«Ma tu suoni? Canti? Hai studiato musica?» Questo è il tipo di domanda che soltanto chi esprime il proprio amore per l’opera si sente fare. Sei nel bel mezzo di una tirata comparativa sui meriti vocali dei tuoi baritoni preferiti ed ecco che l’interlocutore, con l’occhio velato della sonnolenza pomeridiana, ti chiede di motivare il tuo interesse, magari con un coinvolgimento professionale.

La risposta onesta è: «No, non canto e di questo dovresti essermi molto grato, semplicemente Puccini mi fa l’effetto che a te fanno i Nirvana, la coppa UEFA, il parapendio e il cioccolato fondente». Questo tipo di interazione non si verifica per nessun’altra forma d’arte. Avete mai visto i visitatori di una galleria d’arte chiedersi a vicenda: «Ma tu dipingi? No? E allora che cosa ci fai davanti a questo Van Gogh?» Il problema è che, nella storia dell’opera, qualcosa è andato terribilmente storto.


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L’opera, come tutte le arti, richiede un livello sovrumano di preparazione e abilità da parte di chi la mette in atto, così che chi assiste, indipendentemente dalla sua competenza tecnica, possa essere travolto da alcuni dei messaggi artistici più complessi e intensi mai creati. Quello che fa sembrare l’opera un genere ostico per una sensibilità contemporanea è il fatto che non si tratti di un prodotto di rapido consumo. Non è suddivisa in episodi da trenta minuti e non si può guardare o ascoltare mentre si controlla la mail sullo smartphone.

L’opera richiede la nostra attenzione e la disponibilità a lasciarsi trasportare e in cambio ci offre una delle esperienze più emozionanti che si possano vivere. Una conoscenza più o meno approfondita della musica o del contesto storico possono arricchire l’esperienza dell’ascolto, ma non sono affatto indispensabili. Chiunque cerchi di insinuare il concetto che non si possa ascoltare o comprendere un’opera senza essere almeno musicologi non solo sta mentendo, ma probabilmente non ha mai veramente apprezzato un’opera in vita sua.

Questo articolo è pensato per due categorie di persone. Da una parte è un invito a chi pensa di “non saperne abbastanza” per accostarsi all’opera: non è un esame, rilassatevi e godetevi lo spettacolo. Dall’altra è un manuale per chi, come me, va spesso e volentieri a teatro da solo perché ha soprattutto amici che non si ritengono “tipi da opera”: usate questi titoli per attirare i vostri conoscenti e condividere con loro la vostra ossessione.

 

Tosca di Giacomo Puccini

Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa

Spesso considerato il più pop fra i melodrammi, questo capolavoro pucciniano è stato stato più volte sminuito dai critici e considerato troppo “facile”. Naturalmente questa è proprio l’attitudine che vogliamo evitare. La Tosca è, rispetto ad altre opere, una narrazione più immediata, diretta ed essenziale e quindi in grado di comunicare il suo messaggio a un pubblico contemporaneo con la stessa efficacia della sua prima rappresentazione, avvenuta a Roma il 14 gennaio del 1900.

L’azione è un archetipo senza tempo: l’amore contro il potere, la passione impetuosa e sincera contro l’inganno, la libertà contro l’oppressione. I fatti si svolgono nella Roma del 1800, scossa dalle tensioni fra i rivoluzionari sostenitori di Bonaparte e della ormai defunta Repubblica Romana e i rappresentanti del potere restaurato, ovvero lo Stato Pontificio. Il dramma originale di Victorien Sardou, dal quale è stato tratto il libretto, era assai più complesso e ricco di personaggi, ma l’opera si concentra su tre figure principali rappresentate a tinte vivide e indimenticabili. Il pittore Mario Cavaradossi, repubblicano e impegnato ad affrescare le volte della chiesa di Sant’Andrea della Valle; la sua amante Floria Tosca, cantante dal temperamento sanguigno, e il Barone Scarpia, capo della polizia il cui massimo desiderio è quello di fare arrestare e fucilare Cavaradossi e conquistare Tosca.

La quarta grande protagonista di quest’opera è Roma, la cui presenza vibra in ogni nota e in ogni virgola del testo. Non c’è regia teatrale creativa che riesca a non rendere la Tosca un’opera marcatamente romana. Per quanto si provi a trasporla in altri luoghi e in altre epoche, basta il canto leggero del pastorello all’inizio del terzo atto per ricordarci esattamente dove ci troviamo.

