Le regole del basket più importanti, spiegate ed esemplificate

Joakim Noah marca stretto Pau Gasol in Nazionale, sfruttando i limiti delle regole del basket (foto di Christopher Johnson via Wikimedia Commons)
Joakim Noah marca stretto Pau Gasol in Nazionale, sfruttando i limiti delle regole del basket (foto di Christopher Johnson via Wikimedia Commons)

Il basket è uno degli sport più appassionanti e diffusi al mondo, ma a suo modo anche più settoriali. Se infatti avete provato a guardare una partita in TV vi sarete resi conto che la pallacanestro è molto spettacolare. Ma anche che i commentatori usano un linguaggio che per un neofita può essere di difficile comprensione. E che le stesse regole del basket – per quanto all’apparenza semplici – nascondono dei segreti che è quasi impossibile decifrare per via deduttiva.

Se quindi volete provare a capirci meglio qualcosa, abbiamo preparato per voi una guida il più possibile completa ma non noiosa alle principali regole di questo sport. Ci muoveremo dal calcolo dei punti alle differenze tra Europa e USA, passando per i vari tipi di fallo e le infrazioni.

Inoltre, in chiusura, dedicheremo spazio anche alle più diffuse espressioni gergali dei commentatori e alle principali tattiche di gioco. In modo che guardare una partita non sarà solo divertente, ma anche comprensibile.

Perché oltre che sapere quali sono le regole, può essere utile pure capire cos’è questo fantomatico “pick & roll” (o la sua variante del “pick and pop”) di cui parlano tutti, cosa vuol dire che un giocatore “è flottato”, cosa sono un “alto basso” e un “post basso”.

E capire, magari, quali sono state le tattiche che hanno portato i nomi di Phil Jackson, Pat Riley, Gregg Popovich, Steve Kerr o perfino il nostro Ettore Messina a dominare il mondo.

Insomma, c’è materiale per discutere a lungo. Ma adesso cominciamo dall’ABC: ecco quindi le principali regole del basket, indispensabili per capirci qualcosa.

 

1. Come si conteggiano i punti

Visto che lo scopo di una partita di pallacanestro è fare più punti dell’avversario, cerchiamo prima di tutto di chiarire come si calcolano i punteggi in questo sport.

In primo luogo, i punti si segnano facendo canestro, cioè indirizzando la palla verso il cesto e facendocela entrare. A seconda dei tiri, però, e della distanza da cui vengono eseguiti e dalle diverse azioni di gioco, i canestri possono valere un punteggio diverso.

 
Se guardate il campo (e più avanti in questo articolo trovate anche uno schema da poter eventualmente studiare) noterete che a una distanza di circa 6-7 metri dal cesto c’è una linea che disegna un semicerchio. Si chiama linea del tiro da tre punti.

Se si tira dietro a quella linea e il tiro va a segno, si incassano appunto 3 punti. Se si tira invece da dentro a quell’area l’eventuale canestro vale 2 punti.

I falli e le punizioni

Può capitare, però, come vedremo, che un giocatore subisca un fallo, o mentre sta girando per il campo o mentre sta effettuando un tiro. In questo caso, può aver diritto a quelli che si chiamano “tiri liberi“.

Sono tiri che vengono effettuati a gioco fermo e che il giocatore che ha subito il fallo compie all’interno di un cerchio posto a poco meno di 6 metri dal canestro. Ogni tiro libero messo a segno vale 1 punto.

Da notare, poi, che tiri liberi e canestri si possono combinare. Mettiamo infatti che un giocatore stia tirando ma, durante il movimento di tiro, subisca un fallo e che comunque il suo pallone vada a bersaglio.

In quel caso, gli vengono riconosciuti i 2 o 3 punti del canestro e in più gli viene concesso un tiro libero supplementare dovuto al fallo. Un’azione, così, può portare a siglare fino a 4 punti. Tiri liberi supplementari, come vedremo, possono essere assegnati anche per falli a gioco fermo o per proteste.

