In campo cinematografico e televisivo, ogni decennio ha il suo autore di riferimento. Non si tratta necessariamente di un grande regista o sceneggiatore, o di una persona dotata per forza di uno straordinario talento, ma di un autore che riesce a mettere la sua firma sull’immaginario collettivo, a plasmare un gusto, a dare il via a nuovi generi.

L’erede di Spielberg e Lucas?

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 questo compito era toccato a Steven Spielberg e George Lucas, non solo per le loro regie ma anche per le loro produzioni. Probabilmente nel primo decennio del XXI secolo il loro erede è stato J.J. Abrams, che ha saputo mettere in un modo o nell’altro lo zampino in quasi tutte le produzioni più significative – in termini di innovazione dell’immaginario – del decennio.

Non è in fondo un caso che proprio Spielberg e Lucas si siano dovuti confrontare con Abrams. Il primo ha infatti prodotto Super 8, il primo film scritto e diretto in solitaria dal regista newyorkese. Il secondo, invece, lo ha visto prendere le redini della sua saga più amata, visto che Abrams ha diretto il primo capitolo della nuova trilogia di Star Wars, Il risveglio della Forza.

Nell’attesa, quindi, di nuovi interessanti progetti, ripercorriamo la carriera fin qui di J.J. Abrams, concentrandoci sulle serie TV e i film che lui ha prodotto e contribuito a creare. E lasciando pertanto fuori Star Wars, che sarebbe una scelta forse troppo scontata.


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A proposito di Henry

Gli inizi drammatici sul senso della vita e sull’amore

Gli esordi di Abrams nel mondo del cinema furono piuttosto precoci. Figlio del produttore televisivo Gerald W. Abrams e della produttrice esecutiva Carl Ann Kelvin, già a 16 anni compose la musica per il film a basso costo Nightbeast. All’ultimo anno di college, poi, assieme all’amica Jill Mazursky, scrisse la sceneggiatura di Filofax – Un’agenda che vale un tesoro, film che sarebbe poi stato realizzato dalla Touchstone Pictures con James Belushi come protagonista.

La grande occasione arrivò però un anno più tardi, nel 1991, quando scrisse A proposito di Henry. Il film fu diretto e prodotto da Mike Nichols (il regista di Chi ha paura di Virginia Woolf?, Il laureato e in quel momento reduce dal successo di Una donna in carriera). E soprattutto interpretato da una star all’apice della carriera come Harrison Ford, che Abrams ha ritrovato in Star Wars.

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Il film – che raccontava la storia di un avvocato di successo che, ferito durante una rapina, perde la memoria e deve ricostruire la propria vita rendendosi conto di tutti gli errori della sua esistenza precedente – non ebbe però fortuna. Stroncato dalla critica, che lo accusò di melensaggini e di una costruzione della trama troppo furba, riuscì a recuperare qualcosa con gli incassi al botteghino. I 50 milioni di dollari di budget furono infatti quasi completamente recuperati con le proiezioni nei soli Stati Uniti, che fruttarono 43 milioni di dollari.

Abrams, dopo essere partito dalla commedia, ancora per qualche anno si concentrò su film drammatici e dal forte impatto emotivo. Dopo A proposito di Henry, infatti, scrisse Amore per sempre, interpretato da Mel Gibson e Jamie Lee Curtis. Infine si dedicò allo sviluppo di Felicity, la sua prima serie televisiva su una ragazza che, tra amori e sogni, cerca di trovare la felicità a New York. Il programma avrebbe esordito nel 1998 sul canale della Warner Bros.

 

Alias

La spy-story che raffinò la scrittura di Abrams

Lo stile di J.J. Abrams, o sarebbe meglio dire il nuovo stile che ha saputo mettere in campo al passaggio del nuovo millennio, emerse però prima di tutto in Alias. La serie TV, lanciata dalla ABC nel 2001, divenne presto di culto proprio per i suoi caratteri innovativi.

