Alla scoperta dei partiti di destra italiani di maggior successo

 
La storia della destra italiana – almeno in epoca repubblicana – è una storia breve e difficile. Tra il 1948 e il 1992, cioè in quella che viene solitamente chiamata la Prima Repubblica, visse perlopiù all’ombra della DC, che catalizzava i voti del suo possibile elettorato. Celeberrima l’espressione di Indro Montanelli, giornalista di destra che consigliava i suoi lettori di votare DC “turandosi il naso”, perché il partito cattolico era l’unico che poteva contrastare la forza del blocco di sinistra.

Nella Seconda Repubblica, complice la dissoluzione della “Balena bianca”, emersero nuovi partiti di destra e di centro-destra, che lottarono in prima fila per vincere le elezioni (e spesso le vinsero). Quei partiti, però, hanno avuto vita piuttosto breve, tanto è vero che solo la Lega Nord è rimasta in vita con continuità lungo tutti questi anni.

Tutti i dati delle elezioni

Quali sono stati, però, i partiti di destra italiani che hanno ottenuto i risultati migliori nella loro storia? E quando li hanno ottenuti? Abbiamo ripreso in mano tutti i dati delle elezioni politiche della storia repubblicana e steso una lista. O, meglio, una classifica, che ha rischiato di includere anche partiti oggi dimenticati come il Partito Liberale Italiano e il Partito Nazionale Monarchico. Ma questi, come altri, non sono riusciti ad entrare in cinquina, anche se il PLI nel 1963 giunse fino al 7,52% dei voti.

Un’unica nota, prima di cominciare: in questa lista non troverete né la DC, né alcuni dei suoi eredi che si sono posti nelle coalizioni di centro-destra. Questo perché tali partiti, nonostante fossero moderati e avessero al loro interno correnti conservatrici, si presentavano e si ritenevano partiti di centro. Lo stesso vale per altri movimenti trasversali, in cui convivevano o convivono diversi spiriti e ideologie. In questa lista, insomma, troverete solo i partiti che si dichiarano, si sono dichiarati o hanno dimostrato incontrovertibilmente di essere di destra. Scopriamoli.


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Il Popolo della Libertà

Il partito di destra più votato di sempre in Italia, col 38,17% nel 2008

Il simbolo del Popolo della Libertà fondato da Silvio BerlusconiIl partito di destra ad aver raccolto il maggior numero di voti nella storia repubblicana è, con grande distacco, il Popolo della Libertà. La formazione politica venne fondata ufficialmente il 29 marzo 2009, anche se era da circa un anno e mezzo che se ne sentiva parlare sui giornali. Già nel novembre 2007 a Milano, infatti, Silvio Berlusconi ne aveva annunciato pubblicamente la nascita, salendo sul predellino di un’auto.

Il nuovo soggetto politico nasceva dall’esigenza – più volte portata avanti da Berlusconi e dal suo entourage nel corso degli anni – di un unico partito di centro-destra, che si potesse opporre con maggior forza e unità agli avversari di centro-sinistra. La principale forza a confluire nel nuovo organismo era ovviamente Forza Italia, ma fin da subito vi aderì anche Alleanza Nazionale, in una scelta che lasciò dubbiosi alcuni militanti del partito di Gianfranco Fini.

La difficile fusione con AN

Fin dall’inizio dell’alleanza con Berlusconi, infatti, Fini aveva fatto di tutto per tenere separato il suo partito da quello del proprietario di Mediaset. Non tanto (o non solo) per un problema di leadership interna, quanto per preservare l’identità di Alleanza Nazionale. Già era stata mal digerita, da una parte della base, la svolta verso il centro di Fini; ancora peggio, infatti, sarebbe stato entrare con Berlusconi nel Partito Popolare Europeo.

Ad ogni modo, per una serie di circostanze alla fine del 2007 Berlusconi mise in piedi il nuovo partito, in modo che si potesse presentare compatto alle elezioni del 2008. Ed in effetti l’esordio elettorale sembrò dargli ampiamente ragione. In quelle consultazioni il PdL ottenne il 38,17% dei voti al Senato, il risultato più alto mai raggiunto da una formazione di destra nella nostra storia repubblicana. L’alleanza di centro-destra si impose con 9 punti percentuali di vantaggio sul centrosinistra e tornò al governo.

La rottura con Fini

Dal punto di vista organizzativo, il partito fu in principio affidato a tre coordinatori: Denis Verdini, Sandro Bondi e Ignazio La Russa. Questo non evitò però il nascere di contrasti. Il primo degno di nota si verificò tra la primavera e l’estate del 2010, quando Gianfranco Fini, dopo un duro scontro con Berlusconi, decise di lasciare il PdL e fondare un proprio partito, Futuro e Libertà.

