Cinque pilastri della poetica di Pirandello

Luigi Pirandello alla macchina da scrivere negli anni della vecchiaia

Luigi Pirandello, oltre che un grande scrittore e un drammaturgo acclamato in tutto il mondo al punto da essere insignito del Premio Nobel per la Letteratura, è stato anche un filosofo. Le sue pagine, che provengano dalla raccolta delle novelle, dai romanzi, dai saggi o dai testi teatrali, sono intrise di pensieri sull’ontologia, la logica e la fenomenologia che esprimono con efficacia il dramma e il disagio della società negli anni ’20 e ’30 del Novecento.

È questa un’epoca dominata dai contrasti, dallo svanire della fiducia ottocentesca nel progresso e dall’affermazione del relativismo in ogni forma, dal ribaltamento delle prospettive artistiche all’emergere di un inconscio che si sottrae alla logica, senza contare l’enunciazione della teoria della relatività. La poetica pirandelliana traduce magistralmente il disorientamento di questo periodo storico, facendosi portavoce di una filosofia complessa che unisce gli spunti di studiosi e artisti di tutta Europa.


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La distinzione tra Vita e Forma

L’insanabile contrasto fra ciò che è e ciò che appare

Il fu Mattia Pascal, romanzo in cui emerge il contrasto tra Vita e Forma alla base della poetica di PirandelloPirandello è fermamente convinto che nulla sia come appare ai nostri sensi. La realtà di ogni cosa, che l’autore definisce Vita, è un elemento magmatico, in continuo movimento e in perpetua evoluzione, un flusso indistinto di sentimenti, caratteri e dettagli che sfuggono ai nostri sensi rigidi e parziali.

Per questo alla Vita vengono attribuite delle Forme fisse e immutabili, delle categorizzazioni valide in ogni tempo e luogo, dei preconcetti e dei pregiudizi che l’uomo non è disposto a discutere; anzi, per non essere gettato nel calderone dell’indistinto e dell’inconoscibile, l’essere umano quasi divinizza il proprio giudizio, la Forma che sovrappone come una maschera alla Vita, dimostrandosi ostile a qualsiasi tentativo di demolizione di questo involucro di sicurezze, anche quando questa scelta pregiudica il suo accesso alla verità.

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L’io prismatico impossibile da conoscere

L’imbroglio sociale che genera paradossi

Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila, si trova inquadrato in mille diverse FormeL’essere umano è, naturalmente, l’essere in cui la Vita si articola nel modo più complesso e inafferrabile, seguendo il flusso degli istinti, l’evoluzione cui è soggetto nel tempo, i capricci del carattere. L’uomo è Vita allo stato puro, ma è confinato in un’esistenza dominata dalle Forme, perché la società in cui egli vive non può accontentarsi di ciò che è sfuggente e indefinibile, ma vuole nomi, etichette, certezze. La società è una grande trappola che fa della vita una “enorme pupazzata”; l’io, fatto di pulsioni e desideri, viene soffocato e imbrigliato entro i confini della convenienza, della morale e della consuetudine.

E i documenti parlano per l’uomo, al punto che Mattia Pascal, dichiarato legalmente morto, non si vede riconosciuta l’esistenza, che pure è sotto gli occhi di tutti, perché non possiede più una identità sociale. Ma c’è di più, perché la società non dà a ciascuno un’unica, indiscutibile forma: ogni individuo crea per il suo prossimo una propria Forma, cosicché quello che si crede essere un unico essere umano diventa centomila persone diverse alla conoscenza di centomila soggetti, fino ridursi, in virtù di questo proliferare di forme, a non essere nessuno, come tristemente sperimenta Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno e centomila.

 

Le parole sono sacchi vuoti

La costruzione arbitraria del linguaggio

In Sei personaggi in cerca d'autore emerge lo svuotamento del linguaggioMa, si obietterà, la società trova dei compromessi nei simboli, di cui il linguaggio rappresenta l’espressione più alta. Invece Pirandello attacca anche questa convenzione, riconoscendo nel linguaggio e nella parola una delle tante forme di plagio e snaturamento della realtà: anche le parole sono Forme e, in quanto tali, non corrispondono all’oggetto, alla persona o al concetto che rappresentano. Per usare la terminologia di De Saussure, il significante (la parola) non ha alcun intimo legame con il significato (ciò cui la parola rimanda), come ha ben evidenziato Wittgenstein nei suoi studi sul linguaggio.

