C’è stato un tempo in cui il mondo veniva diviso in tre. Il cosiddetto primo mondo era quello formati dai paesi ad economia capitalista e a sviluppo avanzato, cioè Stati Uniti, Europa occidentale, Giappone, Australia, Canada. Il secondo mondo era quello dei paesi a economia pianificata, cioè sostanzialmente l’est Europa e la Cina. Il terzo mondo era tutto il resto, caratterizzato da un’estrema povertà e da una forte dipendenza nei confronti dei paesi più ricchi.

I cinque paesi dell’acronimo BRICS

Negli ultimi trent’anni tutto è cambiato. Il secondo mondo non esiste più: è improvvisamente precipitato nel terzo, anche se alcuni di quei paesi si sono pian piano avvicinati allo stile di vita e agli introiti del primo. E dal sud del mondo hanno cominciato – faticosamente – ad emergere nuovi soggetti, in grado di rivaleggiare almeno in parte col nord. Avrete sicuramente sentito parlare dei BRICS, i paesi che hanno una crescita rapidissima, ma molti altri si affacciano pian piano all’orizzonte.

Certo, queste conquiste non sono sempre durature. Se ad esempio si guarda la lista dei paesi con i maggiori incrementi a livello di PIL negli ultimi anni, si trovano anche Egitto e Libia, due nazioni che subito dopo la Primavera araba hanno visto un deciso miglioramento delle condizioni di vita e dell’economia, ma che oggi sono ripiombati più o meno nel baratro.

Questi miglioramenti repentini vanno quindi sempre presi un po’ con le molle. Ma ci sembrava utile fare il punto su quali fossero, attualmente, i cosiddetti “paesi in via di sviluppo” in più rapida crescita. Ecco i primi cinque con, in coda, gli altri che negli ultimi anni hanno mostrato dati incoraggianti.

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Cina

Una crescita rapidissima ma diseguale

Le luci di Hong Kong, una delle città che trainano l'economia cineseNon so se si possa ancora definire la Cina un paese in via di sviluppo. Di sicuro il suo reddito è ancora distribuito molto male, tanto è vero che l’indice di sviluppo umano la colloca solo al novantesimo posto, al pari delle Isole Figi e della Mongolia, sotto all’Ecuador, alla Bosnia e all’Albania. Però, in termini assoluti, badando solo al prodotto interno lordo, la Cina è oggi la seconda economia mondiale dietro agli Stati Uniti.

D’altronde, con 1,375 miliardi di abitanti, è il paese più popoloso del mondo, e questa forza lavoro (a basso costo) non può che favorire la produzione. La sua crescita è cominciata nel 1978, quando una serie di riforme economiche varate dal Partito Comunista – che è l’unico ammesso nel paese – e dal nuovo leader Deng Xiaoping avviò una crescita rapidissima, perfino troppo rapida. E che, come detto, non ha aumentato più di tanto la ricchezza dei cittadini. Il PIL pro-capite, quello cioè che si ottiene dividendo il prodotto interno lordo per il numero di abitanti, è infatti solo l’ottantanovesimo del mondo.

I quattro settori fondamentali

Oggi la Cina è il maggior esportatore e maggior importatore al mondo, anche se la crescita, negli ultimi anni, ha cominciato a rallentare. D’altronde, non era possibile continuare a rimanere sui ritmi che hanno caratterizzato gli ultimi due decenni, con crescite spesso al di sopra del 10% annuale. Ad ogni modo, l’economia si basa ormai soprattutto sui quattro settori in cui lo Stato ha investito i suoi sforzi negli ultimi anni, aprendosi anche al libero mercato: agricoltura, industria pesante, scienza e tecnologia e industria militare.

