Come sapete, la Seconda guerra mondiale ha visto scontrarsi essenzialmente due schieramenti: da una parte le potenze dell’Asse e dall’altra i cosiddetti Alleati, il cui fronte si allargò notevolmente nel corso della guerra, arrivando ad includere decine di paesi. Se all’inizio, infatti, i soli a dichiarare guerra alla Germania nazista furono la Francia e il Regno Unito (oltre, ovviamente, alla Polonia invasa), a fine guerra l’alleanza si era allargata a 51 membri, a volte di piccole o irrilevanti dimensioni, a volte decisivi per le sorti del conflitto.

Le potenze dell’Asse sono abbastanza facili da ricordare, perché erano poche: la Germania di Hitler, l’Italia di Mussolini, l’Impero giapponese, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria, a cui si aggiunsero nel corso della guerra, per comuni interessi, la Finlandia, la Thailandia e l’Iraq. Ma quali furono le più importanti nazioni alleate, che poi costituirono la base delle nascenti Nazioni Unite? Scopriamole assieme, in ordine cronologico.


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Regno Unito

Da ultimo baluardo alla vittoria

Winston Churchill esibisce il suo celebre gesto della vittoriaLa Gran Bretagna e le sue colonie dichiararono guerra alla Germania già il 3 settembre 1939, due giorni dopo l’invasione della Polonia. Per anni, la nazione governata da re Giorgio VI e dal primo ministro Neville Chamberlain aveva tentato di tenere a bada l’espansionismo nazista con la diplomazia: celebre è infatti la Conferenza di Monaco, con cui, nel settembre 1938, proprio Chamberlain e il francese Daladier avevano creduto di aver costretto Hitler e Mussolini a rinunciare alla loro bellicosità. Ovviamente si sbagliavano.


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La guerra, nei primi mesi, fu sostanzialmente senza scontri, visto che la Wehrmacht era impegnata in Polonia; quando però Hitler si rivolse alla Francia, nella primavera del 1940, le armate dei due paesi alleati furono sbaragliate e in Gran Bretagna – che diventava l’unico paese ad opporsi alla macchina da guerra tedesca – si pensò di cambiar rotta, facendo entrare a Downing Street un nuovo primo ministro, Winston Churchill, che sarebbe diventato l’eroe della vittoria. La Gran Bretagna fu bombardata per mesi dalla Luftwaffe, rischiando anche di essere invasa via mare, ma resistette, anche perché nel frattempo Hitler ebbe l’insana – dal suo punto di vista – idea di attaccare la Russia.

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Nonostante la sconfitta del nemico, la guerra finì per ridimensionare il ruolo politico e militare della Gran Bretagna, facendola diventare una potenza di secondo piano; anche molte colonie che avevano partecipato allo sforzo bellico, come l’India e il Sudafrica, avrebbero presto chiesto l’indipendenza, mentre Churchill dovette subire l’amarezza di una sconfitta elettorale già nel luglio 1945 (anche se sarebbe tornato di nuovo al governo sei anni più tardi).

 

Francia

L’invasione e la Resistenza

Charles De Gaulle (sulla destra) discute con alcuni capi militari le mosse da attuareMolto meno epiche sono le vicende francesi, visto che, come anticipato, la Repubblica transalpina entrò subito in guerra di fianco all’alleato britannico, ma cedette clamorosamente all’attacco delle armate hitleriane. Le cause di una sconfitta così rapida sono state ampiamente analizzate dagli storici francesi: l’impreparazione degli alti comandi dell’esercito, spesso ancora in mano a vecchi generali della Prima guerra mondiale, l’incapacità di pensare fuori dagli schemi e la fragilità dello stesso governo compromisero fortemente le possibilità di resistenza della Francia. L’invasione tedesca cominciò il 10 maggio 1940; Parigi fu occupata il 14 giugno, mentre il paese capitolò il 25.

