Cinque poesie belle e famose di Gabriele D’Annunzio

Gabriele D'Annunzio al suo tavolo da lavoro, immerso nella scrittura

Gabriele D’Annunzio nasce il 12 marzo 1863 a Pescara. Pubblica la sua prima raccolta poetica durante gli anni del collegio, a spese del padre; il prematuro successo lo porta a collaborare con riviste e giornali. Si trasferisce a Roma per studiare Lettere e, pur non concludendo gli studi, diventa in pochi anni una figura di riferimento nel panorama culturale e letterario. Il suo primo romanzo, Il piacere, esce nel 1889.

Continua a pubblicare romanzi, tra cui L’innocente, Il trionfo della morte e La vergine delle rocce, raccolte poetiche e opere teatrali. Nel 1903 escono i primi tre libri delle Laudi, Maia, Elettra e Alcyone, che contengono le poesie oggi più celebri.

Nel 1912 e nel 1918 escono gli altri due libri, Merope e Asterope. Altri due saranno annunciati, ma mai pubblicati. Muore il 1° marzo 1938, in esilio volontario da dopo la marcia su Fiume.


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D’Annunzio è il rappresentante italiano della corrente decadentista e subisce l’influenza del simbolismo. Da questi movimenti ricava il gusto per la parola come chiave per svelare i segreti della natura, l’amore per l’arte e la definizione di poeta come “veggente”.

Ispirandosi a Nietzsche, elabora la teoria del superuomo, una figura originale e potente, che vive secondo nuovi valori e svolge il ruolo di guida del popolo.

   

 

1. Lungo l’Affrico nella sera di giugno dopo la pioggia

La terza poesia dell’Alcyone

Collocata al terzo posto nella raccolta intitolata Alcyone, questa poesia è stata composta negli ultimi giorni di giugno del 1902. Rispetto al tono enfatico e ideologico delle altre raccolte, in Alcyone viene lodata la volontà di D’Annunzio di presentare al lettore una poesia più pura, di cui Lungo l’Affrico è un perfetto esempio.

Il poeta descrive il paesaggio intorno a sé nel momento in cui è appena terminata la pioggia: la terra è bella così come è bella un’anima appena dopo aver finito di piangere. Dalle nuvole è nata una nuova grazia, che il poeta può celebrare grazie al suo canto, che rilegge la bellezza della natura con la sua poesia e fissa la fugacità di un attimo in una forma duratura.

Nella strofa successiva, la luna viene descritta come qualcosa di sottile; può essere nascosta da un ramo e l’occhio del poeta fa fatica a vedere quando il sogno appanna la sua mente. Eppure, essa intrattiene un dialogo segreto con il fiume, parlando un linguaggio sconosciuto all’uomo.

Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da la nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t’effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l’ascolti.
Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pe ‘l sogno che l’appanna,
Luna, il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d’erba ti sorride,
solo a te sola.
O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l’Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha sussurro
l’arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?
E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S’attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell’ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all’opera d’amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un’alba certa.

Sfiorano l’erba intorno all’Affrico delle maestose rondini, che traggono talmente tanta gioia dal volo da fondersi con l’azzurro del cielo. I loro colori, il bianco e il nero, sono come quelli del vespro, ora misteriosa sospesa tra la luce e la tenebra.

Anche il loro canto è misterioso per l’orecchio umano, ma è in grado di parlare direttamente al cuore, che non può che trasalire udendolo, presagendo un’immensa gioia.

Negli ultimi quattro versi, la terra diventa argilla nelle mani del poeta, che può plasmarla grazie al suo canto d’amore, e infine il tramonto si trasforma in alba, simbolo di rinascita in una vita superiore.

   

 

2. La sera fiesolana

La natura e l’amore al passaggio tra primavera ed estate

La poesia è composta nel giugno del 1899 e viene pubblicata nella Nuova Antologia lo stesso anno; sarà poi inclusa nel terzo libro della Laudi nel 1904.