Le parole – lo si legge con amarezza nel dramma Sei personaggi in cerca d’autore, oltre che nel già citato Uno, nessuno e centomila – non fanno che complicare i rapporti fra le persone e confondere la loro percezione della realtà, in quanto sono come sacchi vuoti che ciascuno riempie a proprio piacimento e che chiunque altro può svuotare per mutarne il contenuto. L’accordo è impossibile, nemmeno la più alta costruzione dell’essere umano, che per Aristotele era un “animale politico” fatto per vivere in società, si salva dal relativismo.

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La follia come soluzione

La salvezza dell’inconsapevole

Enrico IV è uno dei protagonisti pirandelliani che sceglie la fuga nella pazziaSe la realtà è fatta di deludenti compromessi, per Pirandello è ovvio che essa non possa generare che infelicità in coloro che ne smascherano i paradossi, e, di fatto, tutti i personaggi usciti dal calamaio dell’autore manifestano disagio, malinconia e delusione. Quale via di fuga è data all’uomo che riconosce la Formalità dell’esistenza e la discrepanza di questa rispetto alla Vita?

Le possibili soluzioni sono due: una pacata rassegnazione, come quella cui cede Mattia Pascal, che trascorre il resto della sua vita come bibliotecario nel paese da cui ha inizialmente creduto di poter fuggire, o un atteggiamento di distacco che rasenta o accoglie la follia: se il singolo non ha modo di distruggere un sistema di rapporti non autentici e su una conoscenza parziale e inesatta della verità, per lui non resta che rifiutare in ogni modo questa logica perversa che soffoca la Vita, fingendosi pazzo o diventandolo per non dover più subire il pregiudizio di coloro che, assuefatti alla Forma, non sono disposti ad accettare la parola profetica di chi della Forma ha colto l’arbitrarietà.


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Un “pazzo” come Vitangelo Moscarda, come il Belluca de Il treno ha fischiato o come Enrico IV può adagiarsi nel suo stato di rabbiosa consapevolezza senza dover rispondere ad alcuno, certo, come il personaggio di Zeno Cosini creato da Italo Svevo, che la malattia reale si annidi nel prossimo che subisce la Forma e non in chi ad essa si ribella.

 

Comicità e Umorismo: sintesi di un grosso travisamento

Il riso amaro che smaschera il controsenso

L'Umorismo, il più importante saggio di PirandelloDal contrasto fra realtà e apparenza si dirama un ulteriore caposaldo della poetica di Pirandello, ben espressa nel saggio L’Umorismo. In esso l’autore siciliano invita a riflettere su una sottile ma essenziale distinzione fra Comicità e Umorismo, ricorrendo ad un esempio divenuto quasi proverbiale. Si immagini – scrive Pirandello – una vecchia imbellettata che se ne va in giro truccata come un pagliaccio, suscitando le risate di chi la osserva. L’effetto è patetico e l’esplosione di quella risata è generata dal Comico, che è sintetizzato come “l’avvertimento del contrario” (chi osserva avverte che la situazione è diversa da come, di norma, dovrebbe essere, che c’è qualcosa di stonato). Ma questa vecchia forse si maschera in questo modo perché consapevole del decadimento del suo corpo e desiderosa di continuare a piacere al suo giovane amante, ed esagera per una sorta di disperazione che gli altri percepiscono come ridicola.

Se l’osservatore superasse l’iniziale ilarità e si interrogasse su queste motivazioni nascoste, egli arriverebbe al “sentimento del contrario”, passando dalla risata a crepapelle ad un riso amaro. Questa è l’essenza dell’Umorismo, una riflessione greve e malinconica coperta da un ghigno, che rivela l’acquisizione della consapevolezza delle storture causate dalla Forma sulla Vita.

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La poetica di Luigi Pirandello, dunque, è intrisa di filosofia e si interroga continuamente sulla natura dei rapporti fra l’individuo e la realtà e fra le persone, traendone sempre conclusioni sconfortanti. Ma la grandezza dell’arte fa sì che questa amarezza si traduca in opere capaci di parlare ad ogni essere umano in ogni tempo, invitandolo a riflettere e a trovare quasi un conforto nella registrazione di un disagio che ancora oggi si avverte, acutizzato da un mondo globale e da una rete di comunicazione in cui l’autentico e il personale si confondono nell’omologazione e in una dimensione puramente numerica dell’esistenza.

 

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