Anarchismo: i 20 pensatori fondamentali e padri della corrente

Viaggio alla scoperta dei teorici dell'anarchismo

Quando a scuola, durante l’ora di storia o di filosofia, si comincia a trattare la figura di Karl Marx e tutto quel mare magnum di pensatori radicali e socialisti che emerse nella seconda metà dell’Ottocento, l’attenzione degli studenti spesso si rivolge anche verso Pierre-Joseph Proudhon, Michail Bakunin e l’anarchismo, che hanno sentito nominare e verso i quali provano una certa attrazione pur, sostanzialmente, non conoscendoli.

D’altro canto, l’anarchia come ideale politico e filosofico ha tutte le carte in regola per affascinare un giovane, che non vede l’ora di trovare qualcuno che possa dare un retroterra filosofico e organizzato a quel suo naturale sentimento di ribellione, di libertà, di rifiuto dell’autorità (poco importa che sia quella dei genitori, dei professori o dello Stato).

E però, nonostante questo interesse genuino, pochi se non pochissimi finiscono per approfondire la questione, preferendo un’adesione superficiale a non sanno bene nemmeno loro cosa.

Così quelli di Proudhon e Bakunin rimangono spesso solo dei nomi, mentre nulla si sa sull’evoluzione di una corrente di pensiero che non si è fermata alla metà dell’Ottocento, ma ha cercato di rinnovarsi, confrontandosi con problemi moderni e contemporanei.

Per fare un po’ di chiarezza sulla questione, ricostruiamo dunque a grandi linee la storia dell’anarchismo tramite il pensiero dei suoi padri nobili.

 

1. Max Stirner

Dovendo scegliere un criterio con cui ordinare i pensatori che abbiamo scelto di includere in questa lista, abbiamo deciso di affidarci al classico sistema cronologico, che non scontenta mai nessuno e permette in genere di dare una panoramica piuttosto esaustiva di un argomento.

Max Stirner in una caricatura giovanile effettuata da Friedrich EngelsMa se il padre dell’anarchismo è solitamente considerato Proudhon, con William Godwin suo antesignano, il più vecchio della nostra cinquina è in realtà Max Stirner, pseudonimo dietro al quale si nascondeva il tedesco Johann Caspar Schmidt.

Nato nel 1806 a Bayreuth, nel nord della Baviera, Max Stirner rappresenta una figura originalissima nell’ambito di un gruppo di pensatori già di per sé malvisti e considerati estremisti dal ceto intellettuale dell’epoca.

 
Talmente originale che lo stesso Stirner non si definì mai anarchico, negando qualsiasi teoria assoluta che finisse col suffisso “-ismo” (nazionalismo, statalismo, liberalismo, socialismo, comunismo, umanesimo, probabilmente – senza bisogno di citarlo direttamente – anche anarchismo), con la sola eccezione dell’egoismo, in senso psicologico ed etico.

Da Feuerbach a Nietzsche

La riflessione di Stirner, espressa soprattutto nel suo capolavoro L’unico e la sua proprietà (1844), parte infatti da Feuerbach, del quale riprende la critica a Hegel.

Al centro non deve per lui però esserci né l’Assoluto idealista, né l’Uomo di Feuerbach, che è ancora qualcosa di troppo indefinito a cui l’uomo singolo dovrebbe in un certo senso conformarsi. No, per Stirner al centro deve esserci l’Unico, cioè l’uomo particolare, unico e irripetibile, che deve essere punto di riferimento esclusivo del proprio mondo.

In una serie di riflessioni che avrebbero avuto una grandissima influenza anche su Nietzsche – che comunque, mentendo per timore di essere accusato di plagio, ribadì più volte di non conoscere l’opera di Stirner –, il pensatore tedesco chiede che ogni uomo ponga le proprie leggi e decida cosa fare della propria libertà.

Più che un anarchico, un teorico dell’egoismo

Così si può anche decidere di rinunciare ad essa, ma solo se questa rinuncia è frutto di una scelta libera e viene fatta in vista di un vantaggio, non di un’opposizione altrui.

Unirsi a una donna, ad esempio, implica una perdita di libertà, ma l’Unico può scegliere questa via a patto che lo faccia di sua volontà e in vista di un bene che lui – e non altri, né Chiesa né Stato né famiglia – vuole perseguire.

Per questo ognuno, nell’ideale di Stirner, agisce unicamente in vista dei propri scopi. Una società, ad esempio, non è detto che sia auspicabile, ma può sorgere se e solo se ognuno vi aderisce in vista di un proprio tornaconto, in quanto associazione di egoisti.

