Per secoli la nostra società è stata permeata di un angusto senso religioso, che certo ci ha permesso di sperare nelle beatitudine eterna e di puntare a una morale più amorevole, ma ci ha tolto anche molto. Ad esempio, ci ha imposto un senso di vergogna per molto tempo eccessivo davanti alla sessualità, vista come un momento di peccato, di caduta. Con però qualche eccezione, come ad esempio nell’arte, dove si poteva riacquistare un po’ di libertà sessuale ad esempio tramite alcuni nudi famosi.

Complice la bellezza delle statue greche e romane, l’arte anche cristiana ha spesso guardato con accondiscendenza al nudo. In quei corpi classici e scultorei, d’altra parte, non emergeva più di tanto il senso del desiderio e del peccato, quanto piuttosto l’equilibrio, la bellezza delle forme, quasi il richiamo allo stesso Dio.

Così, per secoli l’unico modo per mostrare i corpi maschili e femminili è stato quello di rappresentarli in marmi ed affreschi, a volte addirittura a contenuto religioso. Almeno fino a quando, in tempi relativamente recenti, gli artisti non hanno deciso di smarcarsi anche da questo antico retaggio.

È stato probabilmente dall’Ottocento – complice la laicizzazione portata dall’Illuminismo – che il nudo ha ritrovato la sua originaria funzione, quella cioè sì di mostrare l’eleganza e l’armonia delle forme, ma anche di suscitare emozioni e turbamenti.

Quali sono però i nudi più famosi della storia dell’arte? Le opere da citare sarebbero molte, e tutte celebri. Ne abbiamo scelte cinque che però ci pare ci permettano di fotografare lo sviluppo di questo genere attraverso i secoli e che allo stesso tempo hanno avuto un successo incredibile. Eccole.

 

1. Fauno Barberini

Il nudo, come dicevamo anche in apertura, per un certo periodo è quasi scomparso dalle nostre rappresentazioni artistiche, o quantomeno è stato parecchio celato. Prima e dopo questa fase, però, era considerato un elemento fondamentale della rappresentazione artistica, e anzi proprio nella riproduzione del corpo si misurava il talento dell’artista.

Questo era tanto più vero nel mondo classico e in particolare nella scultura, dove venivano spesso immortalati atleti o comunque personaggi le cui fasce muscolari erano contrassegnate da grande armonia ed equilibrio. Non a caso, le statue antiche che sono giunte fino a noi quasi sempre ci presentano corpi nudi o seminudi.

Si pensi ad esempio all’Apollo del Belvedere di Leocare, elegante e longilineo, o ai Bronzi di Riace. Nel campo femminile c’erano, com’è ovvio, corpi meno tesi, ma la nudità e l’equilibrio emergevano comunque, come ad esempio nella Venere capitolina o in decine di altre statue di grande valore.

La statua che però più di tutte mette a nostro parere in risalto la nudità e quindi meglio rappresenta quest’elemento è il Fauno Barberini, scultura di epoca ellenistica conservata alla Gliptoteca di Monaco di Baviera.

Un satiro

La statua è famosa anche come Satiro ubriaco perché il soggetto è appunto un satiro, come emerge da alcuni particolari. Il pene, ben visibile, è più grande del normale, mentre le orecchie sono appuntite. Visto che queste figure mitologiche si concedevano spesso al vino e all’ebbrezza, probabilmente lo si voleva presentare in un attimo di riposo dopo la festa.

Il celebre fauno Barberini conservato a Monaco di Baviera (foto di MrArifnajafov via Wikimedia Commons)
Il celebre fauno Barberini conservato a Monaco di Baviera (foto di MrArifnajafov via Wikimedia Commons)

La statua fu realizzata probabilmente attorno al 220 a.C. ma l’autore è sconosciuto. Sicuramente è un capolavoro, un esempio di virtuosismo stilistico di difficilissima realizzazione, anche per la posa stessa del soggetto. Non sempre, nel corso della storia, si è però trattato quest’opera coi dovuti crismi.