I canestri e i record

Ultime due note su questo argomento. La prima: nel caso in cui alla fine dei tempi regolamentari le due squadre si trovino in situazione di parità si svolgono dei tempi supplementari ad oltranza. Nel basket, infatti, non esiste il pareggio e una delle due squadre deve necessariamente vincere.

Wilt Chamberlain celebra la famosa partita in cui fece 100 punti
Wilt Chamberlain celebra la famosa partita in cui fece 100 punti

Così al termine del tempo regolamentare, se le due squadre hanno raggiunto lo stesso punteggio, si disputa un overtime di 5 minuti. Se anche al termine di questi 5 minuti i punti sono gli stessi, si gioca un secondo tempo supplementare. E poi, se serve, un terzo, un quarto e così via, fino a quando alla fine di 5 minuti un team non prevale.

La seconda: nella foto che vedete qui di fianco c’è Wilt Chamberlain, uno dei più grandi giocatori della storia, fotografato mentre festeggia una partita epica che si svolse il 2 marzo 1962.

In quella gara i suoi Philadelphia Warriors superarono i New York Knicks per 169 a 147. E lo fecero grazie a 100 punti in un’unica partita – record imbattuto e probabilmente imbattibile – del loro giocatore di punta.

 

2. Il palleggio e le varie infrazioni

Lo scopo principale di una squadra di basket è, come detto, fare canestro. Affinché questo obiettivo sia raggiunto, però, bisogna prima di tutto portare la palla dall’altra parte del campo e avvicinarsi al canestro avversario. E questo – passaggi a parte – lo si può fare solo palleggiando.

Kyrie Irving guida un contropiede per i Cleveland Cavaliers (foto di Keith Allison via Flickr)
Kyrie Irving guida un contropiede per i Cleveland Cavaliers (foto di Keith Allison via Flickr)

Ogni giocatore, per muoversi con la palla, deve infatti far rimbalzare il pallone a terra. Se non lo fa, cade in infrazioni che l’arbitro può e deve punire assegnando la palla agli avversari.

Diciamo subito che in genere non tutti i giocatori di una squadra sono chiamati a palleggiare spesso. Cestisti particolarmente alti come i centri (quelli che giocano sotto canestro), infatti, rischierebbero di farsi rubare facilmente il pallone.

Quindi in genere ci si affida ai “piccoli” della squadra, cioè il playmaker e la guardia. Loro due sono agili e scattanti e hanno generalmente il compito di portare la palla dall’altra parte del campo per dare il via all’azione.

Il terzo tempo, i passi

Le infrazioni, per quanto riguarda il palleggio, possono essere di vario tipo. La più comune è quella dei “passi” e consiste o nel partire da fermo senza palleggiare, o nel compiere una serie di passi dopo aver smesso di palleggiare.

Mi direte che spesso però si vedono giocatori smettere di palleggiare, fare uno o due passi e tirare o passare la palla senza che l’arbitro fischi alcunché. Quel tipo di gesto atletico si chiama infatti terzo tempo ed è consentito dal regolamento.

 
In pratica, un giocatore – se riceve il pallone in corsa o se smette di palleggiare mentre è in corsa – può fare due passi, alternando il piede destro e il sinistro, prima di tirare o di passare il pallone.

Attenzione però alle partenze da fermo. Se si riceve palla e si spostano entrambi i piedi prima di iniziare a palleggiare (senza quindi usarne uno come “piede perno“, come si usa dire) vengono fischiati i passi e si perde il possesso.

Il doppio palleggio e la palla accompagnata

Segnaliamo un altro paio di infrazioni prima di cambiare argomento. La più comune è il doppio palleggio, che consiste nel palleggiare, smettere di palleggiare e poi riprendere il palleggio, cosa che non si può fare. Il palleggio deve infatti essere sempre continuo, senza pause.

Infine, esiste anche la possibilità di fischiare l’infrazione di “palla accompagnata“. Questa è molto rara tra i giocatori professionisti, ma più comune tra i giovani. In pratica, si fischia se il palleggiatore invece di spingere la palla dal di sopra verso il basso, in un certo senso la accompagna, prendendola da sotto.