Per questo non chiede né propugna la rivoluzione né l’abolizione dello Stato, al quale semplicemente non riconosce legittimità.

 

2. Pierre-Joseph Proudhon

Dopo l’introduzione stirneriana passiamo ai padri “classici” della corrente, cioè Proudhon e Bakunin. Il primo, nato a Besançon nel 1809, veniva da una povera famiglia di fabbricanti di barili per birra e si era formato essenzialmente da autodidatta, acquisendo comunque una notevole cultura sia in ambito letterario che teologico.

Pierre-Joseph ProudhonTra il ’40 e il ’46 pubblicò poi i suoi capolavori, influenzati dalle prime idee socialiste che aveva avuto modo di scoprire a Parigi, Cos’è la proprietà? e Il sistema delle contraddizioni economiche.

In generale, Proudhon fu il primo a “sdoganare” il termine anarchico, che, creato durante la Rivoluzione francese, aveva avuto fino ad allora una connotazione fortemente negativa, trovandosi affibbiato a rivoltosi di vario orientamento.

 
Per lui l’anarchia era invece il bisogno di una società senza autorità, in cui non ci fosse nessun padrone al di sopra dell’individuo. Stato, Chiesa e capitale, infatti, secondo il francese erano tre facce della stessa medaglia, tre mezzi per imbrigliare l’uomo, sottometterlo e sfruttarlo.

La proprietà è un furto

In questo senso, e secondo un suo celebre motto, la proprietà era sempre un furto, non tanto perché chi la deteneva se la fosse presa tramite la violenza, ma perché il capitalista la sfruttava a proprio esclusivo vantaggio e a danno della collettività.

Autocrate di se stesso

Nell’ideale di Proudhon invece ogni uomo doveva diventare autocrate di se stesso, cioè padrone di sé e del proprio destino.

Un ideale che comunque con l’andar del tempo si sarebbe spostato da un rifiuto tout court dello Stato a, negli ultimi anni della sua vita, la proposta di un modello federativo in cui lo Stato avrebbe continuato ad esistere, cercando però di equilibrare l’autorità con la libertà.

Le polemiche

Negli anni le teorie di Proudhon sono ovviamente state ampliate e perfezionate, soprattutto sul piano della concretezza.

D’altro canto, sulla figura del pensatore francese si sono abbattute varie polemiche che ne hanno in parte inficiato la memoria, a causa di alcuni scritti minori e privati che hanno permesso di conoscere un uomo parzialmente diverso da come ce lo si sarebbe figurato sulla base dei suoi ideali egalitari.

Accusato di sessismo, in quanto propugnatore di una famiglia di impianto ancora molto tradizionale, era anche un profondo antisemita, tanto è vero che nei suoi diari e nelle sue lettere si scagliò spesso contro Marx proprio a causa della sua origine e, secondo alcuni, arrivò perfino a proporre l’espulsione di tutti gli ebrei dalla Francia o la loro uccisione.

 

3. Michail Bakunin

Dopo quelli che possiamo definire i fondatori del pensiero anarchico ottocentesco, addentriamoci ora nel periodo “più caldo” di quella fase storica, quegli anni della seconda metà del secolo in cui Marx, Engels, Mazzini, Bakunin e tanti altri teorici della rivoluzione si confrontavano lungo tutta Europa, ipotizzando il futuro dei vari paesi.

Michail Bakunin, uno dei più celebri padri dell'anarchismoMichail Bakunin era nato in Russia nel 1814 da una famiglia di proprietari terrieri. Si era avvicinato ai primi semi rivoluzionari a Dresda, dove si era trasferito per studiare la filosofia idealista e dove era venuto a contatto con le prime dottrine marxiane.

Arrestato perché coinvolto nei moti del 1849, fu prima condannato a morte e poi, con la pena commutata, all’ergastolo, scontato in parte in Siberia.

 
Fuggito nel 1861, si rifugiò prima in Italia (a Napoli) e poi in Francia, dove tradusse il primo libro de Il Capitale in russo ma dove cominciò anche a distaccare il suo pensiero da quello di Karl Marx.

Il rivoluzionario russo che andò oltre Marx

Se dal punto di vista economico tutto sommato condivideva le idee dei comunisti, in libri come Stato e anarchia si dimostrò infatti molto più dubbioso sui programmi delineati da Marx per lo Stato post-rivoluzionario.

I comunisti, infatti, pensavano che il proletariato avrebbe dovuto prendere il potere mantenendo in piedi, in un primo momento, lo Stato, imponendo la dittatura del proletariato.