L’addio del numero 2 e una serie di scandali che coinvolsero Berlusconi convinsero quest’ultimo della necessitò di una svolta. Nel 2011 fu quindi individuato un nuovo giovane segretario, Angelino Alfano, che avrebbe dovuto traghettare il partito verso le nuove sfide. I risultati non furono però quelli sperati: alla fine del 2011 Berlusconi rassegnò le dimissioni da Capo del Governo, lasciando il campo al Governo Monti, che nacque comunque con l’appoggio del PdL.

Dopo le elezioni del 2013 – perse ma di misura – il Popolo della Libertà decise di entrare nel governo Letta, con cinque ministri. Nell’autunno dello stesso anno, però, si consumò una frattura interna al partito che avrebbe portato alla fine dello stesso. Nacquero infatti il Nuovo CentroDestra, che scelse di rimanere nel governo, e Forza Italia, il vecchio partito di Berlusconi tirato fuori dalla naftalina, che invece passò all’opposizione. Fu la fine del Popolo della Libertà, sigla che comunque si ritiene in futuro di poter eventualmente ancora usare per le coalizioni elettorali.

 

Forza Italia

La creatura di Silvio Berlusconi, giunta fino al 29,43% nel 2001

Lo stemma di Forza ItaliaCome detto, il Popolo della Libertà nacque come naturale erede di Forza Italia, e lì confluì nel momento in cui fu messo da parte. Ed in effetti la creatura di Silvio Berlusconi era stata, fino a quel momento, il più rilevante partito di destra che si era visto nell’Italia repubblicana. Il suo miglior risultato elettorale fu il 29,43% conseguito nel 2001 alla Camera dei Deputati, ma anche in altre tornate elettorali raggiunse risultati più o meno simili.

Prima di tutto, si potrebbe aprire un dibattito sulla reale collocazione di Forza Italia. Il partito si presentò sempre, infatti, come una formazione di centro-destra, richiamandosi anche in parte alla tradizione centrista della DC. Dal nostro punto di vista, però, è più corretto posizionarlo a destra, all’interno di una corrente moderata e conservatrice che ha i suoi analoghi anche all’estero nel partito gollista francese e nel partito conservatore inglese. Anche perché partiti di centro, nella coalizione guidata da Berlusconi, ce n’erano già parecchi altri.

La discesa in campo

Forza Italia venne fondata nel gennaio 1994, subito dopo il celebre discorso televisivo con cui Silvio Berlusconi annunciava la sua discesa in campo. Erano gli anni immediatamente successivi a Tangentopoli: i principali partiti tradizionali si erano dissolti e al centro e a destra c’era un vuoto politico in cui il proprietario di Mediaset seppe abilmente inserirsi. Già le prime elezioni del 1994 diedero alla sua coalizione la vittoria, anche se il suo partito – nato dal nulla in pochi mesi – si dovette “accontentare” (si fa per dire) del 21% dei voti.

Il governo che ne nacque fu però di breve durata e venne presto sostituito dal governo Dini e poi, dopo la vittoria del centro-sinistra alle elezioni del 1996, dall’esecutivo Prodi. Forza Italia ritornò il partito-guida della coalizione di governo nel 2001, dopo aver vinto le elezioni che gli diedero il maggior numero di voti della sua storia. Forte di quella affermazione, Berlusconi poté governare per cinque anni, dando vita a due esecutivi, uno successivo all’altro.

Nel 2006 però alle elezioni vinse di nuovo Prodi, e questo accelerò quel processo interno di cui abbiamo già parlato, che avrebbe portato alla fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale (e altre forze minori) e alla nascita del Popolo della Libertà. Dopo anni di silenzio, Forza Italia è però recentemente rinata, in seguito alle fratture interne al PdL. Finora il partito si è misurato solo in elezioni amministrative, e lo si aspetta presto al vaglio delle politiche.

 

Alleanza Nazionale

La storia del partito di Gianfranco Fini, arrivato al 15,66% nel 1996

Lo stemma di Alleanza Nazionale, partito di destra nato come evoluzione dell'MSIConcludiamo il binomio dei partiti che confluirono nel PdL con Alleanza Nazionale, un partito anch’esso dalla vita piuttosto breve ma che affondava le sue radici molto più in là nel tempo. La forza politica fu infatti fondata nel gennaio 1995 in seguito alla cosiddetta svolta di Fiuggi, quando, durante il Congresso del Movimento Sociale Italiano, si decise lo scioglimento del vecchio partito (di cui parleremo) e la sua confluenza in Alleanza Nazionale.