Il bel Mario non tarda a dare al Barone una buona scusa per arrestarlo: nel primo atto, infatti, si offre di nascondere un prigioniero politico appena fuggito dalle prigioni di Castel Sant’Angelo. Scarpia, che è un uomo astuto ma soprattutto un sadico, scorge in questa situazione un’opportunità imperdibile per raggiungere entrambi i suoi scopi. Una volta fatto arrestare il pittore, lo fa torturare per conoscere il nascondiglio del fuggitivo e costringe Tosca ad ascoltarne le urla, per ottenere da lei le informazioni che Cavaradossi si rifiuta di rivelare. Quando il pittore viene condannato a morte, Scarpia promette a Tosca di graziarlo in cambio del favore più antico del mondo.

I tre personaggi principali di quest’opera hanno due caratteristiche comuni: sono tutti bugiardi e tutti muoiono in modo orribile. Mario Cavaradossi mente per proteggere il compagno di lotta che ha nascosto nel giardino della propria casa, Scarpia mente quando dice di aver concesso la grazia al prigioniero, Tosca mente quando finge di accettare la profferta di Scarpia. Queste tre bugie si susseguono l’una all’altra e danno inizio alla rapida sequenza che porta alla morte di tutti i protagonisti.

Tosca sembra lanciarsi fra le braccia di Scarpia, ma nasconde un coltello con il quale uccide il Barone, per poi precipitarsi dal suo Mario. Il capo della polizia ha promesso al pittore una finta esecuzione, con armi a salve, ma naturalmente ha mentito. Cavaradossi viene fucilato davvero e Tosca ha appena il tempo di piangerlo che le guardie del castello, avendo trovato il corpo di Scarpia, corrono ad arrestarla. La cantante reagisce in modo misurato, gettandosi da Castel Sant’Angelo.

La Tosca è un’opera breve: i suoi tre atti messi insieme durano meno del primo atto del Tramonto degli dei di Wagner, per esempio. L’equilibrio di quest’opera è simile a quello di un quadro: ci sono tutte le pennellate che servono per rappresentare la scena e non una di più. A essere vicina alla nostra sensibilità non è soltanto la storia. La musica di Puccini è stata la fonte di ispirazione per gran parte delle colonne sonore cinematografiche almeno fino agli anni ’50 e ’60, così che ascoltandola per la prima volta anche un profano si sente inevitabilmente “a casa”. A essere familiari non sono solo le arie più celebri come Vissi d’arte o Recondita armonia, ma l’intera impostazione musicale dell’opera.

 

Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart

Libretto di Lorenzo Da Ponte

Don Giovanni è un’opera talmente moderna che, se HBO ne facesse una serie, qualcuno avrebbe da ridire sui suoi standard morali. Per capire esattamente quanto questo capolavoro sia rivoluzionario, può essere utile ricordare che nel XVIII secolo “tifare per il cattivo” non era un atteggiamento comune. Don Giovanni è un uomo orribile, è uno stupratore e un assassino, un bugiardo arrogante, che si prende tutto ciò che desidera senza rispetto neppure per gli amici e per i morti. È un mostro, ma noi non possiamo che seguire le sue azioni col fiato sospeso, sperando che alla fine si salvi.

L’opera si apre con il servo del protagonista, Leporello, frustrato dal fatto di dover lavorare duramente per un padrone ingrato. Quasi subito irrompe Don Giovanni che, mascherato, tenta di abusare della giovane Donna Anna. Il padre di lei, che noi conosciamo come il Commendatore, corre in soccorso della figlia e viene ucciso da Don Giovanni. Come possiamo non odiare un personaggio che esordisce commettendo due crimini? Semplice: perché nella scena successiva Don Giovanni ci fa ridere. Quello che fino a pochi secondi prima era un assassino, diventa il protagonista di un siparietto imbarazzante, nel quale Donna Elvira, che lui ha sedotto e abbandonato, cerca di obbligarlo a rispettare gli impegni presi. Don Giovanni, che non è tipo da accettare volentieri le responsabilità, scappa, lasciando a Leporello l’incombenza di spiegare la situazione.