 

India

Dalla terza via alla privatizzazione

Le rupie indianeSubito sotto alla Cina, sia geograficamente che nelle classifiche di crescita, troviamo l’India, che per certi versi può essere accostata al modello dei vicini di casa. Non è un caso che qualche economista parli di “Cindia” per indicare una sorta di nuova macro-area economica. L’India ha infatti dalla sua una popolazione gigantesca: conta 1,276 miliardi di abitanti, condensati in verità in un paese non esageratamente grande. Oggi, dopo una grande e costante crescita, costituisce la dodicesima economia a livello planetario, me potrebbe presto scalare altre posizioni. Assieme alla Cina ma anche alla Russia e al Brasile, di cui parleremo, fa parte dei già citati BRICS.

In passato il paese asiatico è stato tra i capofila della cosiddetta “terza via”. Mentre gli Stati Uniti guidavano il gruppo dei paesi ad economia di mercato e l’URSS quello dei paesi ad economia pianificata, in India si cercava una sorta di compromesso. Molte imprese era di proprietà pubblica e il governo partecipava attivamente a gran parte degli investimenti produttivi, ma c’erano anche aziende private molto rilevanti. Negli ultimi vent’anni si è investito molto però per modificare almeno in parte questo sistema. Così si è ridotto il deficit pubblico privatizzando almeno in parte le imprese statali.


Leggi anche: I cinque paesi più ricchi del mondo (in base al reddito pro capite)

Dove delocalizzare i propri servizi

In realtà questo sviluppo è però ancora diseguale e sbilanciato. Basti sapere che il 60% della forza lavoro interna è ancora impiegata nell’agricoltura, che però fornisce solo il 28% del PIL. Il settore industriale, invece, non va oltre il 18% della ricchezza, mentre negli ultimi decenni è cresciuto notevolmente quello dei servizi.

Quest’ultimo fattore, unito alla conoscenza della lingua inglese e a un sistema d’istruzione che ha fatto decisi passi avanti, ha fatto sì che l’India sia diventata, recentemente, il paese in cui molte multinazionali hanno “esternalizzato” i loro servizi. Anche solo il supporto a molti prodotti informatici americani ormai è infatti completamente delocalizzato in India. Dal punto di vista produttivo, infine, l’India esporta soprattutto tessuti, gioielli e prodotti ad alta tecnologia.

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Russia

Quindici anni di progressi, con qualche ombra

Grattacieli a MoscaIl terzo paese con l’economia in più rapida crescita negli ultimi anni (escludendo i colossi di un tempo) è la Russia. Anche qui le dimensioni del paese sono enormi, ma il numero di abitanti è ben distante da quelli visti finora. Sono infatti solo 143,5 milioni i russi, residenti per la grandissima maggioranza nella zona europea. Dal punto di vista economico, dopo la crisi dell’URSS e la caduta del comunismo il paese ha attraversato una fase di instabilità che ha rovesciato le vecchie istituzioni. Un po’ alla volta, però, il sistema si è riorganizzato e ha mostrato di recente tassi di crescita invidiabili, attenuati con la recente crisi globale.

Il punto di forza di questo sistema è indubbiamente la grande presenza di materie prime. Nel territorio dello stato si trovano infatti grandi riserve sia di petrolio che di gas naturale, che sostengono la domanda interna ma vengono anche esportati, portando introiti alle aziende del paese.

Il calo della povertà

Questa nuova ricchezza si è in parte ridistribuita anche sulla popolazione: basti pensare che nel 1998 il 40% dei russi viveva al di sotto della soglia di povertà, mentre oggi questa percentuale è calata a poco più del 10%. È calata anche molto la disoccupazione e si è creata una consistente borghesia. Decisivo è infine il basso livello delle tasse imposte sul reddito.

Ci sono però anche dei lati oscuri in questo enorme sviluppo economico. In primo luogo, questa ricchezza non è uniformemente distribuita, visto che si concentra soprattutto nelle metropoli. Inoltre la Russia è considerata dagli osservatori il secondo stato più corrotto d’Europa (dopo la vicina Ucraina), e questo fa sì che ci sia un’enorme economia sommersa che penalizza gli investimenti statali anche nelle infrastrutture. Inoltre il ruolo sempre più attivo di Putin sulla politica internazionale può mettere a rischio la stabilità necessaria alle esportazioni.