Bakunin, invece, temeva – con una certa lungimiranza – la nascita di una nuova burocrazia proletaria che avrebbe finito per dominare il popolo allo stesso modo in cui prima faceva la borghesia.

Una rivoluzione spontanea

Inoltre secondo Bakunin la rivoluzione non doveva essere portata avanti da un’élite rivoluzionaria, come sosteneva Marx, ma doveva essere spontanea e popolare, coinvolgendo sia gli operai delle fabbriche che i contadini.

Infine essa doveva portare all’annullamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, tramite la nascita di libere associazioni autogestite dai lavoratori attraverso assemblee plenarie, similmente all’ideale comunista dei soviet. Con la differenza però fondamentale che un’associazione di associazioni non poteva imporre nulla all’associazione membra, che rimaneva essenzialmente libera.

 

4. Errico Malatesta

Dopo gli esordi dell’idea anarchica e lo sforzo teorico di Bakunin per differenziare questa dottrina da quella – allora dominante – del comunismo, addentriamoci ora nel periodo delle grandi lotte, e dei grandi attentati, anarchici.

Errico Malatesta in età avanzataVerso la fine dell’Ottocento, infatti, vari nuovi adepti decisero di passare dalle parole ai fatti, e se anche un’azione rivoluzionaria e popolare vera e propria era ancora impensabile, era comunque possibile organizzare e realizzare degli attentati isolati contro i rappresentanti del potere politico.

Solo in Italia, ad esempio, si registrarono nel giro di poco più di vent’anni due attentati ai danni del sovrano Umberto I, il primo compiuto da Giovanni Passannante nel 1879, e fallito, e il secondo da Gaetano Bresci nel 1900, riuscito.

 
Proprio in Italia, infatti, il movimento aveva trovato terreno fertile, a causa anche della situazione di arretratezza economica e di sfruttamento in cui vivevano le classi più popolari.

Il teorico italiano della volontà

Il principale anarchico italiano – e uno dei più importanti anche a livello europeo – del periodo fu sicuramente il campano Errico Malatesta, nato nel 1853, la cui vita fu troppo avventurosa per essere riassunta qui in poche righe.

L’influsso di Kropotkin

Dal punto di vista dell’elaborazione teorica, forte dell’influsso soprattutto di Bakunin e dell’amico (almeno per una certa fase della vita) Petr Kropotkin, Malatesta proponeva innanzitutto una distinzione tra anarchia e anarchismo.

La prima era l’ideale a cui si doveva tendere, la guida a livello di valori di tutto il movimento. Il secondo era invece la sua realizzazione pratica e contingente, che doveva inevitabilmente fare i conti con la realtà che si trovava davanti.

Ad esempio, per Malatesta era impensabile prevedere quando un popolo sarebbe stato pronto per la rivoluzione, e in che modo esso si sarebbe potuto sollevare, ma si sarebbe dovuto cercare di trarre profitto da ogni situazione, a volte spingendo anche avanti la rivoluzione con la violenza e poi abituando il popolo a uno stile di vita anarchico.

L’uso della violenza

La violenza, in questo senso, diventava inevitabile, anche se doveva essere usata per scopi precisi e circoscritti: celebre è infatti la condanna dell’italiano contro i primi episodi di “terrore anarchico”, cioè le prime stragi condotte secondo l’ideale.

La violenza doveva in ogni caso scagliarsi contro la dittatura ma anche contro la democrazia, che era un male inaccettabile in quanto comunque espressione del potere.

In ogni caso, la chiave di tutto – che ricorre anche con estrema costanza in tutti gli scritti e in tutte le riviste promosse da Malatesta – era la volontà: solo essa infatti, e non le condizioni economiche o sociali autonomamente, poteva spingere gli uomini alla rivoluzione e all’anarchia.

 

5. Benjamin Tucker

Concludiamo riprendendo almeno in parte le dottrine di Stirner da cui eravamo partiti, anche se parzialmente attualizzate.

Benjamin Tucker

Uno dei padri delle dottrine anarco-individualiste in epoca più vicina alla nostra fu infatti senza dubbio l’americano Benjamin Tucker, i cui ragionamenti proprio da Stirner – finalmente esportato, con notevole ritardo, anche al di fuori della Germania – presero avvio.

 
Nato nel Massachusetts nel 1854, Tucker fu per tutta la vita un propagandista delle idee anarchiche, spogliate però di qualsiasi elemento di violenza: il suo motto neither bullet, nor ballot (né proiettili, né voti) era la summa di uno dei primi ripensamenti degli ideali anarchici alla luce anche degli esiti violenti a cui avevano spesso portato in Europa.