L’atmosfera sospesa e magica, la predilezione per un momento suggestivo come l’attimo che precede il sorgere della luna e i richiami tanto alle Corrispondenze di Baudelaire quanto al Cantico delle creature di San Francesco ne fanno una delle liriche più celebri di Gabriele D’Annunzio.

Il poeta si rivolge a un tu generico, che può essere facilmente interpretato come la donna amata, chiedendo che le sue parole possano arrivare fresche come le foglie di un gelso appena raccolte dall’albero. Avvolti in un sogno estatico, gli amanti osservano il sorgere della luna, la cui fredda luce viene accostata alla freschezza della notte.

Il poeta desidera che le sue parole siano dolci come la pioggia che da poco ha smesso di cadere, «commiato lacrimoso de la primavera»: siamo nel momento in cui la primavera si sta lentamente trasformando in estate.

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su ’l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

Nella terza e ultima strofa, il tema diventa amoroso e sensuale. Il poeta promette di rivelare il segreto della natura, un segreto di vita gioiosa, che le colline, le cui curve ricordano quelle di due labbra, sono tenute a non svelare mai.

La natura tutta è pervasa da una immensa forza erotica, nella quale l’uomo si immedesima. Come in Lungo l’Affrico, ne La sera fiesolana non troviamo alcuna espressione ideologica, ma solo una poesia pura che parla della natura e dell’amore.

   

 

3. Nella belletta

La morte nell’estate torrida

Breve e intenso, anche questo madrigale si trova in Alcyone. In poche righe, esprime alla perfezione l’ideale decadente di Gabriele D’Annunzio, che vedeva la bellezza in ogni aspetto della natura, anche nella morte.

In una palude, il poeta osserva il paesaggio intorno a sé. Tutti i tipi di sensazione concorrono a creare la particolare atmosfera di decadenza e putrefazione, dall’odore delle pesche andate a male a quello delle rose appassite, fino alla sensazione di afa provocata da un sole cocente.

La morte è nell’aria, e ha un sapore dolciastro. Tutto intorno a lui è silenzioso, persino le rane ammutoliscono.

Nella belletta i giunchi hanno l’odore
delle persiche mézze e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.
Or tutta la palude è come un fiore
lutulento che il sol d’agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte.
Ammutisce la rana, se m’appresso.
Le bolle d’aria salgono in silenzio.


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La bellezza di questo componimento sta nella sua musicalità, che va componendosi grazie alle rime, le assonanze e la particolare cura per le pause e l’andamento generale del madrigale. Le immagini sono tratte dal quotidiano, a ricordare che anche la morte fa parte della vita.

Il libro di Alcyone racconta dell’estate, dal momento in cui cadono le ultime piogge primaverili fino al sopraggiungere dell’autunno: Nella belletta narra del momento più torrido dell’estate, quando il sole d’agosto scalda fino a togliere il respiro.

 

4. Ferrara

Ricordando le grandi città d’arte

Questa poesia è contenuta nella raccolta intitolata Elettra, che costituisce il secondo libro delle Laudi e oppone un tempo passato di gloria e bellezza a un presente alle prese con una modernità invadente.

Dà inizio alla sezione de Le città del silenzio, che vuole celebrare le più antiche città d’arte in Italia, che ancora conservano una loro particolarità immune dalle modernizzazioni portate dallo sviluppo industriale.

D’Annunzio vuole innalzare una lode alla bellezza della città di Ferrara, segnata però ormai dalla malinconia. Il poeta rimpiange il suo passato glorioso: durante il Rinascimento, era la culla della cultura e dell’arte.

Ora viene paragonata a una donna che cerca conforto per le sue pene tra le braccia di un nuovo amante, e il rammarico del poeta diventa quello di tutti gli uomini dell’età presente.

O deserta bellezza di Ferrara,
ti loderò come si loda il volto
di colei che sul nostro cuor s’inclina
per aver pace di sue felicità lontane;
e loderò la chiara
sfera d’aere ed’acque
ove si chiude la mia malinconia divina
musicalmente
E loderò quella che più mi piacque
più delle altre
delle donne morte
e il tenue riso ond’ella mi delude
e l’alta immagine ond’io mi consolo
nella mia mente.
Loderò i tuoi chiostri ove tacque
l’uman dolore avvolto nelle lane
placide e cantò l’usignolo
ebro furente.

