Il ‘600 è tradizionalmente considerato il secolo d’oro olandese. E lo è per vari motivi, non solo per i famosi pittori fiamminghi. Nella prima metà arrivò a conclusione la Guerra degli ottant’anni condotta contro la Spagna per l’indipendenza religiosa e politica. Nella seconda metà la neonata Compagnia delle Indie Orientali cominciò a solcare i mari di tutto il mondo, imponendo un netto e incontrastato dominio olandese nei mercati con gli altri continenti e all’interno della stessa Europa.

Ma il secolo d’oro fu qualcosa di più di una mera questione economica o politica. La tolleranza religiosa che le Province Unite seppero garantire ai loro abitanti attirarono i liberi pensatori di tutta Europa, oltre agli ebrei e a molti altri perseguitati. E questi portavano con loro inventiva, capitali, scoperte scientifiche.

Questo grande afflusso di persone influenzò tutta la cultura del periodo e diede un notevole impulso anche alla pittura.

La nascita di Belgio e Olanda

Diverso è, invece, quello che accadde alle Fiandre, la parte meridionale di quelle province in cui ancora oggi si parla il fiammingo, una variante dell’olandese.

Parte, come le province del nord, dei territori spagnoli, si ribellarono al dominio straniero ma furono subito sottomesse all’esercito di Filippo II, che nel giro di pochi anni riconquistò Bruges, Gand e Anversa, segnandone di fatto il declino dopo secoli di splendore.

I ceti imprenditoriali fiamminghi che avevano reso Anversa il principale porto europeo, infatti, si trasferirono armi e bagagli al nord. Se fino al ‘500 si poteva parlare di un’unica regione caratterizzata dalla stessa storia e dalle stesse tradizioni, proprio all’inizio del ‘600 quindi i due territori si separarono.

Quello meridionale rimase cattolico – e da esso sarebbe poi sostanzialmente nato il Belgio – e quello settentrionale aderì al protestantesimo e ai suoi ideali di imprenditorialità capitalista.

L’unica cosa che ancora per qualche decennio unì nord e sud del paese, futura Olanda e futuro Belgio, fu la pittura, che nel ‘600 vide questa zona d’Europa dominare incontrastata nel ritratto e nelle scene di vita quotidiana.

Un dominio motivato anche dal calo dei committenti ecclesiali e dal nuovo rapporto che in quegli anni si veniva a creare tra pittori e acquirenti borghesi. Era proprio questo, forse, l’elemento di maggior modernità dell’arte di quei territori: mentre nel Mediterraneo dominava ancora la Chiesa, con i suoi dipinti di santi, a nord si ragionava già in termini imprenditoriali.

Scopriamo, allora, cinque grandi pittori fiamminghi e olandesi del ‘600, cercando di delinearne le caratteristiche principali della loro arte e il legame con la loro terra d’origine.

 

1. Pieter Paul Rubens

Il cattolico di ritorno

Emblema in un certo senso del dissidio tra le varie anime del paese fu, primo fra tutti in ambito pittorico, Pieter Paul Rubens, celebre maestro fiammingo nato però in Germania nel 1577.

Il padre, infatti, era dovuto fuggire dalle province del nord perché protestante, a causa della sanguinosissima persecuzione che gli spagnoli avevano messo in piedi contro i riformati. Lo stesso Rubens si sarebbe poi potuto stabilire ad Anversa solo dopo essersi convertito al cattolicesimo.

Ma più che ad Anversa, l’arte di Rubens ebbe sede in tutta l’Europa cattolica. Nel maestro fiammingo, infatti, i caratteri che sarebbero divenuti dominanti nella pittura della sua terra si trovavano mescolati a reminiscenze rinascimentali. Anche per questo, è oggi considerato un pittore di passaggio, tra i più influenti nel mescolare arte vecchia e nuova [1].

Le tecniche più moderne venivano infatti messe a servizio dei temi più classici, e la sua pittura può essere vista come un elemento di tramite, un collante tra l’arte che era e quella che sarebbe stata.

L’influenza italiana

Si formò principalmente in Italia, dove passò otto lunghi anni studiando prima i maestri veneziani e poi quelli romani. Tra questi ultimi, un ruolo di spicco spetta a Caravaggio, che tanta influenza avrebbe avuto in generale su quel secolo e sulla pittura fiamminga in particolare.

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Lavorò ancora principalmente su commissione di chiese, prelati e regnanti, com’era tradizione nella parte cattolica dell’Europa. A loro propose una pittura carica di dinamismo, luce, volume, elementi barocchi e trasfigurazioni mistiche.

Mise quindi volentieri la sua arte al servizio degli ideali della Controriforma ma anche della rielaborazione storica che gli richiedevano, a fini propagandistici, i vari regnanti europei. Ed ebbe così talmente tanto successo in madrepatria e fece così tanto scuola da poter mettere in piedi, da un certo punto in poi, una sorta di “catena di montaggio” ante litteram.