Fu ritrovata, infatti, attorno al 1624 nel fossato di Castel Sant’Angelo, lì abbandonata da secoli. Inizialmente doveva essere stata installata sul castello, che nacque – come saprete – come Mausoleo di Adriano. La statua finì poi, nel Seicento, nelle mani di Francesco Barberini, cardinale e nipote di papa Urbano VIII.

Questi la fece restaurare e vennero in più occasioni integrate le parti mancanti. La statua venne esposta nel palazzo di famiglia e passò ai discendenti, che però un secolo dopo si trovarono costretti a venderla a causa di problemi finanziari. Dopo alcuni passaggi di mano, venne acquistata da Ludovico di Baviera che la pose nella gliptoteca.

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2. Sandro Botticelli – Nascita di Venere

Quando si comincia ad analizzare i vari nudi che sono stati prodotti nella storia dell’arte, emerge inevitabilmente una tendenza: cioè quella che lega il corpo alla laicità. Nei periodi storici in cui le religioni facevano più forte e più pressante la loro presa sulla morale pubblica, infatti, il nudo tendeva a scomparire dalle rappresentazioni.

Al contrario, quando l’arte è riuscita a ritagliarsi uno spazio per sé, autonomo ed indipendente, allora la nudità – o comunque più in generale la sessualità – ha ricominciato a comparire, senza per forza essere demandata agli inferi.

Leggi anche: Cinque rivoluzionari dipinti con nudi maschili

Non è un caso che due delle opere che compongono la nostra cinquina arrivino direttamente dal Rinascimento, un periodo che è stato segnato non solo dalla rinascita delle arti, ma proprio anche dalla loro interpretazione in chiave laica. E, a dire il vero, gli esempi sarebbero potuti essere anche molto più numerosi.

Abbiamo deciso infatti di limitarci a due sole opere perché non volevamo che questa cinquina mostrasse una sola tipologia di nudo. E però è evidente che questi due esempi che abbiamo scelto hanno avuto nella storia dell’arte un impatto notevolissimo. Il primo è la Nascita di Venere di Sandro Botticelli.

Il corpo di Venere

Realizzata tra il 1482 e il 1485, la tela oggi esposta agli Uffizi è una delle icone del nostro Rinascimento e di tutta la storia dell’arte. Assieme al David, di cui parleremo a breve, è anzi l’emblema della bellezza, in questo caso al femminile.

La nudità di Venere non doveva scandalizzare più di tanto i contemporanei, per due motivi. In primo luogo, nella Firenze di fine ‘400, in cui non era ancora giunta l’animosità religiosa di Savonarola, si assisteva a un recupero totale della classicità, e quindi anche dei corpi e delle membra, che nelle statue greche e romane erano sempre rappresentate.

La nascita di Venere di Sandro BotticelliIn secondo luogo, la dea venne dipinta da Botticelli con un chiaro intento allegorico. Dietro alla composizione i più attenti scorgeranno infatti pesanti influenze neoplatoniche, ma anche in chiave cristiana il quadro poteva essere interpretato come una rappresentazione simbolica dell’amore e del battesimo.

Ad ogni modo, la nudità è ben visibile, anche se un po’ pudicamente Venere sembra nascondere il seno e il basso ventre. Ma è un gesto più di convenienza che di reale convinzione, tanto è vero che il seno della dea è ben visibile e proprio al centro dell’opera.

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3. Michelangelo Buonarroti – David

Come anticipavamo parlando della Venere del Botticelli, l’altro grande canone rinascimentale per quanto riguarda il nudo arriva da Michelangelo Buonarroti e da una delle sue statue più celebri, il David.

In realtà, se volessimo essere più precisi, bisognerebbe ricordare anche Leonardo da Vinci, che con il suo Uomo vitruviano, realizzato nel 1490, aveva imposto le proporzioni del corpo umano inscrivendole in un cerchio.

