Le cinque persone più ricche d’Italia (e la loro storia)

Le cinque persone più ricche d'Italia

Le classifiche degli uomini più ricchi del mondo o delle persone più ricche d’Italia sono sempre molto amate dai media. Permettono di parlare per qualche minuto di multimilionari e di lasciare i lettori e gli spettatori a bocca aperta con cifre fantasmagoriche. Ma consentono anche di elencare patrimoni e società in giro per il mondo. Suscitando a volte ammirazione, a volte invidia, spesso disprezzo.

Cinque persone che si sono fatte da sole

Proprio quest’ultima reazione, forse, è quella più comune oggi, davanti alle difficoltà della crisi economica. Scorrendo l’elenco dei cinque più ricchi imprenditori italiani stilato qualche mese fa da Forbes, però, quello che mi ha colpito è l’origine di questi “ricconi” italiani.

Non si tratta di ereditieri che hanno vissuto sulle spalle dei loro genitori ma di persone che si sono fatte da sole. O che, nella peggiore delle ipotesi, hanno preso un’avviata azienda di livello locale e l’hanno resa un colosso.

Nel caso di Del Vecchio – per citarne uno – si parte addirittura da un orfanotrofio, nella miglior tradizione del self-made man americano. Allora, nonostante la congiuntura economica e i problemi del lavoro, pensiamo possa essere comunque bello e interessante presentare le persone più ricche d’Italia.

Sottolineando come hanno fatto ad arrivare sul tetto del mondo partendo, spesso, da un’Italia povera com’era quella dell’immediato dopoguerra. Il tutto perché questo possa fungere anche da ispirazione per i nostri startupper moderni.

 

Michele Ferrero

L’inventore della Nutella (e non solo)

Michele Ferrero, a lungo il primo tra le persone più ricche d'Italia
Michele Ferrero, a lungo il primo tra le persone più ricche d’Italia

Quella di Michele Ferrero è appunto una storia che, più che italiana, pare americana. Nipote di contadini e figlio di un pasticciere col sogno di sfondare, ha espanso quella che era una ditta a conduzione familiare fino a farla diventare probabilmente la più potente impresa dolciaria del mondo. Un’impresa dominante in Italia e all’estero.

Classe 1925, la sua carriera da imprenditore parte ad appena 24 anni, nel 1949, quando la scomparsa del padre porta lo zio e la madre alle redini dell’azienda. In quel momento lui ad assumere un ruolo di sempre maggior rilievo nella catena produttiva.

I ruggenti anni ’60

Pochi anni dopo la ditta può vantare già un migliaio di dipendenti. È però dagli anni ’60 in poi, quando Michele prende definitivamente le redini del colosso di Alba, che il potere della Ferrero decolla sul mercato alimentare. Il merito va a prodotti come il Mon Chéri (1956), la Nutella (1964), il marchio Kinder (1968), le Tic Tac (1969). E poi via via tutti gli altri successi, dall’Estathè ai Ferrero Rocher, dall’Ovetto Kinder ai Pocket Coffee.


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Un forte impatto nel successo dell’azienda hanno anche gli investimenti in campo pubblicitario. Da Carosello fino ad oggi ogni prodotto viene infatti reclamizzato in maniera quasi ossessiva. Arrivano anche slogan che in certi casi si stampano nell’immaginario collettivo («La mia non è proprio fame… è più voglia di qualcosa di buono», «Non ci vedo più dalla fame», «Che mondo sarebbe senza Nutella?» o «Mi vuoi tutta ciccia e brufoli?»).

Dal 2008, il più ricco d’Italia

Nel 1997, a 72 anni e con un’impresa ormai valutata come la più affidabile dai consumatori nelle varie ricerche di mercato, Michele Ferrero decide di cedere le redini dell’azienda ai figli Pietro (che morirà 14 anni dopo per un arresto cardiaco) e Giovanni. Lui si ritira a Montecarlo. Rimane però il maggior azionista della società.

Il suo patrimonio – associato a quello di tutta la famiglia – è stimato da Forbes sui 20,4 miliardi di dollari. Questo gli consente di raggiungere la prima posizione in Italia (che detiene ininterrottamente dal 2008) e la ventitreesima a livello mondiale.

