Quest’anno non abbiamo certo una squadra che parte tra le favorite ai prossimi Campionati del Mondo di calcio che si terranno in Brasile dal 12 giugno; ma, come sempre, i Mondiali sono un torneo strano in cui i pronostici finiscono inevitabilmente per ribaltarsi e ogni soluzione è, fino all’ultimo, possibile. D’altro canto, la stessa storia della nostra Nazionale è costellata di miserabili fallimenti quando partivamo tra i favoriti – 1966 e 2002, solo per citare delle débâcle memorabili – e di incredibili vittorie quando sembravamo destinati ad un’eliminazione precoce (nel 1982, ad esempio).

E allora, com’è nello spirito del nostro sito, proviamo a ricordare, per una volta, le imprese invece degli insuccessi e ripercorriamo assieme la storia dei Mondiali di calcio vinti dall’Italia (nel 1934, nel 1938, nel 1982 e nel recente 2006) tramite cinque partite memorabili giocate dalla nostra nazionale in quelle edizioni della manifestazione.

 

Italia – Spagna 1-1

Il Mondiale fascista del 1934 e la battaglia contro il grande Zamora

Se quelle che vedremo tra poco sono partite memorabili soprattutto nel risultato e nell’impresa eroica che vi compirono gli azzurri, la gara da cui partiamo in realtà ha ben poco di epico e, soprattutto se riletta seguendo le cronache della stampa internazionale dell’epoca, non gioca molto a favore dell’immagine della nostra Nazionale dell’epoca. Dopo il primo Mondiale disputato in Uruguay nel 1930 – al quale avevano partecipato solo quattro squadre europee, tra l’altro trovate all’ultimo momento – l’organizzazione del secondo Campionato del Mondo toccò all’Italia fascista, che tanto in quegli anni stava investendo nel calcio in termini propagandistici: la Nazionale di Vittorio Pozzo, d’altronde, era una delle più accreditate pretendenti al titolo, visto che nel 1930 aveva vinto la Coppa Internazionale (un’antesignana degli Europei) e nel ’32 era arrivata seconda nella stessa competizione.

Varie polemiche, comunque, infuriavano sull’Italia: da un lato, il regime fascista col suo saluto romano e altre baggianate del genere, non suscitava simpatie negli altri paesi occidentali (quattro anni più tardi, in Francia, gli azzurri sarebbero stati sonoramente fischiati); inoltre, le fila della rappresentativa italiana erano infarcite di oriundi, visto che tra i titolari figuravano gli argentini Luisito Monti, Enrique Guaita e Raimundo Orsi.

Dopo la facile vittoria per 7-1 con gli Stati Uniti all’esordio, la squadra di Pozzo trovò ai quarti di finale una Spagna fortissima in difesa, col leggendario portiere Ricardo Zamora tra i pali: la partita si mise male soprattutto quando le furie rosse si portarono in vantaggio con Regueiro al 31′, ma l’Italia riuscì a pareggiare un quarto d’ora dopo con la mezzala Ferrari in un’azione però viziata da una carica di un giocatore italiano (Meazza o Schiavio, le fonti sono discordanti) su Zamora.

Gli italiani non risparmiarono le caviglie degli spagnoli, anche con la complicità dell’arbitro, e così, quando la partita fu rigiocata il giorno dopo (all’epoca non erano previsti i rigori), la formazione spagnola era cambiata di sette undicesimi: tra gli affaticati figurava inspiegabilmente anche Zamora, anche se la sua assenza secondo alcuni fu dovuta addirittura a pressioni dello stesso Mussolini sulla Spagna. L’Italia vinse 1-0, risultato con cui superò poi anche l’Austria in semifinale, battendo infine la Cecoslovacchia 2-1 in finale dopo i supplementari.

 

Italia – Brasile 2-1

Il primo caso di supponenza brasiliana nel 1938

Se è vero che i Mondiali del 1934 furono influenzati anche dagli arbitraggi casalinghi, la forza dell’Italia in quegli anni ricevette numerose altre conferme anche al di fuori dei confini nazionali: nel ’36 la squadra di Pozzo si aggiudicò per la prima e ultima volta il titolo olimpico, mentre due anni più tardi conquistò il secondo titolo mondiale consecutivo in Francia.