Tramite vari libri e riviste, Tucker infatti proponeva una serie di disobbedienze civili come metodo per scardinare, certo con tempi incomparabilmente più lunghi, il sistema statale e per porre con forza la libertà e l’individualità del soggetto, per il quale l’anarchismo doveva essere una scelta di vita personale ed autonoma dagli altri.

La disobbedienza civile e lo sfruttamento dei consumatori

Traduttore di Spencer e di Stirner, ebbe un ruolo fondamentale perfino nella diffusione di Foglie d’erba, la celebre raccolta poetica di Walt Whitman, improvvisamente ritirata dal mercato a causa di alcune leggi censorie, che lui continuò a distribuire pubblicamente fino all’abolizione delle leggi stesse.

I quattro monopoli principali

Dal punto di vista teorico, d’altronde, Tucker identificava quattro monopoli principali, detentori di quel potere che l’anarchia doveva spazzare via: il monopolio di emissione di moneta, quello dei terreni, quello dei prezzi imposti dagli stati e quello sui brevetti.

Questi monopoli finivano per sfruttare non solo l’operaio e il lavoratore, ma perfino il consumatore, sul quale cadevano i rincari successivi di tutto il sistema finanziario.

Se infatti la banca centrale emetteva moneta (ed era l’unica a poterlo fare), essa poi sfruttava le banche ordinarie tramite il tasso di interesse, che a loro volta sfruttavano le aziende e le imprese tramite i prestiti, che erano quasi costrette a rincarare tutto sui consumatori, sulle cui spalle poggiava tutto lo sfruttamento del sistema.

Un’analisi insomma molto moderna, che è stata ripresa in tempi recenti anche per discutere di pirateria informatica e compenso degli autori, che comunque già all’epoca non mancò di influenzare pensatori ed economisti a volte anche lontani dagli ideali anarchici, sia negli Stati Uniti che in Europa.

 

Altri 15 padri dell’anarchismo, oltre ai 5 già segnalati

I cinque pensatori che vi abbiamo presentato sono sicuramente i nomi più noti e più importanti all’interno della filosofia anarchica. Non sono però gli unici: questa corrente politica ha infatti avuto precursori e continuatori che vanno probabilmente dal Cinquecento (e forse addirittura dall’epoca antica) fino ai giorni nostri. Ecco i principali.

 

Tommaso Moro

Tommaso Moro è ben lontano dall’essere davvero un padre dell’anarchismo, visto che la corrente non si sviluppò, come abbiamo detto, prima dell’Ottocento mentre lui si trovò a vivere nell’Inghilterra della prima metà del Cinquecento.

Ciononostante, nelle sue opere alcuni studiosi hanno visto delle anticipazioni del pensiero anarchico, o almeno di alcuni suoi aspetti. Basti pensare a Utopia, il suo libro più celebre e giustamente ricordato (anche perché coniò per la prima volta proprio questo termine che designa un sogno irrealizzabile), pubblicato nel 1516.

Sotto Enrico VIII

Grande umanista, si occupò di questioni politiche sotto il regno di Enrico VIII. Questo lo fece arrivare a grandi onori, ricoprendo anche la carica di Lord Cancelliere, ma il suo cattolicesimo lo portò anche a scontrarsi col sovrano e, infine, alla morte.

In Utopia vagheggiava l’ideale di uno stato perfetto in cui tutti i contrasti sociali erano stati risolti abolendo la proprietà privata e sancendo la libertà di parola, di pensiero e religiosa dei cittadini. Tutti lavoravano per i beni comuni e non esistevano denaro o ricchezze.

Marchese de Sade

Tra i precursori dell’anarchismo possiamo probabilmente annoverare anche il celebre Marchese de Sade, più noto per le sue opere erotiche che per le sue riflessioni filosofiche. Nato a Parigi nel 1740, era l’esponente di una famiglia di antica nobiltà ma col suo comportamento finì per rifiutare non solo il titolo, ma anche le antiche tradizioni.

Nella sua vita de Sade fu infatti soprattutto un libertino, dedito a pratiche sessuali che allora – e in parte ancora oggi – erano considerate scandalose, tanto che il suo nome è entrato nella leggenda e ha dato origine ad un aggettivo, “sadico“, che ben fotografa i suoi gusti.

Nella Rivoluzione francese

Oltre che personaggio di mondo e abile scrittore, de Sade si impegnò però anche in politica. Aderì infatti alla Rivoluzione francese e venne eletto anche alla Convenzione Nazionale, il parlamento istituito nei primi anni ’90, subito dopo il passaggio dalla monarchia alla repubblica.