 

3. I falli e le relative punizioni

Visto che l’abbiamo anticipato, parliamo un po’ dei principali tipi di fallo che si possono commettere. I più comuni sono i cosiddetti falli personali. Ovvero falli che si commettono tramite un contatto fisico con un avversario.

Joakim Noah marca stretto Pau Gasol in Nazionale, sfruttando i limiti delle regole del basket (foto di Christopher Johnson via Wikimedia Commons)
Joakim Noah marca stretto Pau Gasol in Nazionale, sfruttando i limiti delle regole del basket (foto di Christopher Johnson via Wikimedia Commons)

Di solito c’è ampia tolleranza nei contatti considerati di gioco. Non è raro, infatti, vedere giocatori – magari durante un’azione di “post basso” – che si spingono petto contro schiena, o che cercano di strapparsi vicendevolmente la palla. O, ancora, che cozzano a grande velocità l’uno contro l’altro durante un blocco regolare.

Sono invece sanzionati tutti i tocchi che incidono su un tiro (ad esempio un colpo sul braccio del tiratore). Oppure quegli scontri in cui un giocatore non mantiene la propria posizione ma la muta proprio per procurare il contatto con l’avversario.

Lo sfondamento e il tecnico

Un altro fallo molto comune è quello di sfondamento, che si può commettere quando si attacca.

Se infatti un giocatore parte a testa bassa verso il canestro e impatta contro un avversario che in quel momento si trova fermo nella sua posizione (e non si sta quindi spostando a sbarrargli la strada) commette fallo di sfondamento. In quel caso l’azione viene fermata e la palla assegnata alla squadra che sta difendendo.

 
Esistono poi dei falli che avvengono a gioco fermo, ma non sono meno importanti. Il più comune è il fallo tecnico, che l’arbitro fischia contro un giocatore o un allenatore che eccede in proteste o che fa gesti di scherno nei confronti degli avversari.

La punizione consiste in due tiri liberi e possesso alla squadra avversaria. Inoltre, quando si commettono due falli tecnici in una partita, si viene espulsi.

I falli più violenti

C’è poi il fallo antisportivo o intenzionale, che consiste in un fallo pericoloso compiuto senza aver intenzione di rubare la palla. Questo costa due tiri liberi e possesso agli avversari. Infine, per falli molto pericolosi o per proteste troppo veementi c’è anche la possibile espulsione diretta.

Nell’NBA, questi ultimi falli hanno un nome lievemente diverso e anche le punizioni possono variare. Il technical foul comporta un tiro libero per gli avversari ma non necessariamente il possesso.

Il flagrant foul invece deriva da un fallo considerato eccessivo e comporta due tiri liberi e palla agli avversari. Nel caso però di “flagrant 2” (cioè il più grave, a giudizio degli arbitri) c’è anche l’espulsione del giocatore.

Le sanzioni

Vediamo infine anche le sanzioni per i falli comuni. Nel caso in cui il fallo avvenga durante il movimento di tiro, quando cioè il giocatore ha smesso di palleggiare e sta per tirare, la punizione sono i tiri liberi. Questi possono essere uno (se il canestro va a segno), due (se il tiro era da due punti) o tre (se era da tre punti).

Nel caso in cui, però, il fallo avvenga durante un’azione normale di gioco ci sono due possibilità. Generalmente la squadra che ha subito il fallo riprende l’azione da una rimessa laterale.

Può però anche capitare che una delle due formazioni abbia già fatto 4 falli in quella frazione di gioco e abbia quindi messo gli avversari “in bonus“. In quest’ultimo caso, ogni fallo (tranne quelli che si fanno in attacco) comporta due tiri liberi per gli avversari.

Quando un giocatore commette il quinto (in Europa) o il sesto (in America) fallo non può infine più prendere parte alla partita.