Al suo servizio aveva infatti uno stuolo di collaboratori, ognuno specializzato in una specifica mansione, ai quali forniva il cartone preparatorio di ogni opera e dei quali sostanzialmente controllava e dirigeva il lavoro. Per sé, Rubens ritagliava il compito di dare solo i giusti ritocchi, atti a garantire lo stile del maestro e l’uniformità del dipinto.

 

2. Frans Hals

Il ritrattista fiammingo fuggito al nord

Nome forse non notissimo ma molto importante nello sviluppo dell’arte fiamminga ed olandese fu anche quello di Frans Hals. Un artista che, dal punto di vista biografico, fu come Rubens strettamente legato agli eventi che attraversavano i Paesi Bassi tra ‘500 e ‘600.

Nato ad Anversa nel 1580 da un mercante di vestiario e dalla sua seconda moglie, dovette emigrare con tutta la sua famiglia al nord. Il motivo di questo trasferimento fu la repressione nel sangue di cui gli spagnoli si macchiarono per sedare la rivolta fatta scoppiare in tutte le Fiandre dai calvinisti.

Si stabilì così in Olanda, ad Haarlem, dove avrebbe poi risieduto per tutta la vita. Qui frequentò gli ambienti artistici di altri emigrati fiamminghi e poté formare un proprio stile personale. Stile che mise poi all’opera in varie composizioni pittoriche soprattutto a partire dai trent’anni d’età.

Non ebbe una vita sempre solare e lineare. Finì infatti anche in galera per debiti e da un certo punto in poi sviluppò un’insana passione per l’alcool, che ne fece uno dei più assidui frequentatori delle bettole della cittadina olandese.

Dentro all’animo umano

Questo però gli permise di acquisire una profonda conoscenza degli abissi dell’animo umano e lo aiutò a diventare già in vita uno dei pittori più apprezzati della sua generazione.

A renderlo famoso fu infatti la capacità ritrattistica. Una capacità richiesta da quei giovani e arrembanti mercanti delle Province Unite che vedevano nel ritratto un’occasione per impreziosire la casa e per dare maggiore dignità al nuovo status sociale raggiunto.

Nel ritratto Hals seppe d’altra parte introdurre alcune innovazioni importanti. Scelse ad esempio di rappresentare i suoi soggetti con grande realismo ma anche con una buona dose di analisi psicologica, cogliendo e riportando nei volti un qualche tratto del carattere.

Rispetto a Rembrandt, al quale viene spesso accostato anche per la tecnica pittorica, nei lavori di Hals si nota maggiormente un uso naturalistico della luce e una composizione più genuina e realistica.

Tutte queste qualità erano però meno appariscenti e meno in linea col gusto barocco. Questo l’ha fatto a volte passare in secondo piano, facendolo ritenere quasi un pittore minore della sua epoca. È stato pertanto riscoperto in anni più recenti, come uno dei principali interpreti del nuovo sentire dell’epoca.

 

3. Antoon van Dyck

Allievo di Rubens e di Tiziano

Ritrattista di prim’ordine fu anche Antoon van Dyck, nato come Hals ad Anversa una ventina d’anni più tardi, nel 1599. A differenza di Hals, però, van Dyck rimase fedele al cattolicesimo e quindi non fu mai costretto ad emigrare al nord per trovare riparo dalle persecuzioni.

Anzi, proprio perché cattolico van Dyck poté fare fortuna nell’Europa ricca e opulenta della Controriforma. Una zona che, per quanto stesse scivolando verso una crisi sia politica che economica, era ancora pur sempre la parte dominante del mondo di inizio ‘600.

Dopo esser stato l’allievo prediletto di Rubens, che in lui vedeva il suo erede naturale, van Dyck infatti compì il suo classico viaggio di formazione in Italia. Si fermò molto a lungo a Genova, dove la fama del maestro gli permise di fare i primi affari con la nobiltà locale.

Fu poi, a più riprese e per molti anni, a Londra, alla corte dei filo-cattolici Giacomo I e Carlo I [2], dove eseguì alcuni dei più celebri ritratti dell’epoca. Amando molto viaggiare e spostarsi, tornò però di tanto in tanto ad Anversa, avventurandosi fino a L’Aja e tentando pure di trovare commissioni a Parigi.

I ritratti e le ambizioni

Il ritratto, infatti, di cui divenne il più apprezzato specialista della sua epoca, gli serviva essenzialmente per aumentare le proprie finanze e il proprio status sociale. Basti dire che a Londra il re gli costruì addirittura una bellissima villa sul Tamigi.

La sua ambizione, soprattutto nell’ultima parte della vita, era però quella di rappresentare un grande soggetto storico e mitologico, per il quale non trovava un committente adatto. Si trovava infatti ingabbiato, in un certo senso, dalla fama che aveva acquisito in tutta Europa.

Grande ammiratore di Tiziano, fu anche collezionista appassionato delle sue opere. Di conseguenza, ne studiò ardentemente l’uso del colore e l’espressività, che cercò poi di riprodurre nei propri quadri. Morì improvvisamente a 42 anni, al punto più alto della carriera.

