Diciamoci la verità: Giosuè Carducci è un poeta che oggi sa un po’ di vecchio. Autore di liriche dal linguaggio aulico, appassionato di temi risorgimentali, letto solo ed esclusivamente a scuola, pare un poeta sorpassato. Pascoli e D’Annunzio, che pure vissero poco dopo di lui, affascinano di più e per un motivo o per l’altro riescono, oggi, ad avere un maggior ascendente sui giovani e sugli studenti.

Il poeta vate

Ai suoi tempi, però, Carducci fu un poeta in grado di infiammare i cuori. Suscitò l’ispirazione delle masse, incantò regine pur essendo un repubblicano, produsse imitatori e ammiratori. E influenzò la cultura italiana per decenni. Oggi le sue poesie vengono studiate alle scuole superiori, ma un tempo venivano imparate a memoria fin dalle elementari. E i vostri genitori o nonni probabilmente potrebbero ancora declamarvene alcune.

Oggi vogliamo recuperarne cinque, le più famose della produzione del poeta toscano. Come vedrete, quattro di esse sono tratte dalla raccolta Rime nuove, che Carducci pubblicò per la prima volta nel 1887, a 52 anni d’età. Era una raccolta matura, in cui si intrecciavano temi cari al letterato ma anche influenze straniere. E in cui l’anelito patriottico si coniugava con un lato più sentimentale. Oltre a queste poesie, però, uno spazio lo riserveremo anche al celebre inno A Satana, da cui anzi partiamo.

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A Satana

In una notte

L’inno A Satana fu realizzato in una sola notte nel settembre 1863, a Firenze. Carducci lo pubblicò poco dopo, facendo poca attenzione alla resa stilistica. Quello che gli interessava, infatti, era portare agli occhi del pubblico quella che riteneva essere una verità troppo sottaciuta. Per questo, anni dopo avrebbe scritto: «L’Italia col tempo dovrebbe innalzarmi una statua, pel merito civile dell’aver sacrificato la mia coscienza d’artista al desiderio di risvegliar qualcuno o qualcosa… perché allora io fu un gran vigliacco dell’arte».

Formalmente, si tratta di un inno formato da cinquanta quartine in quinari sdruccioli. Lo schema ritmico è ABCB, quello tipico del “brindisi”, cioè del componimento poetico da recitare a tavola. La prima pubblicazione è datata 1865, sotto pseudonimo e senza alcune parti. L’edizione completa è del 1867, mentre il testo fu aggiustato definitivamente nel 1881.

A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;

Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla;

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano
D’amor parole,

E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;

A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.


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Via l’aspersorio
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!

Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele

Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.

Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.

Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,

Sol vive Satana.
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,

O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.

Brilla de’ grappoli
Nel lieto sangue,
Per cui la rapida
Gioia non langue,

Che la fuggevole
Vita ristora,
Che il dolor proroga
Che amor ne incora.

Tu spiri, o Satana,
Nel verso mio,
Se dal sen rompemi
Sfidando il dio

De’ rei pontefici,
De’ re crüenti:
E come fulmine
Scuoti le menti.

A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
E marmi vissero
E tele e carte,

Quando le ioniche
Aure serene
Beò la Venere
Anadiomene.

A te del Libano
Fremean le piante,
De l’alma Cipride
Risorto amante:

A te ferveano
Le danze e i cori,
A te i virginei
Candidi amori,

Tra le odorifere
Palme d’Idume,
Dove biancheggiano
Le ciprie spume.

Che val se barbaro
Il nazareno
Furor de l’agapi
Dal rito osceno

Con sacra fiaccola
I templi t’arse
E i segni argolici
A terra sparse?

Te accolse profugo
Tra gli dèi lari
La plebe memore
Ne i casolari.

Quindi un femineo
Sen palpitante
Empiendo, fervido
Nume ed amante,

La strega pallida
D’eterna cura
Volgi a soccorrere
L’egra natura.

Tu a l’occhio immobile
De l’alchimista,
Tu de l’indocile
Mago a la vista,

Del chiostro torpido
Oltre i cancelli,
Riveli i fulgidi
cieli novelli.

A la Tebaide
Te ne le cose
Fuggendo, il monaco
Triste s’ascose.

O dal tuo tramite
Alma divisa,
Benigno è Satana;
Ecco Eloisa.

In van ti maceri
Ne l’aspro sacco:
Il verso ei mormora
Di Maro e Flacco

Tra la davidica
Nenia ed il pianto;
E, forme delfiche,
A te da canto,

Rosee ne l’orrida
Compagnia nera,
Mena Licoride,
Mena Glicera.

Ma d’altre imagini
D’età più bella
Talor si popola
L’insonne cella.

Ei, da le pagine
Di Livio, ardenti
Tribuni, consoli,
Turbe frementi

Sveglia; e fantastico
D’italo orgoglio
Te spinge, o monaco,
Su ‘l Campidoglio

E voi, che il rabido
Rogo non strusse,
Voci fatidiche,
Wicleff ed Husse,

A l’aura il vigile
grido mandate:
S’innova il secolo
Piena è l’etade.