Loderò le tue vie piane,
grandi come fiumane,
che conducono all’infinito, chi va solo
col suo pensiero ardente,
e quel loro silenzio ove stanno in ascolto
e quel loro silenzio con le porte hce sembrano voler ascoltare
tutte le porte
se il fabro occulo batte su l’incude,
e il sogno di voluttà che sta sepolto
sotto le pietre nude con la tua sorte.

Di Ferrara D’Annunzio vuole lodare la grazia e l’eleganza delle grandi donne che vi hanno abitato, come Eleonora d’Este e Lucrezia Borgia: il loro sorriso allevia il suo dolore, ma nello stesso tempo lo delude, perché la grandezza del passato non potrà mai più ripetersi.

Infine parla delle sue vie, delle sue mura e delle memorie nascoste sotto le pietre della città, che suscitano un sogno di voluttà in chi oggi le contempla.

   

 

5. La pioggia nel pineto

La lirica più famosa di D’Annunzio

Questa è la lirica più celebre del poeta, contenuta in Alcyone e ricordata tanto per i suoi temi quanto per il suo virtuosismo e la sua musicalità.

Fedele alla metafisica decadente, la poesia canta la segreta corrispondenza tra la parola poetica e la realtà oggettiva: la parola è legata all’essenza delle cose, al loro mistero e si rivela all’uomo come una formula magica, unica strumento in grado di svelare i segreti della natura.

Organizzata come una sinfonia, La pioggia nel pineto è il discorso del poeta alla donna amata, Ermione. Le figure umane, tuttavia, perdono qualsiasi connotazione specifica, andando a identificarsi con la natura.

La pioggia cade sugli alberi, suonando in modo diverso per ogni tipo di albero: ognuno di essi è uno strumento diverso, in dialogo con la voce solista prima delle cicale, poi delle rane.

In conclusione, il motivo panico, che vuole l’uomo parte della natura, prende il sopravvento: Ermione diventa una creatura vegetale, che esce dalla corteccia degli alberi come una ninfa.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo, e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce dal mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Il ritmo, il mistero, la musicalità affascinano il lettore sin dai primi versi. Ma non ci troviamo di fronte, semplicemente, a poesia pura.

Il poeta vuole affermare la sua convinzione di essere in possesso di una parola privilegiata, in grado di afferrare il linguaggio arcano del mondo e offrirlo a chi sa interpretarlo; inoltre, si afferma l’esistenza di un mondo sovrumano, coerente con l’ideologia del superuomo, e l’invito a una trasfigurazione raggiungibile solo grazie alla fusione con l’elemento vegetale.

 

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Un brano de La pioggia nel pineto di Gabriele D'Annunzio

 

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Francesca Raviola
Sono un’accumulatrice seriale di cose inventate. Mi sono cari quei momenti della giornata in cui posso dimenticarmi di appartenere al mondo materiale e lasciare che quello che ho in testa prenda il sopravvento. Quando mi sono resa conto di pensare molto più velocemente di quanto riuscissi a parlare, ho capito che scrivere non era soltanto qualcosa che mi piaceva fare. Scrivere per me è una necessità, perché mi obbliga a rallentare, a capire quello che sto pensando. Mi esprimo molto meglio attraverso la parola scritta di quanto riuscirò mai a fare a voce. Un altro efficacissimo metodo di espressione, per me, è la danza. Dentro di me sento il bisogno di ballare come se fosse una pulsione primordiale, un riflesso incondizionato come quello che ti fa prendere una boccata d’aria dopo un minuto di apnea. La ricerca della bellezza è parte della mia routine quotidiana, perché le cose belle fanno stare bene, e io voglio stare bene. Non mi piace distinguere tra cultura alta e bassa, non mi piace dividere tutto in categorie e sottocategorie, non mi piacciono le definizioni troppo strette: mi piace mescolare e mi piace quando una cosa ti colpisce semplicemente perché è così. A volte le spiegazioni rovinano tutto.