Se c’è un artista che più di tutti ha segnato la seconda metà del Novecento, non solo per le opere prodotte ma anche e soprattutto per il suo ruolo e la sua figura, quello è stato probabilmente Andy Warhol. Nato nel 1928 a Pittsburgh da una famiglia di immigrati slovacchi, si iniziò a interessare all’arte negli anni Cinquanta, quando si era da poco trasferito a New York, che divenne per qualche decennio indubbiamente la sua città.

La carriera prese avvio nel campo della pubblicità, nel quale poté sperimentare l’uso innovativo della serigrafia; ma è soprattutto dal 1962 che cominciò a dedicarsi all’arte vera e propria, non cambiando per la verità più di tanto i soggetti delle sue opere (continuava pur sempre a rappresentare hot dog e icone pop) ma proponendole nelle gallerie d’arte e nei musei.

In quegli anni, il suo fu principalmente un tentativo di rappresentare le icone americane in senso ampio: nelle sue tele trovavano spazio biglietti da un dollaro, bottiglie di Coca-Cola, sedie elettriche, i celeberrimi barattoli della zuppa Campbell’s ma anche i volti dello star system (dei quali, da bambino, faceva la collezione), come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Marlon Brando, Muhammad Ali ed Elizabeth Taylor.

Visto che la produzione di opere di Andy Warhol fu, nonostante la sua prematura scomparsa, veramente sterminata, abbiamo quindi deciso di partire nell’esplorazione di questo grande esponente della Pop Art dai quadri che rappresentano proprio questi divi, dello spettacolo ma anche della politica e dell’arte, per tracciare un percorso che spazia dagli anni Sessanta fino a poco prima della sua morte.

 

Marilyn Monroe

Il mito che sopravvive alla morte

Marilyn MonroeIl 5 agosto 1962, ad appena 36 anni d’età, la diva Marilyn Monroe veniva trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, a Los Angeles. Per anni si sono formulate le più fantasiose ipotesi su quel triste destino, ma di fatto quella morte, forse più ancora della sua stessa carriera, la consegnò al mito.

La notizia colpì profondamente anche Warhol, che al fascino dei miti era più che sensibile; e per questo il giovane artista subito si mise all’opera realizzando una serie di tele che, in certi casi, sono entrate nell’immaginario collettivo, associate alla figura tragica di Marilyn tanto quanto la scena dell’ukulele di A qualcuno piace caldo o quella della grata di Quando la moglie è in vacanza.

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Quattro, in particolare, sono le opere che Warhol realizzò subito nel 1962: forse la più importante è il Dittico di Marilyn (Marilyn Diptytch), conservato alla Tate Gallery di Londra e che nel 2004 una serie di cinquecento artisti e critici ha definito la terza più influente opera d’arte moderna; importante è anche la cosiddetta Gold Marilyn Monroe, che richiamava volutamente le antiche icone bizantine, oggi esposta al MoMA di New York e realizzata, come il dittico, a partire da un’immagine pubblicitaria usata per il film Niagara; molto simili a quest’immagine che offre uno sfondo completamente dorato sono anche le due opere successive e forse ancora più celebri di Warhol, la Lemon Marilyn, che fu esposta nella prima mostra personale di Warhol a New York, e la Marilyn Monroe ripetuta in varie copie serigrafiche colorate sempre con colori molto forti.

Il modello comunque verrà ripreso più volte da Warhol per tutti gli anni Sessanta.

 

Eight Elvises

Elvis Presley vestito da cowboy

Eight Elvises, ritratto di Elvis PresleyNel 1963, appena un anno dopo la sua prima mostra personale, Andy Warhol era già considerato il capofila della Pop Art newyorkese, nonostante la sua arte non fosse vista di buon occhio né all’esterno, né a volte all’interno del movimento stesso.

L’accusa principale che veniva rivolta al nativo di Pittsburgh era quella di essersi “commercializzato” troppo, accusa che probabilmente lui considerava un complimento.

Per tutti i primi anni ’60 continuò così a cavalcare l’onda del successo delle sue prime serigrafie su Marilyn, realizzando nel 1963 una grande tela di più di undici metri composta di sedici riproduzioni serigrafiche di Elvis Presley, realizzate a partire ancora una volta da un’immagine pubblicitaria prodotta per il film Stella di fuoco del 1960.

La tela, esposta a Los Angeles, fu poi smembrata e se ne ricavò questa Eight Elvises, lunga tre metri e settanta e alta due, che fu acquistata dopo qualche anno da Annibale Berlingieri, un collezionista romano; la stessa opera fu messa all’asta nel 2008 dopo essere stata lontanissima dalle scene per quarant’anni e venduta alla cifra record di cento milioni di dollari ad un altro collezionista privato del quale non si conoscono le generalità.