Mentre Leporello distrae la gelosissima Donna Elvira, Don Giovanni si imbatte in un matrimonio di contadini e naturalmente decide di sedurre la sposa, Zerlina. Appare evidente che Zerlina per lui ha la stessa importanza che un coniglio può avere per un falco: lei è una popolana, lui un nobile che non si fa scrupoli a mentire spudoratamente e, quando le bugie non bastano, a cercare di ottenere ciò che vuole con la forza. Ma noi ancora non riusciamo a odiarlo. Il fatto che le sue prodezze riescano a farci ridere è l’unico motivo? Naturalmente no.

Il confronto con gli altri personaggi non è così sfavorevole per Don Giovanni. C’è Don Ottavio, il fidanzato di Donn’Anna, che passa l’intera opera a fare solo due cose: promettere grandi gesti eroici che regolarmente non compie e chiedere ad Anna di concedergli “il suo amore”, cosa che lei rifiuta sistematicamente di fare. Volendo si potrebbe trovare indelicata una simile richiesta, fatta a una donna che ha appena subito un tentativo di violenza e perso il padre, ma questo vorrebbe dire forzare i nostri canoni morali su un’epoca che ne aveva di completamente diversi.

Anche per gli standard del 1700, tuttavia, Don Ottavio non è esattamente un eroe, così come non lo è Masetto, il legittimo sposo di Zerlina, i cui tentativi di riparare ai torti subiti falliscono miseramente. Zerlina stessa, che dovrebbe essere una vittima, non ci presenta una condotta morale esemplare. La seduzione di Don Giovanni non le dispiace affatto e non ci penserebbe due volte ad abbandonare il povero Masetto sull’altare, se non arrivasse Donna Elvira ad avvisarla che Don Giovanni è un seduttore seriale che non ha alcuna intenzione di sposarla.

Solo allora la bella contadina ritorna dal marito e lo convince a perdonarla con un’aria che è un capolavoro di aggressività passiva. Don Giovanni, in tutto questo, è sempre meravigliosamente coerente: la sua filosofia di vita resta “viva le femmine, viva il buon vino” e di questa scelta non si pente neppure quando gli si spalanca davanti la bocca dell’inferno. È un mostro affidabile.

A guidare la nostra reazione emotiva è, ovviamente, la musica, che si schiera dalla nostra parte e ci racconta sempre un’altra verità. Mentre Don Giovanni tenta viscidamente di sedurre Zerlina, la musica raggiunge picchi di dolcezza purissima. Beethoven fu addirittura offeso dal fatto che una musica così soave accompagnasse un’azione tanto immorale. La musica di Mozart sbeffeggia con i toni del buffo la seriosità dei censori e celebra con accenti gloriosi l’arroganza di Don Giovanni. La musica, nella parte di un terrorizzato Leporello, rende quasi comica l’apparizione di uno spettro che viene a promettere terribili punizioni al protagonista.

Il Don Giovanni è stato definito “l’opera perfetta”, eppure la sua prima caratteristica è quella di sfuggire ai canoni del proprio genere. Presentata come “dramma giocoso”, quest’opera è assai meno leggera delle altre appartenenti alla categoria, che narrano vicende sentimentali coronate da un lieto fine. Nel Don Giovanni il “lieto fine” consiste nella giusta punizione del protagonista, che viene fisicamente trascinato all’inferno e lascia la scena urlando. Tutti gli altri personaggi rientrano in scena e commentano allegramente su come i malvagi facciano la fine che meritano, ristabilendo così l’equilibrio morale del mondo.

 

La traviata di Giuseppe Verdi

Libretto di Francesco Maria Piave

La traviata è forse la più popolare fra le opere ed è praticamente impossibile ignorarne le arie più celebri – prima fra tutte Libiamo ne’ lieti calici. Si tratta dell’adattamento del romanzo di Alexandre Dumas figlio La signora delle camelie, capolavoro della letteratura scandalistica dell’epoca. La storia segue le vicende di Violetta Valery, una celebre cortigiana che si lega sentimentalmente ad Alfredo Germont, rampollo di buona famiglia. I pregiudizi dell’epoca separano i due amanti, che saranno riuniti soltanto sul letto di morte di Violetta, consumata dalla tisi.

La traviata è un melodramma da manuale: non c’è spazio per le sfumature buffe del dramma giocoso. Siamo in pieno romanticismo e i nostri protagonisti sono tormentati, scossi da passioni tumultuose, passano dall’amore alla disperazione alla furia, si abbandonano a piaceri proibiti e compiono sacrifici supremi. Il giovane Alfredo non si limita a desiderare Violetta e a diventare uno dei suoi numerosi amanti: ne è sinceramente innamorato e, contro ogni aspettativa, i due si ritirano a vivere serenamente il loro amore in campagna.