 

4. L’importanza dei tempi

Come ogni neofita nota immediatamente, il basket è però un gioco in cui pesantissima è l’influenza del tempo e dei ritmi. Tanto è vero che si parla di “tiri in ritmo”, di “playmaker-metronomi” e di secondi che stanno per scadere.

Per impedire che il gioco sia rallentato e che si attivino tattiche difensivistiche, infatti, nel corso del tempo i vari organismi sia europei che statunitensi hanno introdotto una serie di regole che servono a ridurre i tempi di gioco.

Nelle regole del basket una parte importante è riservata ai tempi
Nelle regole del basket una parte importante è riservata ai tempi

L’obiettivo primario di ogni federazione, infatti, è quello di garantire la spettacolarità delle partite. E questa viene preservata quando le squadre sono costrette a creare gioco, magari anche con un timer che morde loro la coda. Vediamo quindi, punto per punto, quali sono i principali tempi da tenere a mente quando si gioca.

La durata delle gare e i cambi

In primo luogo, ogni partita è composta da 4 periodi, a loro volta raggruppati in 2 tempi. Praticamente il primo e il secondo periodo – o quarto – costituiscono il primo tempo e il terzo e quarto periodo il secondo tempo.

In Europa ogni periodo dura 10 minuti, nell’NBA 12. Tra il primo e il secondo tempo c’è una pausa più lunga, in genere di 15 minuti, e le squadre tornano negli spogliatoi.

I cambi possono avvenire in ogni pausa del gioco. Non c’è nessun limite alle sostituzioni e l’importante è che ci siano sempre 5 giocatori in campo per ciascuna squadra. In genere le panchine, non a caso, sono composte da altri 5-7 giocatori pronti a subentrare in qualsiasi momento ai titolari per farli rifiatare o per precise esigenze tattiche.

Ogni squadra ha 8 secondi per superare la propria metà campo e 24 secondi per effettuare un tiro che vada a segno o tocchi almeno il ferro, cioè l’anello del canestro. Se non ci riesce in quel tempo, perde la palla, che passa agli avversari.

Le regole dei 3 secondi e dei 5 secondi

Anche la presenza di un giocatore all’interno dell’area dei 3 secondi (la zona pitturata di colore diverso posta sotto al canestro) è regolamentata. Quando si è in attacco, un giocatore non può infatti stazionare in quella zona per più di 3 secondi. È difatti costretto costantemente a entrare ed uscire da essa, se vuole gravitare lì attorno.

Nell’NBA, inoltre, esiste anche la regola dei 3 secondi difensivi. Per loro neppure un difensore può restare nell’area per più di 3 secondi, cosa che rende piuttosto difficile mettere in atto una difesa a zona efficace.

Infine esiste anche una regola dei 5 secondi: le rimesse laterali infatti vanno eseguite entro 5 secondi, pena la perdita del pallone. In Europa, inoltre, un giocatore che in campo tiene la palla ferma in mano per 5 secondi in un momento in cui è marcato stretto perde automaticamente il pallone.

 

5. Le differenze tra FIBA e NBA

Concludiamo sottolineando alcune delle principali differenze tra regolamento NBA e FIBA. Come abbiamo infatti già accennato nel corso di questo articolo, l’NBA – il campionato professionistico nordamericano – e la FIBA – la Federazione Internazionale che supervisiona le Olimpiadi, i Campionati del Mondo e quelli europei – usano regole lievemente diverse.

In realtà le differenze si sono negli ultimi anni notevolmente assottigliate. La FIBA infatti è andata spesso incontro alle norme americane, maggiormente votate a garantire lo spettacolo. Sappiate però che non tutto quello che vedete fare ai grandi campioni d’oltreoceano può essere fatto in Italia.

Le misure del campo di gioco nell'NBA
Le misure del campo di gioco nell’NBA

Al di là della differenza nella durata delle partite, che abbiamo già spiegato, diversi sono ad esempio anche i campi da gioco.