In questa fase, in realtà, de Sade non manifestò un pensiero coerente, anche se si scagliò in maniera spesso veemente contro la nobiltà, il potere, lo schiavismo, lo Stato e soprattutto la religione. Aderiva infatti al materialismo ateo del tempo. I suoi discorsi, però, più che fornire indicazioni concrete si fermavano spesso alla provocazione.

 

William Godwin

Anche William Godwin è un pensatore vissuto a cavallo tra ‘700 ed ‘800 e difficile da inquadrare in un’unica corrente, ma sicuramente più coerente e filosoficamente rigoroso di de Sade. Nato non lontano da Cambridge nel 1756, aderì inizialmente al tardo illuminismo, ma poi si spostò su posizioni radicali e repubblicane.

Deluso dalla Rivoluzione francese, propose un modello fondato sul decentramento e sulla costruzione di libere comunità indipendenti che potessero autogovernarsi senza bisogno di un governo centrale. Grazie alla ragione, l’uomo sarebbe dovuto andare verso una democrazia diretta di stampo federale, individualista ma anche comunitaria.

Una famiglia celebre

Tra l’altro, Godwin riuscì a costruirsi una famiglia che ebbe un’influenza fondamentale sul pensiero non solo britannico. Sua moglie era infatti Mary Wollstonecraft, una delle prime femministe della storia, autrice del volume Rivendicazione dei diritti della donna.

Anche sua figlia ebbe però modo di farsi valere nella cultura del tempo. Mary Godwin è infatti più nota col nome acquisito dopo il matrimonio con Percy Bysshe Shelley, quello cioè di Mary Shelley. Fu lei l’autrice del celebre Frankenstein, uno dei capolavori della letteratura di ogni tempo.

Josiah Warren

Nella prima metà dell’Ottocento il pensiero anarchico, che stava ancora iniziando a delinearsi, varcò i confini della vecchia Europa e finì per sbarcare anche in America. Il primo vero anarchico americano viene solitamente individuato in Josiah Warren, vissuto a Boston tra il 1798 e il 1874.

Owen e Tucker

Inventore e musicista di grande talento, si appassionò al pensiero di Robert Owen, uno dei primi socialisti utopisti. Cercò di costruire varie comunità di autosostentamento, spostandosi però via via sempre più verso una forma di anarco-individualismo, che avrà una certa influenza sul pensiero anche di Benjamin Tucker.

Il suo contributo più sostanziale allo sviluppo del pensiero anarchico arrivò però nel 1833, quando fondò The Peaceful Revolutionist, che è considerato il primo giornale anarchico della storia. Qui ebbe modo di ospitare vari collaboratori ma anche di definire meglio il proprio pensiero.

Un pensiero in cui poté approfondire la sua teoria del prezzo – che doveva rigorosamente essere basato sulle ore di lavoro necessarie a produrre la merce, e non di più – e sull’importanza dell’educazione per la costruzione di una società più giusta.

 

Henry David Thoreau

Per Henry David Thoreau forse l’appellativo di anarchico può essere visto come una forzatura: fu infatti un pensatore originale e libero, difficile da inquadrare in un’unica corrente. La sua filosofia, e in un certo senso anche la sua stessa vita, furono però d’ispirazione per molti e vale quindi la pena di presentarle.

Nato non lontano da Boston nel 1817, si laureò ad Harvard e divenne amico di Ralph Waldo Emerson, altra figura di spicco del mondo intellettuale americano dell’epoca. Influenzato dalle filosofie orientali e da alcuni dolori della propria vita, nel 1845 si stabilì nei pressi del Lago Walden.

Walden, ovvero la vita nei boschi

Lì, lontano dalla civiltà, si stabilì in una capanna per scrivere, riflettere e vivere a contatto con la natura. Da quell’esperienza, durata due anni, nacque il saggio Walden, ovvero La vita nei boschi, che ebbe una profonda influenza sul pensiero americano.

Un altro scritto importante fu inoltre Disobbedienza civile, in cui raccontò la sua esperienza in carcere. In quegli anni infatti si rifiutò di pagare una tassa che il governo aveva imposto per finanziare la guerra contro il Messico. Questo lo portò in prigione, dove ebbe modo anche di riflettere sul ruolo oppressivo dello Stato.

Lev Tolstoj

Il nome di Lev Tolstoj è sicuramente più noto nel campo della letteratura che in quello della filosofia politica. Nato in Russia nel 1828 e lì morto nel 1910, fu infatti autore di alcuni dei più grandi capolavori dell’Ottocento, come Guerra e pace e Anna Karenina.

