Cinque poesie di Ungaretti da ricordare

Le più importanti poesie di Ungaretti, qui in una foto al fronte

Alle superiori si studiano molti poeti italiani. Pochi, però, riescono a colpire davvero gli studenti, spesso affascinati da tutt’altro genere di scrittura. Pochi ma buoni, verrebbe comunque da dire. Perché tra quelli più amati ci sono sicuramente Dante e Leopardi, ma anche qualche autore novecentesco. Tra tutte, ad esempio, le poesie di Ungaretti sono tra quelle che rimangono più impresse. Brevi, incisive, scritte in un linguaggio semplice ma memorabile, quelle liriche riescono a trasmettere molto con poche parole.

L’esperienza di guerra

Il poeta nato ad Alessandria d’Egitto ha scritto per tutta la sua vita, fino alla morte avvenuta nel 1970. Le sue poesie più note sono però quelle di guerra, quelle composte in trincea durante la Prima guerra mondiale. Raccolti fin dai primi tempi in Il porto sepolto, i suoi versi si trovano oggi in Vita d’un uomo, la summa definitiva del suo lavoro.

Da lì ne abbiamo estratte cinque, molto note ma anche molto belle, che vi proponiamo qui di seguito. Sono poesie in cui si respira il dramma della guerra, la fratellanza con gli altri soldati, il desiderio di pace. Sono liriche che sicuramente avete già studiato a scuola, ma che sarà bello riprendere in mano. Ecco dunque cinque poesie di Ungaretti che meritano di essere ricordate.

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1. Veglia

Abbiamo scritto in apertura che Ungaretti nacque in Egitto. Era figlio di emigranti, che là si erano trasferiti per cercare di migliorare le loro condizioni di vita. Crebbe così lontano dall’Italia, e anche quando cominciò a viaggiare puntò molto più spesso verso la Francia.

D’altronde, all’epoca Parigi era la capitale culturale non solo dell’Europa ma del mondo intero, e un letterato non poteva che guardare a quello che accadeva sotto alla Torre Eiffel.

Nel 1914 però rientrò in Italia e qui cominciò a portare avanti un’intensa campagna interventista. A Parigi aveva infatti conosciuto Giovanni Papini, Ardengo Soffici e Aldo Palazzeschi, che l’avevano avvicinato alla rivista Lacerba.

Una rivista che faceva dell’entrata in guerra dell’Italia addirittura la sua ragione di vita. E, d’altro canto, era comune tra gli italiani emigrati il desiderio di “completare il Risorgimento” e conquistare le terre in mano allo straniero.

Vicini al Natale 1915

Quando l’Italia proclamò guerra all’Austria, Ungaretti non poté far altro, quindi, che offrirsi volontario. Fu arruolato in un reggimento di fanteria e inviato sul Carso, dove si cominciò a combattere nella seconda metà del 1915.

A dicembre, qualche mese dopo, Ungaretti scriveva Veglia, che è già una lirica di disincanto scritta durante una dura nottata. La guerra non era quell’impresa eroica e ardita che molti si erano immaginati, ma un orrore. Un orrore che però attaccava ancora di più alla vita.

(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

 

2. Fratelli

«Di che reggimento siete?»

Il 1916 fu un anno decisivo per la sorte di Ungaretti. Il giovane poeta aveva già cominciato a scrivere prima del conflitto, facendo propria la lezione dei maestri del simbolismo. Le sue poesie, però, non riuscivano ancora a colpire, forse perché non avevano molto da raccontare. O forse perché schiacciate dall’imperante sperimentalismo futurista.

Fu la guerra a dare ad Ungaretti il materiale per narrare più in profondità la propria vicenda umana. Una guerra che si faceva conoscere solo man mano che il giovane soldato ci si immergeva dentro. Così, se il 1915 fu un anno di reciproche conoscenze, il 1916 fu quello in cui Ungaretti cominciò ad andare al cuore del conflitto.