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La dura realtà si abbatte sul loro amore nella forma del padre di Alfredo, Giorgio Germont, che richiama all’ordine il figlio. Il matrimonio della sorella di Alfredo, infatti, rischia di andare a monte proprio a causa della convivenza peccaminosa dei due amanti, che costituisce un disonore per la famiglia. Per il bene dell’amato, Violetta si sacrifica e lo lascia, poiché sa che Alfredo non prenderebbe mai la decisione di abbandonarla. Il gesto eroico della cortigiana è reso ancora più nobile dalla consapevolezza che la sua vita sta volgendo al termine. Trasfigurata dall’amore, dopo un’esistenza dedita alla ricerca del piacere, Violetta sceglie di vivere in solitudine gli ultimi giorni che le restano.

Il fatto di trovarci di fronte a un classico della forma romantica, tuttavia, non deve farci pensare di avere a che fare con personaggi stereotipati. Giorgio Germont, per esempio, non è una figura autoritaria arida o insensibile, ma piuttosto un onesto realista. Spinge la cortigiana a lasciare il figlio Alfredo, ma non tollera che questi la offenda in pubblico.

Quello che la società non perdona a Violetta non è tanto il fatto di essere una donna dalla morale non tradizionale, ma il fatto di voler cambiare, per vivere una normale, tranquilla storia d’amore con un solo uomo. I costumi e le tradizioni, che impongono alle giovani coppie matrimoni combinati per interesse, non accettano che chi vive ai margini delle convenzioni possa rientrarvi.

In quest’opera l’amore non trionfa. L’amore perde clamorosamente e agli amanti resta la sola consolazione di potersi riconciliare un attimo prima che giunga l’altra grande protagonista della narrazione romantica: la morte. Verdi ci racconta questa storia attraverso una musica scintillante come le coppe di champagne che traboccano nel brindisi, ma anche tenue e disperata come gli ultimi respiri dell’eroina morente.

La prima rappresentazione della Traviata fu un fiasco. L’opera di ambientazione contemporanea era troppo diversa dal melodramma storico che andava per la maggiore, la storia troppo scabrosa e controversa, l’analisi della psicologia femminile troppo insolita, il soggetto troppo borghese e troppo poco patriottico. Così si difese Verdi, in una lettera scritta in seguito a un altro fiasco della sua opera al San Carlo di Napoli: «…se si può morire di veleno o di spada, perché non si può morire di tisi o di peste? Tutto ciò non succede forse nella vita comune?»

 

Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini

Libretto di Cesare Sterbini

L’ouverture de Il barbiere di Siviglia è uno dei brani classici più noti e chi è stato bambino negli anni ’80 la associa inevitabilmente a una esilarante sequenza animata di Bugs Bunny. C’è da supporre che Rossini non avrebbe disapprovato, dal momento che, pur non essendo esattamente un innovatore, non mancava di ironia.

L’anziano medico Don Bartolo vuole sposare la sua giovane e ricca protetta Rosina, fin troppo corteggiata. La ragazza, tuttavia, è assai più interessata alle avances di quello che crede essere uno studente squattrinato e che in realtà è un giovane conte donnaiolo. Ad aiutare la coppia nell’impresa amorosa è Figaro, barbiere tuttofare, nonché il personaggio più popolare dell’opera di tutti i tempi. Equivoci, errori, travestimenti e trovate comiche scorrono con leggerezza, regalandoci arie indimenticabili che anche chi non ha familiarità con l’opera ha ascoltato mille volte.

Il Barbiere è una macchina comica perfetta al punto che, davanti a una buona esecuzione, non è raro che le platee dei teatri scoppino a ridere. L’opera buffa in sé ha rappresentato una rottura e una liberazione dagli schemi dello stile barocco. Alle complicate architetture melodiche, che richiedevano abilità vocali sovrumane, si sostituiscono costruzioni armoniche che degli interpreti valorizzano soprattutto l’espressività.

Anche i temi cambiano: la nobiltà, la morale e il disegno divino lasciano spazio alle vicende quotidiane, comiche o assurde, che vedono protagonisti personaggi della borghesia. Figaro è l’incarnazione perfetta di questo cambiamento: è abbastanza furbo da mettersi al di sopra della nobiltà, ma è anche abbastanza goffo da non riuscire arrogante. È irriverente ma simpatico, avido ma brillante e le sue trovate trascinano l’azione di tutti gli altri personaggi.