Nell’NBA infatti il parquet misura circa 30 metri per 17, mentre in Europa ci si accontenta di 28 per 15. Di conseguenza, diversa è anche la distanza della linea del tiro da 3 punti dal canestro, visto che in America è posta a 7,25 metri (anche se il suo percorso è irregolare e negli angoli la distanza è di soli 6,71 metri) mentre in Europa è a 6,75 metri.

I time-out

Inoltre diversa è anche la gestione dei time-out, cioè le pause che un allenatore può richiedere per parlare coi propri giocatori. In America, infatti, il time-out – anche se in questo caso si tratta di una pausa breve di soli 20 secondi – può venire chiamato direttamente dal giocatore che ha la palla in mano.

Questo avviene di solito per cavarsi d’impiccio in situazioni in cui si trova chiuso o se sta per esaurire il tempo per rimettere la palla in gioco.

Le interpretazioni arbitrali

Infine, diversa è spesso anche l’interpretazione arbitrale davanti ai falli e alle infrazioni. Il caso più eclatante è quello dei passi in partenza, quando cioè un giocatore che ha la palla in mano parte da fermo sollevando il piede perno un attimo prima di iniziare il palleggio.

In Europa in una situazione del genere vengono sempre fischiati i passi; in America invece questo comportamento viene più spesso tollerato. Tutto per non interrompere eccessivamente il flusso dell’azione.

Inoltre per molti decenni negli Stati Uniti è stata vietata la difesa a zona, proprio perché ritenuta poco spettacolare, difesa che era invece ampiamente usata in Europa.

A partire dal 2002, però, anche nell’NBA si può difendere a zona, anche se questa tattica è poco usata perché la regola dei tre secondi difensivi di cui parlavamo prima tende a renderla poco pratica.

 

Altre 14 espressioni, tecnicismi e tattiche da conoscere sul basket, oltre alle 5 regole già segnalate

Come dicevamo in apertura, a rendere complicato il basket non sono solo le regole fondamentali. Quando si guarda una partita in TV, infatti, ci si può sentire travolti dai tecnicismi, da parole in inglese di cui non si conosce minimamente il significato.

Per questo abbiamo deciso di allungare la nostra lista, includendo una sorta di glossario dei termini più usati e più importanti del mondo della pallacanestro. Eccolo.

 

Pick & roll e Pick & pop

Una delle espressioni più usate dai commentatori televisivi, quando raccontano una partita di basket, è “pick & roll”. Quando sono poi commentatori fin troppo preparati, si lasciano sfuggire addirittura un “pick & pop”. Ma di cosa si tratta?

In buona sostanza, è una delle più elementari – e più usate – strategie d’attacco. La palla viene di solito portata nella metà campo avversaria dal playmaker, che però si ritrova marcato da un difensore. Per questo, spesso chiama un “blocco“: chiede cioè al centro di avanzare e ostacolare col proprio corpo il difensore che lo marca.

https://www.youtube.com/watch?v=FNY3DEFSp90

Dopo il blocco il centro può improvvisamente scattare verso il canestro, ruotando rapidamente su se stesso: se il playmaker riesce a passargli la palla si realizza il cosiddetto “pick & roll“, che in genere si conclude con una schiacciata o con un terzo tempo smarcato.

Il “pick & pop” è una variante di questo schema. Dopo aver bloccato, il lungo non taglia verso il canestro ma fa “pop”, cioè si allarga verso la linea da tre punti. Anche in questo caso può ritrovarsi smarcato e può essere servito dal playmaker per un tiro dalla media o dalla lunga distanza.

Schiacciata e Alley-oop

Ma cos’è la schiacciata che abbiamo appena citato? In realtà si tratta di una delle azioni più spettacolari e famose della pallacanestro, che consiste nel portare un giocatore ad appoggiare più o meno violentemente la palla dentro al canestro, forte della sua altezza o della sua elevazione.

A volte queste schiacciate possono essere particolarmente spettacolari, come nel caso dell’alley-oop. Questo si verifica quando il portatore di palla lancia il pallone in aria verso il canestro e l’attaccante lo prende al volo schiacciandolo dentro al canestro prima di ricadere, in un unico movimento.