Subito la Francia venne divisa in due: la parte settentrionale (compresa Parigi) fu amministrata direttamente dai tedeschi; nella parte meridionale – senza però lo sbocco sull’Oceano – si formò invece uno stato collaborazionista con capitale Vichy e pieni poteri al maresciallo Philippe Pétain, eroe della Prima guerra mondiale ed ora ben disposto a scendere a patti coi nazisti. Il sud, per qualche mese, sembrò avere una certa autonomia: poté amministrare le proprie colonie e si dichiarò neutrale nei confronti della guerra. A partire dal 1942, però, le cose peggiorarono: gli Alleati sbarcarono infatti in Marocco e Algeria, minacciando di invadere la Francia via mare; per questo i tedeschi e i fascisti strinsero le morse su Vichy, obbligando Pétain a nominare primo ministro il filonazista Pierre Laval e dirigendo in maniera più puntuale la politica del governo.

Al nord, intanto, agiva la Resistenza, coordinata da Londra da Charles de Gaulle. I membri di questa forza agirono a lungo in clandestinità, con attentati e sabotaggi ai danni delle forze occupanti; quando poi gli Alleati sbarcarono in Normandia, il 6 giugno 1944, si attivarono in tutto il nord della Francia, combattendo per aiutare l’avanzata degli angloamericani. Il 19 agosto, poi, insorsero anche a Parigi, visto che le truppe alleate erano ormai a poca distanza: gli ultimi tedeschi si arresero il 25 agosto, mentre il 28 De Gaulle, ormai ritornato in patria, poté sciogliere le forze della Francia Libera e della Resistenza e convogliare i combattenti nel rinato esercito francese, che tornò a combattere a fianco di Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

Unione Sovietica

Dal patto Ribbentrop-Molotov all’Operazione Barbarossa

Stalin (a sinistra) a Teheran assieme a Roosevelt e ChurchillCom’è noto, l’Unione Sovietica non entrò subito in guerra contro la Germania. Nonostante lo stato guidato da Stalin fosse un nemico naturale di Hitler – e infatti le due potenze si erano misurate nella Guerra civile spagnola, da poco conclusa –, tra i due stati era infatti stato firmato un accordo di non belligeranza: il 23 agosto 1939, appena una settimana prima dello scoppio della guerra, il ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Molotov e il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop firmarono il patto che portava i loro nomi, che prevedeva il non attacco tra le due superpotenze ma anche la spartizione della Polonia.

L’accordo fu visto come un tradimento da parte della Polonia, della Francia, dell’Inghilterra e più generale di tutti i partiti di sinistra europei. Ma non durò a lungo: il 22 giugno 1941 Hitler diede il via all’Operazione Barbarossa, iniziando l’invasione dell’Unione Sovietica, convinto che sarebbe riuscito a piegare la resistenza russa e a far propria l’Ucraina, cosa che gli avrebbe garantito le riserve alimentari di cui aveva bisogno. La guerra fu lunga e sanguinosa, sia per i tedeschi – che furono stremati dal terribile inverno russo –, sia per i russi, che si dovettero ritirare per chilometri e chilometri, subendo assedi che procurarono milioni di vittime.

Per mesi, Stalin chiese agli angloamericani di aprire un altro fronte ad ovest, in modo da alleggerire la pressione tedesca sulla Russia. Questo, nonostante lo sbarco in Sicilia nel 1943, avvenne però solo nel 1944, con il D-Day; nel frattempo, però, i russi si erano risollevati e, in seguito alla vittoriosa battaglia di Stalingrado, avevano ricacciato indietro la Wehrmacht e avevano cominciato ad inseguirla per l’Europa, con l’obiettivo di giungere a Berlino prima degli angloamericani (cosa che puntualmente avvenne nel 1945).

 

Stati Uniti d’America

Dalla neutralità all’attacco di Pearl Harbor

Franklin Delano Roosevelt firma la dichiarazione di guerra alla GermaniaAnche gli Stati Uniti attesero a lungo prima di entrare in guerra, anche se per motivi ben diversi dai russi. Dal 1933 era al potere Franklin Delano Roosevelt, che con una politica economicamente molto innovativa (il New Deal) era riuscito a far uscire il suo paese dalla Grande Depressione, ma all’interno del paese rimanevano forti fazioni isolazioniste, che non volevano che gli Stati Uniti si immischiassero nelle questioni europee. Per questo, Roosevelt non aveva i numeri, all’interno del paese, per andare fin da subito in soccorso della Gran Bretagna, suo alleato storico.