Rossini non ha nessun intento rivoluzionario nel tratteggiare questo personaggio: il compositore pesarese portava con sé tutti i retaggi del secolo precedente e si era formato nel modo più classico, nutrendosi di barocco e ascoltando i castrati nei più noti teatri italiani. Il suo unico scopo, raggiunto con la maestria propria del suo raffinato genio, era quello di divertire il pubblico. Probabilmente è proprio la semplicità dell’intento a rendere immortale il Barbiere. Per due ore e mezzo, nessuno cerca di insegnarci nulla: i personaggi e le loro storie esistono solo per intrattenerci e gli strumenti più sofisticati della tecnica musicale sono messi al servizio del nostro divertimento.

Come nel caso della Traviata, anche la prima rappresentazione del Barbiere, avvenuta nel 1816 a Roma e diretta dallo stesso Rossini, fu un fiasco, ma fin dalle repliche immediatamente successive l’opera si consacrò come un successo senza precedenti, tanto da essere ancora oggi una delle opere più rappresentate al mondo.

 

L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti

Libretto di Felice Romani

Per essere un’opera buffa, l’Elisir ha una particolarità: la sua aria più famosa è l’unica aria malinconica di tutta la rappresentazione. Si tratta di Una furtiva lagrima, struggente canto d’amore al quale il protagonista Nemorino si abbandona, quando spera di riuscire a conquistare la bella Adina.

Facciamo un passo indietro: a differenza di molte eroine classiche Adina risulta difficile da conquistare, prima di tutto perché non vuole essere conquistata. La sua vita di donna benestante scorre perfettamente serena senza una presenza maschile e non perché l’amore non le interessi. Piuttosto non le interessa il matrimonio. Adina sceglie di “cambiar d’amante” ogni giorno, senza legarsi a nessuno, preferendo la compagnia dei libri a quella di un marito, cosa che la rende assolutamente unica nel panorama operistico.

Questa donna che “legge, studia, impara” è oggetto dell’amore malinconico di Nemorino, che non è ricco e non è neanche particolarmente intelligente, ma è di buon cuore e soprattutto è ostinato come un mulo. Adina ha anche un altro pretendente, il sergente Belcore, convinto che il fascino della divisa lo renda automaticamente irresistibile.

Dal momento che Adina deride apertamente entrambi i propri spasimanti, non ci sarebbero i presupposti per un triangolo amoroso, se non fosse per l’arrivo in città del Dottor Dulcamara. Questo loschissimo truffatore si aggira per i villaggi vendendo presunti rimedi miracolosi, che sono in realtà comunissime bottiglie di vino. Nemorino che, come abbiamo detto, non è una cima, si precipita a chiedere al ciarlatano un elisir d’amore e Dulcamara, che ha un certo fiuto per i gonzi, gli vende una bottiglia di bordeaux promettendogli l’amore di tutte le donne del mondo.

Nemorino, felice come una pasqua, si ubriaca in solitudine invece di dare il tormento alla povera Adina, la quale prova per la prima volta la sgradevole sensazione di non essere desiderata e inizia a sviluppare una certa attrazione per Nemorino. Per farlo ingelosire, non trova di meglio che accettare precipitosamente la proposta di matrimonio di Belcore. I due saranno riuniti, come prevede l’immancabile lieto fine, dopo una serie di equivoci esilaranti.

Il genio di Donizetti brilla attraverso tutta l’opera, ma è particolarmente evidente nelle pieghe e nelle sfumature. L’Elisir si inserisce, senza pretese di innovazione, nella tradizione del buffo ed è in grado di strapparci più di qualche risata, lasciando ampio spazio alle trovate registiche più creative, eppure nel tessuto musicale c’è qualcosa di più. Un sottofondo di tenerezza e malinconia, che si esprime al massimo nella già citata aria di Nemorino, ma che vibra discretamente in tutta la composizione.

Quest’opera, che è considerata il capolavoro di Donizetti, fu composta in un tempo brevissimo, identificato da alcuni in un mese e mezzo e da altri in sole due settimane, e fu rappresentata per la prima volta a Milano nel 1832, in sostituzione del lavoro di un altro compositore, che non era stato consegnato in tempo. Da questa fortunata coincidenza scaturì un successo strepitoso che si protrasse per oltre trenta repliche e consegnò l’Elisir alla storia.

 

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