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Anche quest’edizione della coppa voluta da Jules Rimet fu sostanzialmente eurocentrica, perché la manifestazione fu disertata sia dall’Uruguay che dall’Argentina – allora tra le più forti compagini del mondo – ma stavolta la presenza del Brasile non fu più episodica, come era stata nelle due edizioni precedenti: la squadra allenata da Adhemar Pimenta aveva appena ottenuto il secondo posto nella Coppa America dell’anno prima, battuta solo ai supplementari dall’Argentina, e aveva per questi Mondiali grandi ambizioni, anche perché schierava un fuoriclasse dall’indiscutibile talento come Leônidas, stella del Flamengo. D’altra parte i carioca si erano sbarazzati subito della Polonia con un rocambolesco 6-5 e poi, in due match, avevano buttato fuori dal torneo la Cecoslovacchia finalista quattro anni prima: quando, il 16 giugno, si recarono a Marsiglia per affrontare l’Italia (che intanto aveva eliminato la Norvegia e i padroni di casa della Francia) erano talmente sicuri di vincere che avevano già comprato il biglietto aereo per Parigi e si permisero il lusso di mettere Leônidas in panchina, per preservarlo per la finale che si giocava dopo appena tre giorni.

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La partita però non andò come previsto: dopo un primo tempo a reti inviolate, gli azzurri passarono in vantaggio al 51′ con Colaussi e raddoppiarono nove minuti dopo grazie a un rigore leggendario di Meazza, calciato secondo le fonti tenendosi su con una mano i calzoncini a causa della rottura dell’elastico. Ora, qui ci sarebbe da fare un appunto: benché tutti – da Gianni Brera a Mario Sconcerti, a qualsiasi autore di libri sulla storia del calcio italiano – riportino questo fatto, in realtà nelle cronache del tempo non ve n’è traccia, né tantomeno si nota alcuna mano di Meazza vicina ai pantaloncini durante il rigore nel filmato ufficiale dell’incontro, che potete vedere qui di seguito.

Probabilmente l’elastico era rotto davvero e dopo il rigore l’attaccante dell’Inter cambiò parte della divisa, ma il rigore fu battuto in maniera abbastanza normale; sta di fatto che quello fu l’ultimo gol della grande mezzala in Nazionale e forse anche per questo col tempo si ammantò di leggenda. Il Brasile poi accorciò le distanze ma non riuscì a pareggiare; l’Italia approdò così in finale (in treno, perché i brasiliani non vollero cedere i biglietti aerei), dove sconfisse 4-2 l’Ungheria.

 

Italia – Brasile 3-2

La tragedia (dal punto di vista carioca) del Sarriá nel 1982

Saltiamo avanti di quarantaquattro anni, ma torniamo a un’altra sfida decisiva col Brasile che, insieme alla Germania, è sempre stato il nostro avversario storico (anche considerando le finali del 1970 e del 1994, che non ci videro vincenti). A Spagna 1982 l’Italia di Enzo Bearzot arrivava con un buon curriculum: quattro anni prima, in Argentina, era giunta fino ai gruppi di semifinale, dove aveva ceduto solo all’Olanda di Krol, Neeskens e Johnny Rep, mentre due anni più tardi, negli Europei organizzati in casa, solo la differenza reti le aveva fatto perdere la finalissima di Roma.

Ciononostante le premesse non erano state buone: la stampa rimproverava a Bearzot di aver lasciato a casa il capocannoniere del campionato, Roberto Pruzzo, preferendogli Paolo Rossi, che veniva da due anni di stop dovuti allo scandalo del calcio-scommesse, mentre pure il fantasista dell’Inter Evaristo Beccalossi non era stato convocato, preferendo puntare sul blocco-Juventus. L’avvio dei Mondiali non aveva fatto che rinfocolare le polemiche: nel girone con Polonia (poi semifinalista), Camerun e Perù erano arrivati solo tre pareggi e una qualificazione ottenuta per il rotto della cuffia; ora toccava a un secondo girone con i favoriti del Brasile – a punteggio pieno – e i detentori dell’Argentina che schieravano pure un giovane Maradona.

L’albiceleste perse subito con noi prima e con i brasiliani poi, ma i carioca avevano segnato un gol in più e quindi nello scontro diretto a loro sarebbe bastato un pareggio. Il 5 luglio, allo Stadio de Sarriá di Barcellona (l’impianto dell’Espanyol, oggi demolito), Italia e Brasile si affrontarono in un incontro che nella stampa sudamericana passò alla storia come “la tragedia del Sarriá”, un evento luttuoso che nel ricordo dei tifosi brasiliani è secondo solo al Maracanazo, cioè la sconfitta in casa nel 1950 contro l’Uruguay.

Fu la partita di Paolo Rossi, che si sbloccò e segnò una tripletta memorabile (avrebbe segnato poi altri tre gol tra semifinale e finale), ma anche di Dino Zoff, che, dopo un mezzo errore sul primo gol brasiliano – infilato sul suo palo –, regalò grandissime uscite e parate tra cui anche una all’ultimo secondo sulla linea.

