Cinque poesie sulla poesia

Le migliori poesie sulla poesia

 
«Chi leggerà le poesie che scrivo?» e, soprattutto, «Quale ragione mi muove a dedicarmi a quest’arte?» sono questioni alle quali tutti i poeti devono rispondere, se vogliono fare della loro ispirazione non un semplice guizzo ma vera e plasmata arte. L’essere consapevoli dei temi che si vogliono sondare e dei messaggi che alle parole si intendono affidare, infatti, dà una precisa forma ai testi, rendendoli non solo unici, con la cifra autentica e inconfondibile dello stile dell’autore, ma anche in grado di comunicare ciò che l’autore voleva significare ai propri lettori.

Perché e a chi scrivere?

Tutti i poeti danno le proprie personali risposte a quelle domande, risposte che sono frutto di riflessione individuale ideale e del modo di concepire l’applicazione pratica delle tecniche poetiche. Siete curiosi di conoscere qualcuna di quelle risposte? In quest’articolo riportiamo le poesie di cinque noti autori – Tagore, Saba, Whitman, Alda Merini, Neruda – che confessano il rapporto esistente con la loro arte e con il lettore destinatario delle loro opere. Andiamo a vederle.


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Chi sei tu, lettore?

La poesia di Rabindranath Tagore

La lirica è pensata come un dialogo del poeta col suo immaginato futuro lettore: vorrebbe poterlo conoscere ma, come è ovvio, sa che tra cent’anni non potrà farlo né essere lì con lui. Allora decide di dedicargli un pensiero: se, certo, il lettore non potrà vedere ciò che il poeta ha attorno a lui nel momento in cui scrive e lo ispira a comporre, potrà però, aperte le porte del suo cuore e della sua anima, paragonati a un giardino fiorito, apprezzare il ricordo che il poeta ha lasciato scritto sulla bellezza della natura a lui circostante.

E soprattutto percepire attraverso la carta almeno una scintilla dell’emozione e della gioia che Tagore provò nel contemplare la primavera al centro della sua lirica.

Chi sei tu, lettore che leggi
le mie parole tra un centinaio d’anni?
Non posso inviarti un solo fiore
della ricchezza di questa primavera,
una sola striatura d’oro
delle nubi lontane.
Apri le porte e guardati intorno.
Dal tuo giardino in fiore cogli
i ricordi fragranti dei fiori svaniti
un centinaio d’anno fa.
Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire
la gioia vivente che cantò
in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta
attraverso un centinaio d’anni.

 

Amai

Poesia di Umberto Saba

Non a caso il poeta intitola il suo testo Amai e pone tale verbo all’inizio di tutte e tre le strofe. La lirica, infatti, è il canto di un vero innamorato delle parole, delle rime, delle possibilità espressive racchiuse in esse, della loro capacità di portare alla scoperta e comunicare la verità che abita nell’interiorità del suo animo e che solo il cuore può recepire.

Nell’ultima strofa Saba si rivolge direttamente al lettore, per manifestargli tutto il suo caloroso affetto e la sua gratitudine e lo fa in maniera straordinaria, dichiarando di amare nella stessa misura il suo lettore, destinatario dei suoi canti, e la sua poesia, diventata, nel finire della sua esistenza, la carta che gli permette di vincere il gioco della vita. Ovvero di disporre di una fonte di consolazione per sé e per i suoi ascoltatori, nel presente e per il futuro.

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

 

Il mio lascito

Poesia di Walt Whitman

Cosa può lasciare in eredità, si chiede Walt Whitman, dopo una vita, come lui stesso dice, vissuta in maniera, almeno apparente, oziosa? Non certo beni concreti e tangibili come case, terreni o denaro, non avendo seguito l’esempio degli uomini d’affari, dediti al business, al profitto e all’accumulare. Eppure anche il suo consuntivo è in positivo. Lascia, oltre a pochi ricordi, un fascio di canti. Qualcosa, dunque, di immateriale, pieno di sentimento ma non meno importante dell’oro o delle gemme.


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L’uomo d’affari, il grande accumulatore,
dopo anni di assiduo lavoro controlla i risultati, preparandosi
per l’ultimo viaggio,
affida case e terreni ai suoi figli, lascia beni, merci, fondi,
per una scuola o un ospedale,
lascia denaro ad alcuni camerati per comprare doni, ricordi
quali gemme e oro.
Ma io, al contrario, ripensando alla mia vita, facendone il consuntivo,
non avendo nulla da mostrare e lasciare dopo questi anni oziosi,
né case, né terre, né lasciti di gemme o d’oro per i miei amici,
null’altro, se non alcuni ricordi di guerra per voi, e in vostro onore,
e pochi ricordi di accampamenti e di soldati, con il mio amore,
io riunisco e lascio in questo fascio di canti.

 

Il volume del canto

Poesia di Alda Merini

Qual era la scintilla che faceva scaturire dalla penna di Alda Merini le sue poesie? L’amore felice e appassionato per la forza della poesia stessa, ovvero per la capacità della parola di muovere in profondità chi la legge e ascolta, tanto che il suo desiderio ardente era di vedere inondata l’intera terra dai suoi componimenti.

Consapevole, da un lato, che la sua poesia non venisse facilmente accolta, era, tuttavia, anche conscia che alcuni l’avrebbero ascoltata sinceramente e avrebbero rinvenuto, a loro volta, con gioia e con l’aiuto della loro fantasia, canti nei loro cuori. E per tale ragione e certezza, la Merini continuò per tutta la vita a seminare parole.

Il volume del canto mi innamora:
come vorrei io invadere la terra
con i miei carmi e che tremasse tutta
sotto la poesia della canzone.
Io semino parole, sono accorta
seminatrice delle magre zolle
e pur qualcuno si alza ad ascoltarmi,
uno che il canto l’ha nel cuore chiuso
e che per tratti a me svolge la spola
della sua gaudente fantasia.

 

La Poesia

Poesia di Pablo Neruda

Il mistero dell’incontro con la poesia avviene per Neruda attraverso le esperienze della vita, nelle quali trova quegli aspetti affascinanti ed enigmatici che sono degni di essere cantati. Il senso dello stupore precede, dunque, l’attrazione per la parola, che si realizza solo successivamente e che, nel suo realizzarsi, consente al poeta di vedere finalmente sciolto, liberato in pienezza il suo cuore e, quindi, il suo canto.

E fu a quell’età… Venne la poesia
a cercarmi. Non so, non so da dove
uscì, da quale inverno o da fiume.
Non so come né quando,
no non erano voci, non erano
parole, né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
d’improvviso tra gli altri,
tra fuochi violenti
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Io non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva
nominare,
i miei occhi erano ciechi,
qualcosa batteva nella mia anima,
febbre o ali perdute,
e mi andai facendo solo,
decifrando
quella scottatura,
scrissi la prima linea vaga,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura sapienza
di chi non sa nulla,
e vidi d’improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti,
piantagioni palpitanti,
l’ombra perforata,
crivellata
da frecce,
fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.

Ed io, essere minimo,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell’abisso,
rotolai con le stelle,
si sciolse il mio cuore nel vento.

 

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