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Un aiuto, da questo punto di vista, arrivò dal Giappone, che decise di attaccare a sorpresa, il 7 dicembre 1941, il porto americano di Pearl Harbor, dove era stanziata gran parte della flotta statunitense. Il Giappone e gli Stati Uniti, d’altra parte, erano già ai ferri corti da tempo: preoccupati per l’espansionismo nipponico, Roosevelt e i suoi collaboratori avevano infatti imposto un embargo petrolifero sul paese, che stava per mettere in ginocchio le risorse militari nipponiche; d’altro canto, gli sforzi diplomatici per giungere a un accordo tra i due paesi fallirono definitivamente proprio nel novembre del ’41. L’attacco fu una conseguenza prevedibile, anche se irrispettoso delle norme internazionali (non era stata presentata nessuna dichiarazione di guerra); un attacco che risultò vittorioso dal punto di vista nipponico (furono affondate 5 corazzate su 8, mentre le altre tre risultarono profondamente danneggiate), ma che provocò l’immediata reazione americana: già l’8 dicembre il Congresso dichiarò guerra all’Impero giapponese.

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Gli Stati Uniti si diedero da fare, inizialmente, per ricostruire la propria flotta, passo necessario per poter combattere contro i giapponesi nel Pacifico, appoggiando nel frattempo le iniziative britanniche in Africa e sullo scenario europeo. Combatterono sostanzialmente su tre fronti: quello oceanico, dove pian piano cominciarono a recuperare posizioni contro i giapponesi in varie zone e isole del sud-est asiatico; quello africano, da dove minacciarono un’invasione dell’Europa da sud (invasione che si sarebbe concretizzata con lo sbarco in Sicilia, anche se poi la risalita si interruppe per qualche mese); infine quello occidentale, con il già citato sbarco in Normandia. Furono, assieme all’Unione Sovietica, i reali vincitori della guerra e questo pose le basi per i decenni e gli equilibri successivi.

 

Cina

Dalla guerra col Giappone alla guerra civile

Il generale americano Marshall (secondo da sinistra) assieme ad alcuni dirigenti del Partito Comunista cinese; il primo da destra è Mao ZedongMeno noto è il contributo che la Cina diede alla guerra contro le potenze dell’Asse. Se infatti quello che abbiamo scritto finora riguardo a Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica è arcinoto, anche perché furono queste tre potenze a decidere gli equilibri e la spartizione dell’Europa successiva, poco si studia, almeno dalle nostre parti, riguardo a quello che avvenne in Cina. Qui infatti già prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale era in atto un conflitto, il più grande e sanguinoso di tutto il Novecento in Asia: la guerra sino-giapponese, scoppiata nel 1937 e proseguita fino alla capitolazione del Giappone nel 1945.

Già dai primi anni ’30, infatti, l’Impero nipponico aveva reso evidenti le sue mire espansionistiche sull’Asia, approfittando di una serie di incidenti diplomatici e militari – spesso creati a bella posta dagli stessi giapponesi – per occupare parte del continente e in particolare della Cina. Nel 1937, quindi, si era giunti al conflitto armato tra le due potenze, anche se la Cina non aveva formalmente dichiarato guerra per paura di inimicarsi l’alleanza degli stati occidentali; tutto cambiò nel 1941, quando i giapponesi attaccarono Pearl Harbor (e quindi uno dei principali sostenitori della Cina di allora, gli Stati Uniti) e il paese poté finalmente schierarsi apertamente. Da quel momento in poi la Cina ricevette aiuti economici e militari e servizi di addestramento sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica, riuscendo a fronteggiare i giapponesi.


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La guerra fu sanguinosissima, e costò alla Cina più di 3 milioni di vite tra i militari e addirittura 17 milioni e mezzo tra i civili (il Giappone si fermò a circa mezzo milione di morti); generalmente viene divisa in tre fasi, una prima dal ’37 al ’38, in cui i cinesi tentarono di rallentare l’avanzata nipponica e intanto di trasferire le proprie industrie; una seconda, fino al ’44, in cui praticarono una sorta di guerriglia; una terza, quella finale, che corrispose al contrattacco e alla liberazione del paese. La vittoria fu però così costosa in termini di vite umane e di danno economico che il paese dovette subito affrontare una guerra civile tra il Partito Nazionalista (il Kuomintang) fino ad allora al potere e il Partito Comunista di Mao Zedong, che si sarebbe poi imposto nel 1949.

 

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