Gli scettici l’avevano capito molto bene già in epoca ellenistica: la nostra conoscenza sulla realtà delle cose è talmente limitata che sarebbe meglio non esprimere mai opinioni. O, se proprio vi si è costretti, usare tutta una serie di forme cautelative, tipo «a me sembra così ma potrebbe anche essere diversamente», o «potrei benissimo sbagliarmi». Perché, soprattutto quando l’opinione che ti viene richiesta riguarda il futuro, le figuracce sono dietro l’angolo.

Nel settore dell’innovazione tecnologica, in particolare, i cambiamenti sono talmente rapidi e imprevedibili che anche i più grandi esperti possono incappare in errori madornali. Lo dimostrano le cinque profezie sulle tecnologie del futuro che si sono rivelate comicamente sbagliate che vi andiamo a presentare.


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Telefono? No, grazie, abbiamo i portalettere

Sir William Preece, capo ingegnere delle Poste britanniche (1878)

Sir William PreeceGallese, inventore molto attivo nella seconda parte dell’Ottocento, William Preece fu al suo tempo uno dei più importanti ingegneri della Gran Bretagna. Non a caso, divenne presidente dell’Associazione Britannica per le Scienze Avanzate, dell’Istituto degli Ingegneri Civili, dell’Istituto degli Ingegneri Elettrici e della Società degli Ingegneri Telegrafici. Inoltre ottenne, dopo il pensionamento dalle poste, il titolo di Cavaliere Comandante dell’Ordine del Bagno, nome un po’ stupido per un prestigioso ordine cavalleresco britannico.

A tutti questi titoli, si deve poi aggiungere che fu allievo di Michael Faraday e il fatto che abbia collaborato allo sviluppo del telegrafo e della radio con importanti esperimenti nell’ultima parte della sua vita. Ma questi esperimenti arrivarono appunto dopo i cinquant’anni, con qualche ritardo rispetto alla dichiarazione che riportiamo qui di seguito. La citazione risale infatti a quando aveva 44 anni, nel 1878. Fu pronunciata durante un’audizione parlamentare in cui si chiedeva conto delle ricerche americane in vari settori, compresi quelli della luce elettrica ed appunto del telefono, che era da poco stato brevettato da Alexander Graham Bell.

Gli americani avranno pure bisogno del telefono, ma noi no. Siamo pieni di portalettere.

Una dichiarazione che in realtà si riferiva al fatto che le poste dovessero utilizzare tutta una gran quantità di portamessaggi che erano già a libro paga e che non voleva sminuire la portata delle invenzioni americane. Anche se, detta come fu detta, oggi fa piuttosto ridere. D’altro canto, lo stesso Preece smentì con le sue ricerche successive queste prime avventate frasi.


 

L’automobile è una moda passeggera

Il presidente della Michigan Saving Banks consigliando di non investire nella Ford (1903)

Henry FordHenry Ford è stato un personaggio molto controverso della storia americana. Qualcosa sul suo conto, d’altra parte, l’abbiamo già detto di recente, parlando dei più importanti romanzi distopici del Novecento. Geniale innovatore dal punto di vista imprenditoriale ma anche antisemita convinto e sostenitore del Partito Nazista, visse una vita piena di luci ed ombre. Arrivò comunque a possedere un patrimonio personale che, aggiornato alla svalutazione, farebbe di lui il nono uomo più ricco della storia.

Nel 1903 si era appena licenziato dalla Detroit Automobile Company per fondare la sua società, la Ford Motor Company, che proprio quell’anno avrebbe messo sul mercato il primo modello. Si trattava della Ford Model A o Fordmobile, strutturata su alcuni prototipi che nel corso degli anni precedenti lo stesso Ford aveva costruito nel tempo libero nel proprio garage. Il capitale iniziale dell’azienda, però, era piuttosto modesto. Quasi tutti i 28mila dollari in cassa furono infatti utilizzati per produrre le prime vetture, dissanguando il patrimonio (presto rimpinguato però dalle buone vendite della vettura).

Il cavallo è qui per restare, ma l’automobile è solo una novità, una moda passeggera.

Per questo Ford cercava nuovi investitori, suscitando però, come dimostra la frase qui sopra, spesso l’ilarità dei suoi interlocutori che ancora non avevano colto la portata delle sue idee.

 

Non credere alla trasmissione della voce

Un pubblico ministero durante il processo a Lee De Forest e alla sua Radio Telephone Company (1913)

Lee De ForestL’invenzione e l’innovazione sono spesso situate al limite tra il genio e l’imbroglio. Se le prime dimostrazioni pubbliche di Guglielmo Marconi, Thomas Edison o Graham Bell fossero fallite, probabilmente la stampa li avrebbe tacciati di essere dei millantatori, interessati ad attirare investimenti senza aver in realtà scoperto nulla. Così, quando si lavora a qualcosa di innovativo è facile fallire ed altrettanto facile attirarsi critiche o, nei casi peggiori, cause giudiziarie.