Visto che però Michelangelo ha spesso mostrato corpi nudi che sono entrati nell’immaginario collettivo – si pensi anche all’Adamo dipinto nella Cappella Sistina –, abbiamo deciso a malincuore di mettere da parte il disegno di Leonardo e lasciare spazio alla statua.

Conservata nella Galleria dell’Accademia di Firenze, l’opera fu realizzata nei primi anni del XVI secolo, probabilmente tra il 1501 e il 1504, in marmo. Alta più di 5 metri, aveva un significato simbolico che intendeva glorificare la forza della Repubblica fiorentina, all’epoca piccola ma ricca e rispettata.

Il legame con Firenze

Come si ricorderà, David è infatti il re biblico che da ragazzo affrontò il gigante Golia, sconfiggendolo contro ogni pronostico. Così l’eroe viene qui rappresentato dal Buonarroti nell’atto di prepararsi allo scontro, ancora relativamente rilassato ma attento e pronto ad entrare in azione.

Il David di Michelangelo

Simbolicamente, quindi, la statua rappresentava Firenze e avrebbe dovuto avere una collocazione consona alla sua qualità e al suo significato. Inizialmente, era stata commissionata a Michelangelo perché venisse posta su uno dei contrafforti della cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Quando il popolo fiorentino poté vederla, però, risultò chiaro a tutti che quella collocazione così defilata non era degna di un capolavoro del genere. Una commissione – di cui facevano parte anche Botticelli, Leonardo, Filippino Lippi ed altri – decise a maggioranza di metterla davanti a Palazzo Vecchio.

La statua fu poi nei secoli spostata (oggi al suo posto c’è una copia), anche perché il marmo di cui era composta si rivelò particolarmente delicato. E anche in questo caso si vede il talento di Michelangelo: già due scultori, infatti, prima di lui avevano cercato di lavorare con quel blocco, ma avevano rinunciato all’impresa.

Il materiale era infatti di scarsa qualità e troppo friabile, tanto che risultava assai difficile lavorarci. Ma Michelangelo aggirò i problemi e creò un capolavoro.

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4. Diego Velázquez – Venere e Cupido

Facciamo ora un salto avanti nel tempo e passiamo al XVII secolo. In questa fase, durante il Barocco, infatti il nudo artistico cominciò ad assumere forme nuove. I corpi non servivano più a rappresentare l’ideale etereo ed equilibrato di bellezza, ma per la prima volta iniziavano ad entrare in scena la malizia, il fascino e la seduzione.

Simbolo di questa nuova funzione del nudo artistico divenne senza dubbio Venere, sempre più rappresentata dagli artisti italiani e stranieri. La dea della bellezza aveva assunto già un ruolo conturbante nel pieno Rinascimento, grazie ad esempio alla celebre Venere di Urbino di Tiziano. Nei secoli successivi, però, i quadri a lei dedicati si moltiplicarono.

Leggi anche: Il bacio nell’arte: cinque quadri e sculture famose

In mezzo a tanti capolavori, abbiamo scelto di segnalarvi Venere e Cupido di Diego Velázquez, tela nota anche con il nome di Venere di Rokeby, dal nome del luogo in cui si trovava la collezione privata che ne ha detenuto la proprietà nel corso dell’Ottocento (Rokeby Park, nello Yorkshire).

L’opera venne realizzata all’incirca nel 1648 per dei collezionisti privati. Nella Spagna segnata dalla Controriforma era infatti impossibile che un quadro del genere girasse liberamente, e anzi si pensa che gli stessi proprietari ne abbiano occultato a lungo il possesso nei loro inventari, proprio per non correre rischi.

Il fascino e la malizia

Quell’opera, decisamente in anticipo sui tempi, non avrebbe infatti avuto vita facile non solo in Spagna, ma in nessun altro paese europeo. Basti pensare che per vedere un altro nudo artistico di quella forza, in terra iberica, si sarebbe dovuto attendere la Maja desnuda di Goya, realizzata nell’anno 1800, centocinquant’anni dopo.