La riflessione che conduceva sui personaggi protagonisti delle sue opere, però, non era fine a se stessa. Tolstoj fu infatti anche un grande moralista e un filosofo a tutto tondo, capace di influenzare un’intera scuola di pensiero e personaggi di spicco anche del secolo successivo, come Gandhi e altri.

L’anarchismo cristiano

Soprattutto nell’ultima parte della sua vita Tolstoj si avvicinò infatti a quello che viene oggi definito anarchismo cristiano. Lui stesso non si riteneva anarchico, in un tempo in cui gli anarchici erano quelli che mettevano le bombe contro i sovrani, ma ammetteva la sua avversione allo Stato.

Come ebbe a scrivere, «[…] per ogni uomo sincero del tempo nostro, non può non essere evidente che il vero cristianesimo […] non può conciliarsi con lo stato, col suo dispotismo, con la sua violenza, con la sua giustizia crudele e con le sue guerre. Non solo il vero cristianesimo non permette di riconoscere lo stato, ma ne distrugge i principi stessi1».

 

Pëtr Alekseevič Kropotkin

Come Tolstoj anche Kropotkin era russo, e visse più o meno nello stesso periodo del grande scrittore (per la precisione tra il 1842 e il 1921). Lui però si può pienamente ascrivere alla corrente dell’anarchismo e in particolare dell’anarco-comunismo, di cui fu una delle prime e più importanti voci.

Nella I Internazionale

Nato a Mosca da una famiglia aristocratica, prestò da giovane servizio militare tra i cosacchi in Siberia. Qui si avvicinò agli ideali anarchici studiando anche zoologia, geologia e geografia, discipline che gli sarebbero poi tornate utili. In breve, strinse amicizia con Michail Bakunin e divenne una delle personalità più importanti della I Internazionale.

Fu più volte arrestato e riuscì ad uscire di prigione in certi casi evadendo, in altri grazie ad indulti e a petizioni di altri intellettuali. Visse in Svizzera, in Francia e in Gran Bretagna, oltre che ovviamente in Russia, e pubblicò molte opere in difesa dell’anarchismo.

Quando in Russia scoppiò la rivoluzione bolscevica vi rientrò, parteggiando per i socialrivoluzionari di Kerenskij, pur non accettando l’offerta di quest’ultimo di entrare nel suo governo. Quando i bolscevichi presero poi definitivamente il potere espresse vari dubbi sulla piega che stavano prendendo gli eventi, avvertendo il rischio della dittatura.

Francisco Ferrer y Guardia

Era invece catalano Francisco Ferrer y Guardia, una delle voci più importanti del florido movimento anarchico spagnolo. Nato nel 1859 nei dintorni di Barcellona, proveniva da una famiglia cattolica benestante, ma fin da giovane manifestò un animo insofferente all’autorità.

Autodidatta e repubblicano, fu costretto sul finire del secolo a riparare in Francia, tornando poi nel paese natale a partire dal 1901. A Barcellona aprì subito una scuola, che venne presto accusata dall’autorità di svolgere propaganda anarchica e venne quindi chiusa.

Le Scuole Moderne

Il suo impegno pedagogico però non si fermò: convinto dell’importanza di un’educazione non autoritaria, fondò una Lega Internazionale per l’Educazione Razionale e vide aprire nel mondo varie scuole basate sul suo modello (chiamate Scuole Moderne).

Da sempre guardato con sospetto dall’autorità, nel 1909 venne arrestato al culmine di una serie di scontri in Spagna. La legge marziale, imposta nel paese per reprimere le rivolte della “Settimana Tragica“, permise a un tribunale militare di condannarlo a morte pur in presenza di prove palesemente inconsistenti, e Ferrer venne fucilato nell’ottobre 1909.

 

Voltairine de Cleyre

Abbiamo deciso di intitolare questo articolo ai padri dell’anarchismo, ma in realtà questa corrente di pensiero ha avuto non solo padri, ma anche madri. Sono tre in particolare le donne che abbiamo deciso di presentarvi per il loro importante ruolo in questo campo: Voltairine de Cleyre, Emma Goldman e Simone Weil.

La prima nacque nel Michigan, negli Stati Uniti, nel 1866. Era figlia di un immigrato francese ammiratore di Voltaire e della figlia, americana, di un abolizionista che aveva passato la vita a far scappare gli schiavi neri verso il Canada, in cerca di redenzione.