La vita di Lee De Forest, inventore americano che operò nei primi decenni del ‘900, fu infatti attraversata da scoperte – a suo nome figurano ancora oggi 180 brevetti e perfino un Oscar onorario – ma anche processi penali e civili. Nel 1913, in particolare, fu portato in giudizio per frode. L’accusa era di aver attirato con l’inganno degli investitori nella sua Radio Telephone Company, promettendo che presto avrebbe portato alla nascita delle comunicazioni telefoniche transoceaniche.

Lee De Forest ha dichiarato a molti giornali e certificato che prima di non molti anni sarà possibile trasmettere la voce umana lungo l’Atlantico. Basandosi su queste dichiarazioni assurde e deliberatamente fuorvianti, il pubblico è stato persuaso a comprare le sue azioni.

In realtà il processo si concluse con la sua assoluzione, perché le promesse non erano affatto campate in aria. De Forest aveva infatti inventato, nel 1906, l’Audion, il primo tipo di triodo, cioè un tubo elettronico che evolveva il diodo di Fleming e permetteva di amplificare il segnale radiofonico. In questo modo aveva posto le basi per la radio, la televisione e le telefonate a grande distanza.

 

Un mercato minuscolo?

L’IBM ai futuri fondatori della Xerox (1959)

Joseph C. Wilson e Chester Carlson con uno dei primi prototipi di fotocopiatriceLa Xerox è oggi una delle più grandi aziende del mondo, specializzata nella produzione di macchine fotocopiatrici ma anche fornita di un dipartimento di ricerca in grado di sfornare alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi decenni. Da quei laboratori sono usciti il mouse e il desktop computer che sarebbero poi stati ripresi da Apple prima e Microsoft poi.


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L’azienda – che oggi è guidata da una donna afroamericana – fu fondata a inizio ‘900 col nome di Haloid, producendo carta fotografica. La svolta arrivò nel 1946, quando il nuovo presidente della società, Joseph C. Wilson, acquistò il brevetto della prima macchina fotocopiatrice creata nel 1938 da Chester Carlson ma mai commercializzata. Wilson, intuendone le potenzialità, mise subito i suoi tecnici al lavoro per preparare un prototipo adeguato al mercato.

Il mercato potenziale delle macchine copiatrici è al massimo di 5.000 compratori in tutto il mondo.

In cerca di una partnership

Nel 1958 i prototipi pronti erano addirittura due ma Wilson, la cui azienda era ancora piccola, non aveva i fondi per lanciare da solo una macchina così costosa. Si rivolse quindi alla IBM, cercando una partnership. Il colosso dell’informatica, che già allora era una multinazionale, commissionò delle indagini di mercato prima di accettare l’offerta. Il rapporto elaborato da Arthur D. Little rilevò che nessuno o quasi avrebbe mai comprato le macchine xerografiche – com’erano chiamate dai tecnici della Haloid.

D’altronde, altri due studi commissionati dalla stessa Haloid avevano dato parere negativo. Wilson però credeva in quello che aveva in mano e con enormi sacrifici riuscì a commercializzare da solo il prodotto. Cambiò perfino il nome della sua azienda in Xerox e divenne il leader mondiale di un settore importantissimo ancora oggi.

 

Il computer non entrerà nelle case

Ken Olsen, presidente e fondatore della Digital Equipment Corporation (1977)

Ken Olsen della Digital Equipment CorporationQuando si incappa in citazioni divertenti e assurde come quelle che abbiamo cercato di elencarvi finora, spesso si finisce per cadere nel tranello della frase inventata o modificata ad arte. Per questo, di citazioni come queste se ne trovano online a centinaia, ma le cinque che vi abbiamo proposto sono forse le uniche di cui siamo riusciti a verificare direttamente la fonte e quindi risultano affidabili.

In questo caso specifico, però, dobbiamo fare una precisazione. La frase di Olsen con cui concludiamo la nostra cinquina è vera ma, presa così com’è, potrebbe risultare un po’ fuori contesto. Ken Olsen è stato un imprenditore americano di successo, fondatore della Digital Equipment Corporation, un’azienda pionieristica nel settore informatico. Nella sua storia ha prodotto soprattutto microprocessori ma anche inventato uno dei più apprezzati primi motori di ricerca, AltaVista.

Non c’è nessuna ragione per cui qualcuno possa volere un computer nella propria casa.

Nel 1977 Olsen lavorava coi computer già da vent’anni e nella frase che vi abbiamo riportato sopra voleva riferirsi in realtà all’idea che un computer potesse comandare la casa (ad esempio la chiusura delle porte, il termostato e così via). Interpretata così la dichiarazione suona meno “pesante”, ma in ogni caso bisogna da un lato sottolineare l’infelice scelta dei termini, dall’altro il fatto che ci sono valide ragioni anche per volere un computer a governare la casa, come dimostra la più recente ricerca nel settore informatico.

 

Segnala altre profezie sulle tecnologie del futuro sbagliate ma divertenti nei commenti.