 

Leonardo Del Vecchio

Dall’orfanotrofio ai miliardi

Leonardo Del Vecchio (foto di Luck1112 via Wikimedia Commons)
Leonardo Del Vecchio (foto di Luck1112 via Wikimedia Commons)

Altra storia a suo modo da film è quella di Leonardo Del Vecchio. Il patron di Luxottica è da almeno dieci anni una presenza immancabile sul podio dei più ricchi imprenditori italiani. Nato a Milano nel 1935 da emigranti meridionali, rimane subito orfano di padre. Ultimo di quattro figli, durante la guerra la madre è costretta ad affidarlo ai Martinitt, il celebre istituto che dal ‘500 si occupa degli orfani milanesi. Proprio dove, pochi decenni prima, si erano formati altri due importanti capitani d’industria, Edoardo Bianchi e Angelo Rizzoli.

Ne esce nel 1949, trovando lavoro in una fabbrica che produce anche montature per occhiali. Lì viene notata una sua certa predisposizione. Mandato a studiare incisione e disegno all’Accademia di Brera, si trasferisce alla fine degli anni ’50 nel bellunese, ad Agordo. In quel luogo decide di mettersi in proprio.


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Nei primi tempi produce montature per altre aziende della zona. È solo nel 1971 che la sua attività fa il deciso salto in avanti. A Milano infatti si organizza MIDO, la prima Mostra Internazionale Degli Occhiali. Del Vecchio vi partecipa portando i suoi progetti e destando grande interesse anche all’estero.

La strategia di Luxottica

Luxottica, questo il marchio fondato e guidato dall’imprenditore milanese, inizia a mietere rapidamente successi. Allarga il proprio mercato da un lato grazie alle licenze di numerosi marchi legati alla moda (Armani, Prada, Moschino, Vogue, Chanel) per produrre occhiali per loro conto, dall’altro con l’acquisizione di marchi rivali entrati in crisi e presto rivitalizzati. Su tutti spicca il caso di Ray-Ban, comprata nel 1999, ma anche quello dell’italiana Persol.

Oggi Del Vecchio – appena premiato tra l’altro con l’Ambrogino d’oro a Milano – ha diversificato i suoi investimenti, con partecipazioni anche in società immobiliari, industrie biotecnologiche, banche e assicurazioni. Mantiene però la carica di presidente di Luxottica, mentre CEO è il milanese Andrea Guerra. Il patrimonio stimato di Del Vecchio supera i 15 miliardi di dollari.

 

Miuccia Prada

La donna più ricca d’Italia

Miuccia Prada, al centro, la donna più ricca d'Italia (foto di Cory M. Grenier via Flickr)
Miuccia Prada, al centro, la donna più ricca d’Italia (foto di Cory M. Grenier via Flickr)

L’unica donna ad entrare in cinquina, anzi in realtà l’unica donna a figurare anche tra i primi dieci più ricchi d’Italia, è Miuccia Prada. L’erede e rinnovatrice, cioè, di un marchio che prima di lei aveva ben figurato ma non si era mai espanso.

Nata a Milano nel 1948, è la nipote di Mario Prada, un imprenditore milanese che aveva aperto nel 1913 un negozio in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Quel negozio, specializzato in borse, bauli e accessori in pelle, nel giro di pochi anni divenne il fornitore ufficiale di casa Savoia.


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La giovane Miuccia, dopo il liceo Berchet, una laurea in scienze politiche e qualche esperienza teatrale, vi iniziò a lavorare negli anni ’70. Fu però solo dopo l’incontro con Patrizio Bertelli – conosciuto nel 1977 e sposato dieci anni più tardi, di cui parliamo più avanti – che iniziò a disegnare delle vere e proprie collezioni. Collezioni che portarono il marchio di famiglia fuori dalla città e verso tutto il mondo.

Le borse

Il primo passo verso questa direzione furono le nuove borse disegnate all’inizio degli anni ’80, che riscossero – minimaliste ed eleganti – un successo insperato in tutto il mondo. Nel 1988 poi il marchio cominciò a comparire alle sfilate di Milano. Di lì a poco, sempre Miuccia Prada disegnò una nuova linea di capi più giovanili sotto il marchio Miu Miu.

Gli anni ’90 continuarono con il rafforzamento del marchio. Prima arrivò la linea di abiti maschili, poi quella sportiva. Nel decennio successivo Miuccia fece aprire negozi a New York, Tokyo e Los Angeles ideati da lei stessa assieme a vari architetti di grido. Inoltre ricevette importanti riconoscimenti in campo artistico. Tra questi, il dottorato onorario del Royal College of Art di Londra e il premio onorario del New Museum of Contemporary Art di New York.

Il suo patrimonio personale, disgiunto da quello del marito che ne ha comunque uno ben considerevole, è stimato attorno ai 12,5 miliardi di dollari.

