che resistette per molti anni (oltre al costume, a volte anche il mantello veniva colorato di rosso, mentre altre volte rimaneva blu), affiancata a quella di un Robin addirittura in costumino rosa che di certo non doveva incutere troppo timore nei criminali.

I colori originali vennero ripristinati solo negli anni ’60, anche grazie all’arrivo della serie televisiva. Per quanto riguarda il nome, infine, Ala d’Acciaio fu presto abbandonato per altri epiteti di dubbia presa come Il Fantasma (con Robin che divenne L’Aquilotto) e infine Il Pipistrello, imposto negli anni ’50 dalla Mondadori, nome che per una volta aveva almeno un legame col personaggio. Infine si arrivò al definitivo passaggio a Batman all’incirca un decennio dopo.

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La Justice League diventa gli Amici della Legge

Il supergruppo della DC Comics

Andiamo più veloci con i prossimi punti della nostra cinquina, non perché i personaggi da trattare siano meno interessanti, ma perché la loro storia editoriale è stata più frastagliata e le “violenze” operate sono state minori.

Partiamo dalla Justice League. Creata nel 1960 sulle pagine della rivista americana The Brave and the Bold da Gardner Fox e Mike Sekowsky a partire da un’idea dell’allora editor Julius Schwartz, la Lega della Giustizia – come è ormai chiamata, tramite una traduzione letterale, in Italia – era un supergruppo che riuniva tutti i principali supereroi della DC Comics. Tra loro Wonder Woman, Flash, Lanterna Verde, Aquaman e Martian Manhunter, ai quali si sarebbero aggiunti poi pure Superman, Batman, Freccia Verde, Capitan Marvel, Black Canary, Atom, Hawkman ed altri ancora.


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L’idea non era nuova nel panorama fumettistico americano. Spesso gli eroi si erano trovati a combattere uno a fianco dell’altro. E nel 1940 sempre lo stesso Gardner Fox aveva già creato il supergruppo della Justice Society of America, gruppo però nel quale non avevano mai militato né Superman né Batman. Il successo in America della nuova serie fu immediato, tanto è vero che fu varato quasi subito il mensile omonimo. In Italia la compagine arrivò però solo a spezzoni, soprattutto grazie ai riferimenti che comparivano nelle serie di Superman, Batman o Flash, perché le storie della JLA vera e propria sarebbero state tradotte in maniera continuativa solo negli anni ’80 con la Play Press.

La prima apparizione avvenne in un albo Mondadori, nel 1966, quando comparvero in una storia immaginaria di Batman e il loro nome venne tradotto come Amici della Legge, una scelta infelice che li faceva sembrare più che altro un gruppo di dopolavoristi della polizia. Alcune altre storie apparirono poi sulla rivista di Superman, spesso però con tagli evidenti che ne minavano la logica. Ad esempio nel caso dell’incontro tra la JLA e la JSA organizzato da Fox nel 1963, la storia fu tradotta in Italia saltando tutta la prima parte e rendendo quindi incomprensibile la distinzione tra Terra-1 e Terra-2.

 

Wonder Woman diventa Stella

La fissazione per le donne che illuminano

Passiamo ora alle donne, alle quali da sempre la DC, prima di tanti altri editori, ha prestato attenzione, come abbiamo avuto modo di mettere in rilievo anche noi.

Wonder Woman, in particolare, è stata la prima superdonna della storia, creata dallo psicologo William Moulton Marston nel 1941. L’idea era quella di farne una paladina del femminismo in un’età in cui le rappresentanti del gentil sesso avevano ancora molti problemi a farsi considerare alla pari degli uomini. D’altronde, se negli Stati Uniti avevano ottenuto il suffragio nel 1920, in altri paesi – come ad esempio l’Italia – avrebbero dovuto aspettare la fine della Seconda guerra mondiale.


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Il personaggio esordì in America sul numero 8 della rivista All Star Comics, guadagnando una testata autonoma già l’anno successivo. Una testata letta sì dalle ragazze ma anche soprattutto dai ragazzi, che ne amavano nei primi tempi soprattutto le frequenti scene in cui l’eroina veniva legata e in cui si ammiccava al bondage. D’altronde, Marston era un personaggio piuttosto complesso e non sempre coerente, che rivendicava sì l’emancipazione femminile ma esaltava anche quella che lui riteneva essere la capacità delle donne di sottomettersi.

In Italia l’eroina è stata pubblicata con continuità solo a partire dagli anni ’80, prima con uno spillato della Cenisio durato 8 numeri, poi con la Play Press, che tradusse il celebre ciclo di storie scritte e disegnate da George Pérez. Già nell’epoca Mondadori il personaggio era però apparso in alcuni racconti come membro della Justice League. In questo caso, purtroppo, il suo nome fu però cambiato in Stella, senza grandi motivazioni se non per il fatto di avere le stelle – in realtà riferimento alla bandiera americana – disegnate sui mutandoni e sul diadema. Non meglio, d’altra parte, andò alla sua spalla Wonder Girl, una delle invenzioni un po’ kitsch degli anni ’60, a cui fu dato addirittura il nome di Luce.

 

Supergirl diventa Nembo Star

Il destino dei personaggi DC Comics imparentati con Superman

Chiudiamo con un’altra donna di cui abbiamo parlato quando ci siamo dedicati alle supereroine, cioè Supergirl, la ragazza kryptoniana. Di suo cugino, Superman, abbiamo già detto. Ora si tratta di vedere come la scelta infelice, negli anni ’50, di chiamarlo Nembo Kid abbia influenzato tutti i suoi comprimari dotati di superpoteri.

Il primo della famiglia a comparire nei fumetti italiani fu Superboy. Fece il suo esordio sul numero 29 degli Albi del Falco della Mondadori, in una storia in cui Superman ricordava la propria gioventù. Il personaggio venne di conseguenza ribattezzato, con poca economia di caratteri, Nembo Kid ragazzo.

Il “capolavoro”, se così vogliamo chiamarlo, venne alla luce però appunto con la seconda Supergirl, che fece la sua comparsa sul numero 197. Introdotta ex abrupto – ovvero fuori cronologia, visto che la sua prima vera storia americana sarebbe stata tradotta in Italia solo qualche settimana dopo –, assunse il nome nientemeno che di Nembo Star. Per qualche strano motivo, in Mondadori tutte le ragazze dovevano chiamarsi Stella (come nel caso appena citato di Wonder Woman) o comunque con un nome che facesse riferimento alla luce (come nel caso di Luce/Wonder Girl).

Ma anche Supergirl avrebbe dovuto baciarsi i gomiti. Alla prima Batwoman, la Katy Kane che sarebbe stata presto soppiantata, fu affibbiato addirittura il nome di Lucciola. Un epiteto di nuovo legato alla luce ma stavolta con esiti piuttosto imbarazzanti visto che sembrava degno di una passeggiatrice.

 

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