O, meglio, del modo in cui il conflitto si poneva davanti agli uomini. Come nella straordinaria Fratelli, scritta nel luglio 1916 in Friuli.

(Mariano il 15 luglio 1916)

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

3. San Martino del Carso

Le devastazioni della guerra, dentro e fuori di noi

Siamo sempre nell’estate 1916. Ungaretti combatte sul Carso, e in particolare in questa poesia si sofferma su San Martino, frazione di Sagrado, in provincia di Gorizia. Quel paesello era stato distrutto dalla furia degli scontri tra esercito italiano ed austro-ungarico. E quell’immagine fu quella che il poeta decise di descrivere all’inizio della lirica.

Già il finale della prima strofa, quando si parla di “brandello” di muro, faceva però capire che quella che si stava leggendo non era solo una descrizione del paesaggio. Da lì, infatti, Ungaretti tratteggiava un’evidente analogia con le sue emozioni, i suoi dolori.

Non erano solo le case ad essere state abbattute dalla furia della guerra. Anche il suo cuore aveva subito gli stessi supplizi. Anzi, il cuore stava peggio.

(Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916)

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

 

4. Mattina

Quando si cerca di inquadrare Ungaretti in una corrente letteraria, si fa una certa fatica. Lui stesso tendeva a ribellarsi alle etichette.

Vicino ai lacerbiani e per certi versi ai futuristi, non aderì mai al loro programma poetico. Certo, ne fu in qualche modo influenzato, ad esempio nella rottura con la sintassi e la punteggiatura. Ma era un avvicinamento solo parziale e solo formale: i contenuti rimanevano ben distanti da quelli dei colleghi.

La sua poesia, durante e dopo la Prima guerra mondiale, arrivò nel panorama letterario italiano come un fulmine a ciel sereno. Nessuno scriveva in quel modo, con un linguaggio così semplice e così immediato. Anche, a tratti, con versi così enigmatici, che non potevano essere svelati a una prima occhiata.

Scriveva a modo suo, Ungaretti, e anche le sue scelte letterarie e politiche in quegli anni furono particolari. Prima aderì al fascismo, poi se ne allontanò trasferendosi in Sudamerica. Infine tornò a professarsi fascista quando il regime di Mussolini volgeva ormai al termine.

Due soli versi, ma carichi di significato

Insomma, Giuseppe Ungaretti è un poeta difficile da inquadrare. L’unica corrente a cui può essere accostato è forse quella ermetica, che a lui proprio si ispirò, come un maestro da cui apprendere ma anche da cui, in un certo senso, distaccarsi.

Il lavoro di cesello sulla parola, il suo potere mistico e salvifico, le difficoltà di comprensione emergevano soprattutto con la raccolta Sentimento del tempo. Già in Mattina, una delle sue liriche più note, si scorgevano però i segni di questo suo percorso.

(Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917)

M’illumino
d’immenso.

 

5. Soldati

Tra le poesie di Ungaretti, quella che forse meglio descrive la realtà della guerra

La Prima guerra mondiale, come sapete, si concluse nel novembre 1918. Dopo essere stato impegnato a lungo sul fronte orientale, nell’estate di quell’anno il reparto di Ungaretti fu inviato in Francia1.

I tedeschi tentavano infatti l’ultimo assalto verso le linee francesi, in un disperato tentativo di sfondare il fronte occidentale prima del crollo interno. Per questo la linea difensiva fu rafforzata anche con la presenza di qualche forza italiana.

Mentre era nei pressi del bosco di Courton, Giuseppe Ungaretti scrisse Soldati, una delle sue poesie più belle e famose. Un componimento il cui significato si evince dal titolo, perché nei quattro versi c’è solo un riferimento alla precarietà delle foglie in autunno. Un riferimento che però ben si addice anche alla vita dei soldati, di tutte le divise, impegnati al fronte.

(Bosco di Courton luglio 1918)

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

 

Note e approfondimenti

 

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