La nuova sigla, in realtà, esisteva già da più di un anno. Il primo a proporla era stato Domenico Fisichella, allora editorialista de Il Tempo, che nel 1992 aveva proposto al Movimento Sociale di abbandonare alcune sue pregiudiziali e proporsi come un moderno partito di destra, conservatore e liberale. Complice l’evolversi della situazione politica italiana, quella tesi era presto stata fatta propria da Fini, che già alle elezioni del 1994 decise di presentare il suo partito col nuovo nome di Alleanza Nazionale (anche se formalmente si trattava ancora dell’MSI).


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Fu solo appunto a Fiuggi che si chiuse la storia del vecchio partito post-fascista e si aprì quella di AN, che metteva definitivamente da parte l’anticapitalismo e l’antiamericanismo. La scelta di Fini, per quanto temeraria, fu baciata da grandi successi elettorali, tanto che già nel 1996 la nuova formazione raggiunse il suo massimo storico, toccando il 15,66% alla Camera dei Deputati (in una tornata elettorale in cui, tra l’altro, la coalizione di centro-destra rimase sconfitta).

Lo spostamento verso il centro

Il partito continuò ad evolvere la sua posizione politica nel corso degli anni, resistendo però in un primo momento ai richiami di Berlusconi per fondare un partito unico per tutto il centro-destra. Si assistette però a un graduale avvicinamento al centro che sembrava preludere a un ruolo sempre più importante di Fini come possibile erede di Berlusconi alla guida del centro-destra.

Le cose però non andarono come previsto dagli osservatori. Prima ci fu la rottura tra l’ex leader di AN e Berlusconi, di cui abbiamo già parlato; poi il tramonto della stella di Fini, travolto da uno scandalo familiare. Nel frattempo, però, AN si era sciolta, confluendo come già detto nel PdL. Una parte della vecchia Alleanza Nazionale è infine confluita, nel 2012, in una nuova formazione chiamata Fratelli d’Italia, uscita proprio dal PdL. Questo nuovo partito guidato da Giorgia Meloni ha poi nel 2014 assunto la denominazione Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale.

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Lega Nord

Il miglior risultato è il 10,41% del 1996, ma potrebbe essere superato

Uno dei simboli assunti negli ultimi anni dalla Lega NordConcludiamo la nostra panoramica dei partiti di destra più “vincenti” della storia della Repubblica italiana con due formazioni che esistono da prima di Tangentopoli e dello sconquasso che quella inchiesta giudiziaria portò nella scena politica italiana: la Lega Nord e il Movimento Sociale Italiano. Due partiti tra loro diversissimi, che si richiamavano, soprattutto alle origini, a tradizioni addirittura opposte.

Ma partiamo dalla Lega Nord, formazione che ha ancora oggi un ruolo primario nel panorama della destra italiana. Il primo movimento a portare questo nome fu fondato nel 1989 da Umberto Bossi, basandosi sull’alleanza di diverse “leghe regionali” nate negli anni precedenti. Dalla Lombardia arrivava la Lega Lombarda; dal Veneto la Liga Veneta; altri gruppi minori provenivano dal Piemonte, dalla Liguria, dall’Emilia-Romagna e dalla Toscana.

I primi successi all’inizio degli anni ’90

Già nel 1990 il nuovo organismo ottenne il 4% su base nazionale, arrivando a superare il Partito Comunista in Lombardia, ma nel 1993 arrivò perfino a conquistare la poltrona del sindaco di Milano, piazzandoci Marco Formentini. Nel 1994 il giovane partito si alleò quindi con Silvio Berlusconi al nord, ottenendo un ottimo risultato e partecipando al nuovo governo, con ministeri importantissimi come quello dell’Interno (affidato a Roberto Maroni).

L’idillio con Berlusconi durò poco. Già alla fine del 1994 tra lui e Bossi si era consumata la rottura, con la conseguente caduta del governo e l’appoggio del senatùr a un nuovo esecutivo, assieme al PDS e al PPI. Alle elezioni successive, quelle del 1996, la Lega Nord preferì quindi presentarsi da sola. Ed ottenne il risultato più importante della sua storia, raggiungendo il 10,41% al Senato.