Creata in toto da Abrams, che la produsse tramite la sua società Bad Robot, presentava le avventure di Sydney Bristow, una studentessa del college a cui veniva offerto di iniziare a collaborare con l’SD-6. Ovvero quella che si presentava come una sezione segreta della CIA.

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Mescolando azione, spionaggio e una dose superiore alla media di colpi di scena, Abrams seppe creare un prodotto vincente. Nelle prime quattro stagioni ottenne infatti buoni ascolti e si creò un notevole seguito di fan, lanciando anche la carriera di Jennifer Garner. Per la sua interpretazione l’attrice ottenne infatti quattro nomination consecutive ai Golden Globe, una delle quali trasformatasi in premio.

Michael Vartan e Bradley Cooper

Ma la forza del telefilm stava anche nei personaggi di contorno, spesso egregiamente caratterizzati dai vari attori. I veterani Victor Garber e Ron Rifkin, ad esempio, interpretarono le ambigue figure del padre e del capo di Sydney. Spazio venne però lasciato anche ai protagonisti maschili Michael Vartan e Bradley Cooper, un altro che avrebbe presto compiuto il grande salto al cinema.

Oltre ai colpi di scena, che diventeranno caratterizzanti di tutta l’opera successiva di Abrams, fondamentali erano infine anche i misteri a metà strada tra la scienza e il soprannaturale. Il motivo ricorrente di tutta la trama erano non a caso i costrutti quattrocenteschi di Milo Rambaldi, una sorta di mix tra Leonardo da Vinci e Nostradamus. Costrutti che promettevano di poter dominare il mondo.

 

Lost

La serie che ha cambiato il modo di fare le serie

Molto spesso, le serie TV incontrano un buon successo senza che questo successo si trasmetta ai loro creatori. Non è raro, infatti, che, chiuso il programma, quelli che ne erano stati i principali artefici finiscano dimenticati, surclassati dagli attori o dai produttori.

Il ruolo, anzi, del creatore di una serie TV è stato spesso importante solo per gli addetti ai lavori, mentre il pubblico si concentrava sulle star, capaci di catturare l’attenzione forse perché, banalmente, ci “mettevano la faccia”. Così, di tutti quelli che nei primi anni 2000 seguivano Alias, pochi avevano bene impresso il nome di J.J. Abrams.

Tutto però sarebbe cambiato a partire dal 2004, quando sugli schermi della ABC comparve Lost. Cioè uno show rivoluzionario proprio nella sua idea di fondo, e capace per questo di far spostare i riflettori per una volta su chi l’avevo ideato. Cioè Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber.

Dispersi su un’isola

Lo spunto della serie è noto: un aereo in volo da Sydney a Los Angeles precipita in mezzo all’Oceano Pacifico, portando alla morte gran parte dei passeggeri ma permettendo ad alcuni di salvarsi. Questi dovranno organizzarsi e sopravvivere su un’isola che presenta però sempre più inquietanti misteri, tra strani bunker sepolti nella giungla, miracoli inspiegabili e la presenza di un gruppo di “altri”. Altri le cui reali intenzioni rimangono per un certo periodo ignote, salvo poi diventare fin troppo chiare.


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Qui l’azione cala: in Alias, ad esempio, c’erano svariate scene di lotta ad ogni episodio, mentre in Lost si lavora più sulla psicologia dei personaggi. La componente misteriosa ed esoterica acquisisce però se possibile ancora maggior peso, peso bilanciato da alcune interessanti innovazioni a livello di storytelling. Ad esempio, gli episodi sono basati sulla struttura ricorrente di un’alternanza tra gli eventi che si svolgono nella linea temporale principale e una serie di flashback, flashforward e flashsideways.

La serie è stato uno dei più grandi successi della recente storia della TV americana e mondiale. E ha fatto di Abrams uno sceneggiatore, regista e soprattutto produttore richiestissimo sul mercato.