 

Italia – Germania Ovest 3-1

L’urlo di Tardelli nella finale del Bernabeu

Di Mondiali l’Italia ne ha vinti quattro, quindi, se avessimo dovuto essere equi, avremmo scelto una sola partita per ogni torneo vinto; ma il nostro sito di cose belle ne richiede sempre cinque, quindi la partita “in più” abbiamo deciso di pescarla sempre dall’edizione del 1982, che fu forse la più bella da un lato perché fu la prima a cui si poté assistere in diretta televisiva, dall’altro perché appunto ribaltò completamente i pronostici, con una Nazionale che dopo un inizio stentato seppe far fuori, uno dopo l’altro, tutti i principali pretendenti al titolo, dimostrandosi nettamente la più forte e la più solida.

Dopo aver superato la Polonia in semifinale, l’Italia volò a Madrid ad attendere la vincente dell’altra semifinale che vedeva opposte la Germania Ovest di Rummenigge e la Francia di Platini, in una sfida bella e indimenticabile, passata agli annali come la “Notte di Siviglia”: i tempi regolamentari si conclusero sull’1-1 grazie ai gol di Littbarski e di Platini su rigore; i supplementari furono poi tesissimi, coi francesi che si portarono sul doppio vantaggio nel giro di otto minuti e i tedeschi capaci di riacciuffarli sul 3-3.

Per la prima volta una gara del Mondiale doveva essere decisa dai rigori: nei primi cinque tiri sbagliarono sia un francese (Six) che un tedesco (Stielike); fu solo col primo rigore a oltranza, sbagliato da Bossis, che la Germania Ovest riuscì a qualificarsi.

Forse anche per questo stress emotivo o forse per l’effettiva forza degli azzurri, la Germania non giocò una gran partita in finale, dominata in lungo e in largo dai nostri: già nel primo tempo, infatti, l’atterramento in area di Bruno Conti fornì all’Italia l’occasione di passare in vantaggio, ma Antonio Cabrini spedì fuori il rigore. Nel secondo tempo, però, la Nazionale – trascinata anche da un indimenticabile Sandro Pertini sugli spalti – non si abbatté e seppe reagire, prima segnando con Rossi di testa, poi raddoppiando con Tardelli e con quello che da allora è entrato nella memoria collettiva come il suo urlo liberatorio; infine, il 3-0 venne siglato da Altobelli in contropiede, mentre i tedeschi riuscirono nel finale a segnare il gol della bandiera con Breitner.

 

Germania – Italia 0-2 d.t.s.

L’epopea di Fabio Grosso nel 2006

La partita più celebre giocata dall’Italia in un Mondiale è indubbiamente quella della semifinale del 1970 contro la Germania Ovest, quando gli azzurri si imposero per 4-3 dopo i supplementari in quella che è stata ribattezzata perfino dai messicani (si giocava all’Azteca di Città del Messico) la “partita del secolo”. Quel Mondiale, però, lo perdemmo in finale col Brasile e quindi quella bella storia la racconteremo in un altro momento; però se quella partita giocata più di quarant’anni fa ha fatto epoca, di sicuro tra quarant’anni ricorderemo alla pari, o forse come ancora più importante, un’altra semifinale contro la Germania (questa volta unita) conclusasi con una nostra vittoria dopo i supplementari: quella del 4 luglio 2006 al Westfalenstadion di Dortmund.


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L’Italia era arrivata a quell’appuntamento dopo un percorso tutto sommato abbastanza facile: nel girone aveva affrontato tre squadre abbordabili come Ghana, Repubblica Ceca e Stati Uniti, e poi tra ottavi e quarti si era disfatta – a tratti anche con qualche patema di troppo – di Australia e Ucraina; la Germania padrona di casa, invece, nella fase a scontri diretti aveva affrontato prima la Svezia di Ibrahimovic e Larsson e poi la temibile Argentina di Crespo e Tevez (con Messi in panchina), eliminata ai rigori. Oltretutto, la squadra allenata da Klinsmann contava su un meccanismo ben rodato, su un Miroslav Klose in grande forma e anche su una certa dose di fortuna.

Durante la partita l’Italia manifestò un buon predominio durante il primo tempo, subendo però in parte il ritorno dei tedeschi sul finale dei tempi regolamentari; c’era da aspettarsi che i padroni di casa sarebbero cresciuti ancora, e invece i supplementari furono un dominio azzurro: Gilardino colse un palo a portiere battuto, Zambrotta una traversa con un bolide dal limite dell’area; fu solo però a un minuto dalla fine che, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Pirlo trovò Fabio Grosso (che già con le sue incursioni aveva fatto guadagnare un rigore contro l’Australia) che infilò la palla con un preciso tiro a giro nella porta di Lehmann.

Un paio di minuti più tardi, poi, in pieno recupero, un veloce contropiede lanciato da Cannavaro e proseguito da Totti permise a Gilardino di servire solo in area Alessandro Del Piero, che infilò all’incrocio. L’Italia andò a Berlino, come ricorda il celebre urlo di Fabio Caressa presente anche nel video qui di seguito, e vinse ai rigori contro la Francia anche qui grazie al tiro decisivo di Fabio Grosso.

 

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