 

Giorgio Armani

Lo stile del made in Italy

Giorgio Armani (foto di Lorenzo Bozzi via Wikimedia Commons)
Giorgio Armani (foto di Lorenzo Bozzi via Wikimedia Commons)

A quanto pare sono finiti i tempi in cui tra i primi cinque più ricchi d’Italia, e spesso al primo posto assoluto, c’erano Silvio Berlusconi o Gianni Agnelli. Ovvero due magnati che non lavoravano solo dietro alle quinte, ma ci mettevano la faccia, nel bene e nel male.

Gli imprenditori che abbiamo presentato finora, infatti, sono tutti piuttosto noti ma non certo facce da copertina. E se anche ne avete sentito nominare spesso i nomi, raramente li riconoscereste per strada. Diverso è il discorso, invece, per Giorgio Armani, il più celebre e riconoscibile imprenditore della classifica di Forbes relativa all’Italia.


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Nato a Piacenza nel 1934, in principio – ispirato da un romanzo di Cronin – voleva diventare medico e per questo s’iscrisse a Medicina a Milano. Dopo pochi mesi però abbandonò gli studi. Fu durante il servizio militare svolto a Verona che iniziò ad interessarsi per la prima volta alla moda. Un interesse poi rinforzato da un lavoro come commesso alla Rinascente di Milano.

Il successo ad Hollywood

Negli anni ’60 cominciò così a disegnare i primi capi d’abbigliamento, prima per Nino Cerruti, poi per altre ditte. Il successo ottenuto e l’incontro con Sergio Galeotti lo spinsero a mettersi in proprio a metà degli anni ’70. Da quel momento incontrò un successo crescente anche e soprattutto grazie al cinema.

Molto amato da registi e produttori per il suo stile che richiamava spesso e volentieri gli anni ’20 e ’30, ha vestito tra i tanti Richard Gere in American gigolò e il cast de Gli intoccabili. In tempi più recenti sono arrivati poi Christian Bale in vari capitoli del suo Batman e DiCaprio nel recente The Wolf of Wall Street.

Inoltre l’enorme successo di una serie di “progetti paralleli” – come il profumo Acqua di Gio, la catena Emporio Armani o la linea sportiva EA7, oltre all’acquisizione della squadra di basket dell’Olimpia Milano – gli hanno permesso negli anni di accumulare un patrimonio considerevole. Patrimonio che oggi Forbes stima essere di 8,5 miliardi di dollari.

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Patrizio Bertelli

Il quinto tra le persone più ricche d’Italia

Patrizio Bertelli con la moglie Miuccia Prada e con Susanna Argenterio Savelli nel 1995
Patrizio Bertelli con la moglie Miuccia Prada e con Susanna Argenterio Savelli nel 1995

A giudicare dalle biografie dei grandi magnati del passato, in tutti i campi dell’imprenditoria – da quelli più “artistici” a quelli più commerciali – servono essenzialmente tre cose: lavoro, talento e senso degli affari.

Se il primo è frutto di un semplice atto di volontà, le altre due sono qualità che non si possono creare a tavolino, né più di tanto formare. Almeno in parte devono essere qualità istintive, irrazionali. Non a caso, tanti studiano marketing con ottimo profitto, ma solo pochi hanno il fiuto per arrivare in alto.

Ma talento artistico e fiuto, se così vogliamo chiamarlo, difficilmente vanno d’accordo. O meglio è difficile trovarle contemporaneamente nella stessa persona. Più facile, spesso, è unire due persone che sappiano occuparsi ognuna del proprio settore e collaborare al successo.


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Questo è, più o meno, quello che è successo anche a Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, terza e quinta persona più ricca d’Italia ma anche moglie e marito. Oltre che, rispettivamente, designer e amministratore delegato di Prada.

La biografia

Aretino, classe 1946, Bertelli aveva una discreta carriera da imprenditore alle spalle già prima di incontrare sua moglie nel 1977. Dopo aver abbandonato gli studi di ingegneria, infatti, aveva acquisito nel 1967 l’azienda di pelletteria Sir Robert e nel 1973 la Granello. Proprio in qualità di imprenditore nella pelletteria avvenne l’incontro con la famiglia Prada, a disposizione della quale mise in gioco il proprio talento manageriale.

La ricetta si rivelò vincente, tanto che oggi il gruppo è valutato in borsa più di 14 miliardi di euro. Grande appassionato di arte e di vela – praticata anche a livello professionistico negli anni ’70 – è anche il patron di Luna Rossa, l’imbarcazione celebre per le partecipazioni all’America’s Cup. Il suo patrimonio personale è stimato essere poco al di sotto dei 7 miliardi di dollari.

 

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