E già già tremano
Mitre e corone:
Dal chiostro brontola
La ribellione,

E pugna e prèdica
Sotto la stola
Di fra’ Girolamo
Savonarola.

Gittò la tonaca
Martin Lutero:
Gitta i tuoi vincoli,
Uman pensiero,

E splendi e folgora
Di fiamme cinto;
Materia, inalzati:
Satana ha vinto.

Un bello e orribile
Mostro si sferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:

Corusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;

Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti,
Per vie profonde;

Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbine
Manda il suo grido,

Come di turbine
L’alito spande:
Ei passa, o popoli,
Satana il grande.

Passa benefico
Di loco in loco
Su l’infrenabile
Carro del foco.

Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
De la ragione!

Sacri a te salgano
Gl’incensi e i vóti!
Hai vinto il Geova
De i sacerdoti.

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Il bove

«T’amo, o pio bove»

Passiamo, come anticipato, alle Rime nuove. La raccolta fu pubblicata per la prima volta nel 1887, ma è composta di liriche scritte a partire dal 1861. L’opera si compone di 105 poesie, raggruppate in nove libri preceduti da un Intermezzo.

Il bove è la nona composizione, appartenente al libro secondo. Si tratta di un sonetto, composto, a guardare gli appunti di Carducci, nel novembre 1872. Fu pubblicato per la prima volta l’anno successivo all’interno della Strenna bolognese, anche se il titolo – Contemplazione della bellezza – non era ancora quello definitivo. La poesia esalta la figura del bue, monumentale e benigno come la vita nei campi.

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazïenti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;

E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampïo e quïeto
Il divino del pian silenzio verde.

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Pianto antico

In morte del figlio Dante

Facciamo ora un balzo avanti e passiamo al terzo libro di Rime nuove. Qui, alla quarantaduesima lirica, troviamo una delle composizioni più famose e toccanti di Giosuè Carducci, Pianto antico. Una poesia dedicata al suo secondogenito, Dante, il figlio prediletto visto che il primo nato, Francesco, morì a pochi giorni di vita.

Anche il destino di Dante Carducci però non fu felice. Chiamato come il fratello di Giosuè morto suicida, scomparve nel novembre 1870 a poco più di tre anni d’età. La causa fu, probabilmente, il tifo. Questo lutto gettò il poeta in un profondo scoramento. Scrisse lettere disperate a familiari e amici e pochi mesi dopo i fatti, nel giugno 1871, condensò i suoi sentimenti in questa poesia. Strutturalmente, si tratta di un’ode anacreontica in quartine di settenari. Lo schema delle rime è ABBC.


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L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.

 

San Martino

Quando una poesia ha un lato pop

Dicevamo in apertura che un tempo le poesie di Giosuè Carducci si imparavano a memoria fin dalle scuole elementari. Oggi, se anche qualcosa viene dato da imparare, ci si orienta su poesie con un linguaggio più moderno ed accessibile per i bambini. E così buona parte del repertorio carducciano, che è entrato nella mente di molte generazioni, un po’ alla volta si perde.

San Martino, che compare verso la fine del libro terzo di Rime nuove, non appartiene però a questa schiera. Celeberrima, musicale, è stata usata qualche anno fa persino all’interno di una canzone pop da Fiorello, ritornando popolare. E anche se l’arrangiamento orchestratole attorno non era forse consono all’estetica di Carducci, il fatto che la canzone abbia ben figurato nelle classifiche dimostra la musicalità dei versi del poeta.

La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

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Davanti San Guido

«Perché non scendi? Perché non ristai?»

Concludiamo con un’ode piuttosto lunga, che giunge attorno alla metà del libro quinto della raccolta Rime nuove. Iniziata nel 1874, fu probabilmente terminata nel 1886, due anni prima della pubblicazione. L’ispirazione arrivò da un viaggio in treno attraverso la Maremma. Un viaggio che stava riconducendo Carducci verso la casa bolognese, ma che gli consentiva di passare tramite i luoghi dell’infanzia.

Proprio il paesaggio dell’amata Toscana suscita nel poeta un’emozione particolare. Addirittura, gli sembra che i cipressi gli parlino e gli chiedano di rimanere lì con loro, a ricordare il tempo dell’infanzia. Un tempo in cui tutto era più semplice e il passatempo maggiore era tirare sassate alle piante. Ma Carducci, che pur rimpiange quegli anni, ha ora altri impegni, tra cui “la Titti”, la figlia, che lo aspetta a casa.

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e — Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino —
Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —

— Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei —
Guardando io rispondeva — oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.

E massime a le piante. — Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ’l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. —

Ed io — Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Titti — rispondea — ; lasciatem’ ire.
È la Titti come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio cipressi! addio, dolce mio piano! —

— Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? —
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia;

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ’l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Pieno di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. —

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.

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