 

Silver Liz

La tristezza di Elizabeth Taylor

Silver Liz, ritratto di Elizabeth TaylorSempre nella mostra losangelina del ’63 Warhol portò un’altra tela dedicata alle icone hollywoodiane destinata a diventare celebre: si trattava della Silver Liz che vedete riprodotta qui di fianco e che ritrae ovviamente Elizabeth Taylor, in quel periodo all’apice della sua carriera.

Realizzata anche questa con la tecnica della serigrafia a partire da un’immagine pubblicitaria (in questo caso quella di Venere in visone, film girato controvoglia prima di Cleopatra e che le fruttò a sorpresa il suo primo Oscar come attrice protagonista), vide l’aggiunta anche di vernici spray e per la prima volta cercava di cogliere nel volto di una delle sue icone pop un sentimento che andasse al di là del mito.

Dopo le riprese di Venere in visone, infatti, la Taylor, stressata e insofferente, si ammalò di polmonite e nella tela di Warhol infatti i colori slavati e malinconici sembrano esaltare il carattere triste del volto della diva.

Il quadro, un quadrato di circa un metro di lato, è ora esposto all’Andy Warhol Museum di Pittsburgh.

 

Mao

Il ritratto tratto dal Libretto rosso di Mao Tse-Tung

Mao, ritratto di Mao Tse-TungSaltiamo ora agli anni Settanta, lasciando indietro in un sol colpo l’immensa popolarità che Warhol aveva guadagnato sul finire del decennio precedente ma anche le pericolose vicissitudini personali, culminate nell’attentato che subì nel 1968 da parte di Valerie Solanas, una femminista radicale con problemi psichici che aveva frequentato per un certo periodo la Factory, cioè lo spazio che Warhol condivideva con vari giovani artisti newyorkesi.

Nel nuovo decennio Warhol, ormai artista affermato, non aveva più molto da innovare e cercò piuttosto di trarre profitto dalla fama che si era creato negli anni precedenti: si mise a dipingere ritratti su commissione – per la famiglia dello Scià di Persia ma anche per attrici e musicisti celebri – e a concedere interviste in cui esaltava il ruolo del business artistico.

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Nel 1973 decise quindi, probabilmente per attirarsi anche l’attenzione dei mass media, di dedicare una delle sue serigrafie a Mao Tse-Tung, il leader cinese che da poco era ritornato a esercitare il potere nel suo paese in seguito alla Rivoluzione culturale. L’intento di Warhol, secondo le sue parole di allora, era quello di stigmatizzare la mancanza di creatività che sembrava emergere, stando alle cronache, dalla società cinese dell’epoca.

La serigrafia, che comunque rispetto ai lavori precedenti presenta un uso del colore molto più forte grazie all’utilizzo di ampie pennellate, rielaborava un’immagine tratta dal famoso Libretto rosso di Mao.

 

Self-portrait

L’ultimo ed evocativo autoritratto

Self-portrait di Andy WarholNonostante una vita costantemente sotto i riflettori e l’attentato di cui abbiamo già parlato, che lo aveva ridotto in fin di vita e – a detta degli amici – lo aveva trasformato in una persona costantemente timorosa di subire violenze e di essere uccisa, Andy Warhol morì in maniera piuttosto assurda, a causa di un banale intervento chirurgico alla cistifellea.

Era il 1987 e l’artista aveva cinquantotto anni; negli ultimi tempi si era dato, tra le altre cose, a rivisitare grandi classici del passato come L’ultima cena di Leonardo da Vinci e a recitare in varie produzioni televisive più o meno commerciali (comparve ad esempio nel duecentesimo episodio di Love Boat e in vari spot TV).

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Nel 1986, comunque, aveva eseguito anche il più celebre dei suoi autoritratti, che abbiamo deciso di inserire in questa cinquina perché ormai anche lui era diventato una celebrità, un’icona; un autoritratto realizzato in realtà come al solito in varie versioni (una in verde, una in blu, una in viola, una in giallo e una in rosso), ma che a posteriori rappresenta la sua ultima riflessione sulla vita e la morte dei divi, forse anche perché, come ha notato più di qualcuno, lo sguardo di questo autoritratto dà l’impressione di una presenza che, angosciata e angosciante, possa andare anche oltre la morte.

Come diceva lo stesso Warhol, «dipingo immagini di me stesso per ricordarmi che sono ancora in giro»: in questo caso, anche per ricordarlo agli altri, nonostante i fatti della vita.

 

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