 

Fringe

La collaborazione con Alex Kurtzman e Roberto Orci

A furia di lavorare come produttore tra Hollywood e gli studios televisivi, negli anni J.J. Abrams si è costruito una vera e propria squadra di collaboratori, spesso pescati tra le firme più promettenti del panorama americano. Quando dirigeva Alias, ad esempio, lo sceneggiatore aveva fatto in un certo senso da “chioccia” a due giovani scrittori che spesso lavoravano in coppia, il losangelino Alex Kurtzman e il messicano Roberto Orci.

Dopo l’esperienza all’interno della serie interpretata da Jennifer Garner, i due avevano infatti raggiunto il successo con la sceneggiatura di The Island, il film distopico con Ewan McGregor e Scarlett Johansson. Poi erano stati richiamati proprio da Abrams a collaborare con lui nella scrittura del copione di Mission: Impossible III, che si sarebbe rivelato uno dei maggiori blockbuster dell’anno.

Conclusa quell’incombenza, i tre si misero al lavoro su una nuova serie TV. Una serie che – secondo le parole dello stesso Orci – doveva rappresentare un misto tra Law & Order e Lost. E che fosse, nel contempo, più facile da seguire rispetto al precedente successo di Abrams.

Una versione aggiornata di X-Files

Nacque così Fringe, un serial trasmesso dalla Fox che si presentava come una sorta di versione aggiornata di X-Files. Lì un’agente dell’FBI iniziava a collaborare con uno scienziato che era stato internato in un ospedale psichiatrico e col suo intelligente ma poco collaborativo figlio per indagare su una serie di attacchi bioterroristici che sembravano seguire un piano globale chiamato Lo Schema.

Inoltre, a partire soprattutto dalla seconda stagione grande spazio è stato lasciato al tema degli universi paralleli, realtà alternative in cui iniziano a svolgersi anche pezzi consistenti di storia. Un espediente narrativo che ricorda da vicino le sperimentazioni già utilizzate in Lost, e che ha funzionato abbastanza bene. Dopo un inizio un po’ tiepido da parte dei fan, infatti, tutto questo ha permesso alla serie di diventare un fenomeno di culto, anche se mai baciata da ascolti particolarmente brillanti.

 

Star Trek

Da Il futuro ha inizio a Into Darkness

Tutte queste collaborazioni e quest’esperienza maturata in TV hanno portato in tempi recenti a due film che Abrams ha diretto e prodotto per il grande schermo (più un terzo solo prodotto): i due capitoli cioè che hanno rilanciato la saga di Star Trek.

Attorno alla metà degli anni Duemila, stante il fallimento del decimo film tratto dalla celebre serie TV e la chiusura di Star Trek: Enterprise, il team che deteneva i diritti della saga contattò infatti Orci e Kurtzman. I due erano reduci dai fasti di Mission: Impossible III e ricevettero la richiesta di provare a lavorare a qualche nuova idea per un totale reboot della serie.

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Presto al team si aggiunsero Abrams come regista e Damon Lindelof e Bryan Burk (anche lui un reduce di Alias e Lost) come produttori. Il gruppo cominciò così a lavorare seriamente a quello che sarebbe diventato Star Trek – Il futuro ha inizio. Ovvero una sorta di nuova partenza – senza però alterare la vecchia continuity ufficiale – della saga del capitano Kirk, del signor Spock e della nave Enterprise.

Il successo di Into Darkness

sGli incassi del film (costato 150 milioni di dollari, ne ha fruttati 385) hanno poi spinto i produttori a realizzare un sequel, affidato alla stessa squadra. L’unico cambiamento di rilievo fu l’ingresso nel cast di Benedict Cumberbatch al posto di Eric Bana. È così uscito Into Darkness, partendo un po’ lento al botteghino ma poi raggiungendo ottimi risultati soprattutto all’estero, tanto che è divenuto il film più redditizio di tutta la lunghissima saga.

La terza pellicola, uscita nel 2016 in occasione del cinquantenario del lancio della serie TV originale, è stata diretta da Justin Lin. Abrams – già abbastanza impegnato con Star Wars – vi ha lavorato solo nel ruolo di produttore.

 

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