 

Brasile

Una crescita a rischio per questioni politiche

Rio de Janeiro, tra mare e palazziGigantesco è anche il Brasile, che da solo occupa quasi il 50% della superficie del Sudamerica e ha più di 200 milioni di abitanti. Anche la sua economia è cresciuta assai rapidamente negli ultimi anni, tanto che ormai domina l’America latina ed è la nona a livello mondiale. Da sempre, infatti, il paese è grande produttore agricolo – soprattutto per quanto riguarda caffè, cacao, mais, canna da zucchero, soia – ma negli ultimi 10 o 15 anni le politiche nazionali hanno cercato di imprimere una vigorosa crescita anche agli altri settori economici.

Un obiettivo sicuramente raggiunto, anche se a livello sociale i progressi sono stati ancora solo parziali. A favorire la crescita sono in primo luogo la presenza di una grande manodopera a basso costo che, seppure i salari medi siano aumentati con la presidenza di Lula, attira gli investimenti stranieri. Inoltre al largo delle coste è stato trovato un buon quantitativo di petrolio, tanto che si stima che il Brasile possa diventare nei prossimi anni uno dei primi esportatori mondiali.

Le riforme di Lula

Infine alcune riforme strutturali e una moderata privatizzazione hanno fatto decollare il sistema, che negli ultimi dieci anni è cresciuto a ritmi impressionanti, limitando in parte l’impatto della povertà che da sempre affligge il paese.

La situazione si è però fatta preoccupante negli ultimi tempi. Come sicuramente saprete, l’attuale presidente è appena stata messa sotto accusa dal Parlamento e temporaneamente sospesa dalle sue funzioni. Dilma Rousseff, già braccio destro di Lula, è stata accusata infatti di aver truccato i dati sul deficit economico, segno che proprio sull’economia si giocano i destini anche politici del paese. La situazione ora è della massima incertezza, visto che la presidente, in carica dal 2011, subirà una messa in stato d’accusa, che però per ora non è ancora stata calendarizzata.

 

Indonesia

Luci ed ombre dello sviluppo

Un centro commerciale a Giacarta, capitale dell'IndonesiaDopo aver diffusamente parlato dei BRICS (anche se nella nostra lista non c’è il Sudafrica), all’ultimo posto della cinquina troviamo a sorpresa l’Indonesia. Il paese asiatico è uno di quelli di cui si parla meno, ma in realtà è cresciuto con maggior costanza negli ultimi anni. Se ne parla poco, però, per motivi non trascurabili, primo fra tutti il fatto che la crescita economica non ha arginato la contemporanea crescita della disoccupazione e l’aumento quindi dei poveri, che costituiscono una parte rilevante della popolazione.

Il motivo di questa situazione così particolare è da ricercare nella natura stessa dell’Indonesia. Il paese è infatti ricchissimo di risorse naturali, prima fra tutte il petrolio. Non a caso l’Indonesia è stata a lungo l’unico paese non arabo membro dell’OPEC, anche se nel 2009 ha lasciato tale organizzazione. Allo stesso tempo, però, l’arcipelago è stato storicamente amministrato molto male, con politiche economiche inadeguate e un alto livello di corruzione.


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Tra anni ’90 e giorni nostri

Un primo, buon risanamento arrivò negli anni ’90, quando una serie di importanti riforme portò il PIL a crescere del 7% all’anno. Le crisi economiche più recenti, però, hanno confermato questa doppia faccia dello sviluppo indonesiano, con grattacieli che disegnano lo skyline di Giacarta ma anche una povertà diffusissima e drammatica.

Prima di lasciarvi, vorrete sapere quali altri paesi insidiano queste prime cinque posizioni. Ecco quindi gli stati che negli ultimi cinque anni sono cresciuti maggiormente (anche se, come noterete, la crescita per alcuni si è ora interrotta): Malesia, Filippine, Messico, Argentina, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Sudan, Etiopia, Egitto, Sri Lanka, Guatemala, Libano, Polonia, Taiwan, Iran, Nigeria, Turchia, Thailandia, Colombia, Libia.

 

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