Pacifista e attivista

A causa della povertà fu mandata a studiare dalle suore, nonostante la famiglia fosse di idee anticlericali. L’educazione repressiva dell’istituto, però, le lasciò un segno profondo e la convinse ad aderire agli ideali anarchici e pacifisti, come attivista e come educatrice.

La svolta definitiva nelle sue idee la ebbe leggendo tra l’altro Henry David Thoreau. A 36 anni fu aggredita da un ex allievo malato mentale, cosa che le lasciò dei problemi di salute. Morì 10 anni più tardi, ancora piuttosto giovane, di meningite.

Emma Goldman

Era americana e amica di Voltairine de Cleyre anche Emma Goldman, anche se quest’ultima era nata in Lituania (nel 1869) e si era trasferita negli Stati Uniti a 15 anni. Poco dopo l’arrivo negli States, però, cominciò a seguire le vicende dei capi anarchici locali, che venivano spesso arrestati e in alcuni casi impiccati dalle autorità.

Questo le provocò un crescente interesse verso l’anarchia, entrando in vari circoli e sindacati e tenendo discorsi a lavoratori russi e tedeschi. Nel 1892 il suo compagno, Alexander Berkman, compì un attentato contro l’industriale Henry Clay Frick, sparandogli vari colpi a bruciapelo. Frick si salvò, ma Berkman venne condannato a 22 anni di prigione.

Red Emma

Anche Emma finì presto in carcere per altre vicende, guadagnandosi la fama di donna più rivoluzionaria d’America e il soprannome di Red Emma. Dopo vari anni di attivismo, lei e Berkman – nel frattempo uscito di galera – vennero espulsi dagli Stati Uniti e si diressero verso la Russia, dove nel frattempo era scoppiata la rivoluzione.

Qui però i due si scontrarono presto coi bolscevichi, che avevano cominciato ad arrestare gli anarchici e a reprimerne il movimento. Anche l’incontro con Lenin non diede i frutti sperati, e presto i due lasciarono anche quel paese, cominciando a girovagare per l’Europa. Berkman poi si suicidò, mentre la Goldman si diresse in Canada, dove morì nel 1940.

 

Simone Weil

Il trittico delle donne si chiude con Simone Weil, che di sicuro fu la meno “politica” delle tre. O quantomeno quella dalle esperienze più variegate, tanto da essere oggi, a più di 70 anni dalla scomparsa, un esempio per anarchici ma anche per cristiani e mistici.

Nata a Parigi nel 1909, apparteneva a una famiglia borghese ebraica molto istruita (il fratello divenne un celebre matematico). Temprata a uno strenuo moralismo, si interessò alla filosofia e in particolare a quella di Marx, pur rigettando il dogmatismo dei partiti comunisti dell’epoca; allo stesso tempo, si avvicinò anche al mondo operaio.

Il litigio con Trockij

Dopo la laurea insegnò per qualche tempo alle superiori, ma presto venne etichettata come un’agitatrice politica. Si spostò per l’Europa e si avvicinò a vari ambienti della sinistra radicale, criticando però l’URSS e litigando con Trockij, che pure nascose nella sua casa parigina. Passò anche qualche tempo come operaia in fabbrica, per avvicinarsi alla condizione dei lavoratori.

Col passare degli anni scoprì anche una forma di misticismo religioso, che coltivò inizialmente in silenzio. Un misticismo che la avvicinava al cattolicesimo, ma quasi da estranea o esclusa, visto che non volle assoggettarsi alla chiesa come istituzione. Morì nel 1943 a seguito anche delle privazioni a cui si era sottoposta per gran parte della vita.

Albert Camus

Legato in un certo senso a Simone Weil fu anche Albert Camus, celebre scrittore e filosofo francese che fu il primo e più importante promotore (postumo) delle opere della scrittrice. Da parte sua, d’altra parte, Camus ebbe un’influenza profondissima sulla letteratura francese ed europea del secondo dopoguerra.

Nato in Algeria nel 1913, crebbe perlopiù ad Algeri. Da giovane entrò nel Partito Comunista Francese, più che altro per le sue posizioni antifasciste, ma ne fu cacciato nel 1937 sotto l’accusa di trotskismo, anche se in lui erano presenti principalmente tendenze anarchiche. Si trasferì in Francia durante la guerra e presto conobbe Jean-Paul Sartre.

Contro il nichilismo

Attivo nella Resistenza, si trovò ad occupare posizioni culturali di sempre maggior rilievo dopo la fine del conflitto. Ruppe poi con Sartre e con la sinistra tradizionale, con cui avrebbe avuto per molto tempo un rapporto conflittuale, aderendo a una versione personale dell’anarchismo, avversa a certe derive nichiliste.