Venere vi viene rappresentata senza i simboli a cui era di solito associata, rivolta di schiena, a mostrare languidamente il sedere allo spettatore. Davanti a lei c’è il figlio Cupido che le regge uno specchio, attraverso il quale possiamo vederla in faccia. Il suo viso però non è delineato chiaramente.

Venere e Cupido di Diego VelázquezIl tema è quindi quello sì della bellezza, ma anche della vanità, o meglio ancora dell’egocentrismo. La sfocatura del volto e le pieghe delle lenzuola ci permettono però di concentrarci sul corpo, a differenza di quanto avveniva in altri quadri simili realizzati in quei tempi da Rubens e altri.

Da notare, infine, un ultimo importante particolare storico: nel 1914 il dipinto, esposto alla National Gallery, subì un pesante atto di vandalismo. Una suffragetta di nome Mary Richardson riuscì ad infliggervi alcuni squarci con un coltello, per protestare contro l’arresto, avvenuto la sera prima, della leader del movimento Emmeline Pankhurst.

Lo fece, disse, perché non gradiva «il modo in cui gli uomini guardavano l’opera a bocca spalancata tutto il giorno». Per fortuna il quadro fu poi perfettamente restaurato.

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5. Henri Matisse – La danza

Concludiamo con un’opera moderna, perché il nudo non è solo argomento di secoli fa. Certo è, però, che oggi il nudo artistico è mutato profondamente, come d’altronde è mutata l’arte. Non c’è infatti più bisogno di realizzare quadri o statue realistiche; per quello ci sono la fotografia e il cinema.

L’arte quindi può oggi permettersi di trasfigurare i corpi e i nudi. E nel corso del Novecento l’ha fatto spesso. Pensate ad esempio a certi quadri di Pablo Picasso, come Les Demoiselles d’Avignon, in cui i corpi sono filtrati attraverso una tecnica che stava marciando verso il cubismo.

Oppure a certe opere emaciate, dolenti e quasi macabre di Egon Schiele, morto purtroppo troppo presto per poter sviluppare ulteriormente le sue idee. Noi però abbiamo scelto un altro quadro, contemporaneo comunque a questi due citati e a molti altri: La danza di Henri Matisse.

Anzi, sarebbe meglio parlare di quadri al plurale. Sotto questo nome, infatti, esistono due tele firmate dal celebre pittore francese. La prima, realizzata nel 1909, è oggi conservata al MoMA di New York; la seconda, invece, datata 1910, si trova al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Dinamismo, musica e corpo

In quegli anni, Henri Matisse era forse il capofila dell’arte francese. Era stato il nome più importante di un movimento – quello dei Fauves – che si era sviluppato rapidamente e altrettanto rapidamente sembrava essere finito, ma che avrebbe lasciato una pesante influenza su tutte le avanguardie del periodo.

Nella Parigi di inizio ‘900, che cominciava ad essere popolata da una miriade di artisti, Matisse – che andava verso i 40 anni d’età – era in un certo senso il grande vecchio. A lui si ispiravano, e con lui rivaleggiavano, Picasso e Braque, ma anche letterati e collezionisti come Gertrude Stein.

La seconda versione de La danza, forse il capolavoro più famoso di Henri MatisseIl quadro che vedete qui sopra è la seconda e più celebre versione dell’opera, che Matisse dipinse per il collezionista russo Sergei Shchukin, che da anni lo finanziava. In realtà doveva fare il paio con un’altra tela, realizzata in contemporanea, intitolata Musica.

Usando una colorazione tipica del fauvismo ma lasciandosi anche influenzare dall’arte primitiva, Matisse riuscì a realizzare quello che è considerato il suo capolavoro, un quadro che apriva all’arte astratta e alla compenetrazione di pittura e musica. Non a caso, questo dipinto è spesso stato associato alla Sagra della primavera di Stravinskij [1].

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Note e approfondimenti

[1] Se non la conoscete, potete ascoltarla qui.

 

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