La svolta secessionista

Fu proprio in quel periodo che il partito cominciò a promuovere un progetto secessionista, focalizzato attorno alla Padania, nuova identità che si voleva indipendente. Il progetto di Bossi, però, sembrò ben presto lontano dal concretizzarsi e le elezioni intermedie segnarono una netta flessione del “Partito del Nord”. Per questo, in vista delle politiche del 2001 la Lega si riavvicinò al centro-destra, dando origine alla cosiddetta Casa delle Libertà e ottenendo la vittoria elettorale, anche se le percentuali della Lega rimanevano al di sotto del 4% nazionale.

L’alleanza con Berlusconi resistette al passare del tempo, ma il partito non riuscì a passare indenne alla crisi che attraversò il governo nel 2011. Tra la fine di quell’anno e la primavera del 2012, infatti, un grande scandalo coinvolse alcuni dirigenti del partito e in particolare Umberto Bossi e la sua famiglia, accusati di aver usato fondi del partito per fini personali. Lo scandalo portò a un nettissimo calo di consensi nelle elezioni del 2013.

Da allora, però, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Rimasta all’opposizione durante i governi tecnici e di unità nazionale e affidata al nuovo segretario Matteo Salvini, la Lega è data in forte ripresa dai sondaggi, pronta a raggiungere e forse superare il consenso maturato nel 1996. La svolta è da attribuire a un cambio di prospettiva: al centro dell’agenda del partito non ci sono più la secessione o il federalismo, ma l’antieuropeismo e la lotta contro l’immigrazione.

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Movimento Sociale Italiano

Il partito di destra più votato nella Prima Repubblica, col 9,19% nel 1972

Lo stemma dell'MSI, storico partito di destra della Prima RepubblicaCome abbiamo detto in apertura, nella Prima Repubblica non mancavano certo i partiti di destra. I loro possibili voti, però, venivano spesso “cannibalizzati” dalla Democrazia Cristiana, partito che aveva al suo interno anche una forte anima conservatrice e che appariva come la migliori soluzione per chi voleva contrastare l’avanzata delle sinistre.

In quel panorama così strutturato, alcuni partiti riuscirono comunque a raccogliere, in precisi momenti storici, dei risultati anche rilevanti. Il Partito Liberale, ad esempio, arrivò al 7,52% nel 1963, ma andando più indietro nel tempo possiamo trovare anche il Partito Nazionale Monarchico, che nel 1953 agguantò il 6,85%. Il più rilevanti di tutti questi partiti fu però il Movimento Sociale Italiano, che nel 1972 arrivò al suo massimo storico: il 9,19% ottenuto al Senato.

I reduci della RSI e del fascismo

Fondato nel dicembre del 1946, raccoglieva in principio alcuni reduci della Repubblica Sociale Italia ed esponenti del disciolto Partito Fascista. Fin da subito, leader della formazione divenne Giorgio Almirante, che ne fu la figura di maggior rilievo fino al 1987, tranne che per una parentesi del moderato Arturo Michelini. Negli anni ’50 e ’60 il partito rimase comunque una formazione di secondo piano, radicata in alcune zone del sud ma poco presente al nord, anche se nel 1960 il suo appoggio esterno fu indispensabile per la sopravvivenza del governo Tambroni (un monocolore DC).

Nel 1972 l’MSI si fuse con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, assumendo la nuova denominazione Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale. Fu questa alleanza a garantire la vistosa crescita elettorale che portò il partito al di sopra del 9% dei consensi. In quegli anni crebbe anche l’adesione giovanile al partito, in un clima di “opposti estremisti” che vedeva il Fronte della Gioventù scontrarsi spesso con le organizzazioni giovanili di sinistra.

Fini contro Rauti

Col passare degli anni, però, i consensi per l’MSI calarono, tanto è vero che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 il partito sembrò di nuovo destinato a un ruolo marginale. Al suo interno, tra l’altro, era dilaniato nella lotta tra le correnti: da un lato c’era quella di Fini, delfino di Almirante; dall’altra quella di Pino Rauti, capofila dell’anima di sinistra e movimentista.

La vera svolta per il partito fu l’avvio della stagione di Tangentopoli. Le inchieste contro i partiti tradizionali portarono l’MSI a guidare gli attacchi da destra contro il sistema politico dominante, con un forte appello alla legalità. Già nelle elezioni amministrative del 1993, prima della discesa in campo di Berlusconi, il partito guidato da Fini arrivò al ballottaggio per la carica di sindaco sia a Roma (con lo stesso Fini) che a Napoli (con Alessandra Mussolini), proponendosi come una nuova alternativa. Poco dopo avrebbe assunto il nome di Alleanza Nazionale.

 

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