Dal 1942 in poi pubblicò le sue opere più famose, come Lo straniero, La peste e i saggi Il mito di Sisifo e L’uomo in rivolta. Gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura nel 1957, ma scomparve poco dopo, nel 1960, in un incidente automobilistico.

 

Georges Brassens

Spostiamoci ora molto più avanti, quasi ai contemporanei. In Francia infatti nel dopoguerra l’ideologia anarchica è stata portata avanti più da un cantautore che da tanti letterati e filosofi: Georges Brassens. E allora a lui abbiamo deciso di dedicare uno dei punti della nostra lista.

Tra poesia e anarchia

Nato in Occitania nel 1921, era figlio di un muratore ateo. Non riuscì a concludere il liceo perché si fece espellere dalla scuola per piccoli furti, ma trovò da lavorare facilmente anche durante la guerra. Concluso il conflitto, si dedicò anima e corpo alla musica e alla poesia, abbracciando anche idee anarchiche.

Irriverente e in lotta contro ogni tipo di autorità, iniziò a comporre canzoni che turbavano il potere, che dileggiavano i gendarmi e i giudici e si schieravano apertamente dalla parte degli ultimi. Un po’ alla volta cominciò a farsi conoscere nei cabaret parigini e a metà anni ’50 era già famoso in tutta la Francia.

Antimilitarista e anarco-individualista, fu anche aspramente criticato da una parte dei giovani del ’68 parigino, che gli imputavano il fatto di non volersi schierare con una parte piuttosto che con l’altra. In ogni caso le sue condizioni di salute erano già peggiorate e Brassens aveva cominciato a comparire meno sulle scene. Sarebbe morto nel 1981.

Noam Chomsky

Arriviamo infine ai contemporanei, iniziando da Noam Chomsky, filosofo e linguista americano piuttosto noto sia per i suoi studi più tecnici, sia per le sue prese di posizione sulla politica statunitense. Nato nel 1928, è vicino al socialismo libertario e docente emerito di linguistica al MIT di Boston.

Nato a Philadelphia da una famiglia ebraica originaria dell’est Europa, studiò linguistica, filosofia e matematica in Pennsylvania. Negli anni ’50 entrò poi come assistente al Massachusetts Institute of Technology, a cui avrebbe poi legato il suo nome per tutta la vita.

Tra linguistica e politica

Dal punto di vista linguistico è celebre per la teoria della grammatica generativa, sviluppata a partire dalla fine degli anni ’50. Ma in corrispondenza dello scoppio della Guerra del Vietnam ha preso sempre più spesso posizione sulle grandi questioni della politica estera americana, criticandone di volta in volta i governi e i mass media.

È lui, ad esempio, ad aver sviluppato negli ultimi anni il concetto di “fabbrica del consenso“, accusando i media americani di effettuare una sostanziale manipolazione dell’opinione pubblica scegliendo – su pressione di determinate lobby – quali notizie far arrivare al pubblico e con quale risalto.

 

Michel Onfray

Forse l’esponente più interessante dell’anarchismo recente (o forse, come dicono alcuni, del post-anarchismo) è il francese Michel Onfray, filosofo e divulgatore piuttosto noto in patria anche per una non indifferente capacità oratoria che lo porta spesso a comparire in TV o sui giornali.

Nato nel 1959, ha lavorato da ragazzo in un caseificio e in una fabbrica, aderendo in quel periodo all’anarchismo, in una versione fortemente anti-comunista e anti-capitalista. Dopo la laurea in filosofia divenne insegnante, ma si dimise poi dall’incarico per fondare l’Università Popolare di Caen.

Per una sinistra dionisiaca

Si richiama, da allora, a Proudhon e Camus ma è anche molto attivo politicamente, trovandosi di volta in volta a criticare o appoggiare i vari esponenti di sinistra che emergono nella variegata scena politica francese. D’altra parte, sostiene l’idea di una nuova sinistra, che chiama “dionisiaca”, che sembra riprendere in parte Nietzsche.

Il tema che l’ha reso più noto è però probabilmente quello religioso. Nel 2005 ha pubblicato infatti il saggio Trattato di ateologia, che ha avuto un certo successo anche in Italia, in cui ha espresso idee fortemente anticlericali e dure sia verso il cristianesimo che verso l’Islam.

 

Note e approfondimenti

  • 1 La citazione è tratta da Il regno di Dio è in voi, opera del 1893; oggi la si può trovare qui.

 

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