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4. Rembrandt

Il grande maestro olandese

Se Rubens fu probabilmente il più grande pittore fiammingo della sua epoca, Rembrandt fu il più grande artista olandese almeno fino a van Gogh.

Nato a Leida nel 1606, visse tutta la fase dell’indipendenza delle Province Unite. Ne fu anzi in un certo senso il cantore artistico, non tanto nei soggetti rappresentati quanto nel trionfo stilistico che seppe influenzare tutta la pittura europea a lui successiva.

Inizialmente fu anch’egli legato alla ritrattistica, che come detto era un genere in grande ascesa grazie alla comparsa di un nuovo e ricco ceto borghese. Seppe però presto dirigersi verso altri generi, spaziando dalla pittura allegorica a quella paesaggistica, dai temi religiosi a quelli quotidiani.

Dimostrò insomma una certa versatilità, sempre però riportata a un’impronta chiara e netta di natura stilistica. A contraddistinguere la sua pittura erano i colori pastosi e oscuri illuminati da improvvisi squarci di luce, in un’atmosfera severa ma insieme ricca di speranza. Un’atmosfera che tra l’altro ben si sposava con gli ideali calvinisti.

Tra scandali e dissesti finanziari

Rubens infatti operò principalmente ad Amsterdam, capoluogo economico di quella nuova Olanda riformata. E lì proprio con la chiesa calvinista ebbe pure qualche problema, visto che la sua relazione con una domestica destò scandalo e proteste. Seppe comunque far propria la lezione di Caravaggio, sfruttandola a proprio uso e consumo.

La luce e soprattutto le ombre divenivano il punto focale del suo quadro, il cui obiettivo non era più la rappresentazione fedele della realtà ma la sua trasfigurazione allegorica.

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Nonostante il successo e la fama che gli arrisero già in vita, non ebbe molta fortuna dal punto di vista finanziario. Arrivò perfino a dichiarare bancarotta a causa della sua passione per oggetti costosi – perlopiù stampe e opere d’arte – di cui gli piaceva circondarsi.

Una cosa già accaduta a van Dyck, con la differenza che quest’ultimo si appoggiava ai regnanti di mezza Europa mentre Rembrandt Harmenszoon van Rijn campava semplicemente grazie al proprio lavoro. Oltre che a un matrimonio economicamente azzeccato.

 

5. Jan Vermeer

Il fiammingo incompreso e specialista della luce

Abbiamo chiuso il capoverso su Rembrandt citando il suo matrimonio (e la rendita che questo gli dava) per introdurci all’ultimo pittore della nostra cinquina, Jan Vermeer. Un artista che ebbe esperienze di vita piuttosto simili.

Nato a Delft nel 1632 e lì morto appena 43 anni dopo, fu uno dei più grandi e più incompresi pittori della sua epoca. La sua vita è stata in parte raccontata – anche se in maniera romanzata e colmando con la fantasia alcuni buchi biografici – da uno dei più celebri film sulla vita dei pittori, La ragazza con l’orecchino di perla.

Le sue opere sono tra quelle più precise e dagli effetti cromatici più belli di tutto il ‘600. Eppure in vita non riusciva nemmeno a pagare la quota all’associazione dei pittori. Doveva infatti mantenersi grazie agli affari lasciatigli dal padre e alla rendita garantitagli dalla suocera.

Complice un periodo di crisi economica dovuto alla nuova guerra tra Paesi Bassi e Francia, il già piccolo mercato dell’arte si era infatti ristretto. E per Vermeer il lavoro era molto poco.

Mettere al centro la luce

In lui il percorso di cui abbiamo parlato finora trovò compimento. Il soggetto dei suoi quadri non erano più le grandi scene mitologiche o religiose, ma le piccole situazioni quotidiane.

E non si può più nemmeno parlare di ritrattistica, perché lo scopo di Vermeer era quello di rappresentare persone invase dalla luce, come se fossero delle nature morte.

Per questo i protagonisti delle sue tele erano persone qualsiasi, domestiche, gente di passaggio. Perché ciò che contava non era più la storia, religiosa o epica, ma il modo in cui la si raccontava.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Una corposa e interessante analisi del ruolo storico assunto dalla pittura di Peter Paul Rubens può essere trovata in questo articolo del Guardian (in inglese).
[2] Quei due sovrani, esponenti della dinastia Stuart, sono piuttosto celebri e il loro nome probabilmente avrà fatto risvegliare in voi qualche ricordo scolastico. Carlo I, in particolare, fu il sovrano che verso la metà del Seicento diede vita a un duro scontro col Parlamento inglese nel tentativo di accrescere i propri poteri in senso assolutistico. Il braccio di ferro degenerò e si arrivò alla guerra civile, che fu vinta dal Parlamento. Lo stesso Carlo I fu arrestato, processato per alto tradimento, condannato a morte e decapitato. Antoon van Dyck, a quel punto, era però già morto da qualche anno.

 

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