 

Assist

L’assist è uno dei gesti tecnici più importanti all’interno di una partita di basket. Non a caso viene misurato: si contano quanti assist riesce a far registrare ogni giocatore ma si contano anche gli assist di squadra. Quando un team ne fa molti, significa in genere che ha un attacco ben strutturato, che riesce a creare azioni corali.

Un assist, d’altra parte, è un passaggio che porta un compagno a realizzare un canestro. Il compagno che riceve la palla può tirare direttamente una volta ricevuto il passaggio ma può anche palleggiare per andare a canestro. Ovviamente l’assist viene conteggiato solo se il canestro viene poi realizzato.

Stoppata

Anche la stoppata è un gesto tecnico molto spettacolare, che però si fa in difesa e non in attacco. Consiste nel bloccare il tiro di un avversario prima che arrivi al canestro, spedendo via la palla o, più raramente, addirittura bloccandola. Attenzione, però: la stoppata può essere regolare o irregolare.

Il discrimine è che la stoppata deve essere effettuata prima che il pallone cominci la fase discendente della parabola di tiro, e quindi solo mentre sta ancora salendo. Inoltre è sempre irregolare stoppare un tiro che ha già toccato il tabellone. Una stoppata irregolare regala i punti al giocatore avversario, come se il pallone fosse entrato nel canestro.

 

Layup e Jumper

Se sentite pronunciare l’espressione layup, non disperate: non è altro che il nome americano del nostro terzo tempo, quel particolare tiro che porta l’attaccante a interrompere il palleggio durante la corsa e a fare due passi prima di lanciare il pallone verso il cesto.

Due, però, sono i tipi di tiro fondamentali del basket: oltre al terzo tempo c’è anche il tiro in sospensione. In inglese quest’ultimo si chiama Jump Shot o, con un termine più veloce, Jumper. Questo è un tiro dalla distanza, effettuato saltando in alto in verticale e facendo partire il tiro quando si è in aria, prima di ricadere.

Catch and shoot

Ad essere precisi nel basket ci sono, in realtà, diversi tipi di tiro. Elencarli tutti sarebbe troppo lungo, ma possiamo presentarne un altro. Si tratta del cosiddetto Catch and shoot, letteralmente “Prendi e tira”. È un tiro che ha bisogno di particolari specialisti, tiratori scelti che si piazzano sul perimetro.

L’azione d’attacco, in questo caso, in genere si struttura così: il portatore di palla, magari dopo un pick and roll, penetra verso il canestro, attirando su di sé la difesa avversaria; a questo punto, però, non tira, ma “scarica” il pallone verso l’estero, a un tiratore appunto appostato sul perimetro. Questo riceve e immediatamente tira. E di solito fa canestro.

 

Buzzer beater

Come sapete, le partite di basket hanno una durata prestabilita. A volte una squadra prende un grande vantaggio sull’altra, e quindi gli ultimi minuti di gioco diventano quasi inutili, visto che una rimonta diventa impossibile. In questo caso l’ultimo spezzone di gara viene a volte chiamato “garbage time“, tempo spazzatura.

Altre volte, però, le partite si giocano punto a punto fino all’ultimo secondo. E in alcuni casi – neppure troppo rari – una gara viene letteralmente decisa all’ultimo tiro, mentre suona la sirena di fine partita. In quel caso, se il tiro entra si parla di “buzzer beater”, di un tiro che sconfigge gli avversari appunto al suono del “buzz”.

Extra pass

Parlavamo, prima, del Catch and shoot, un particolare tiro effettuato subito dopo uno scarico. C’è la possibilità, però, che l’azione si complichi. Immaginate: il playmaker penetra e subito passa la palla all’esterno. Il tiratore, però, è marcato e si vede subito chiuso lo spazio per tirare. Allora, che fare?

La tendenza degli ultimi anni è quella di continuare a passare velocemente il pallone, magari al compagno di fianco, anch’egli appostato sul perimetro e forse libero. Quando un tiratore rinuncia a un tiro complicato ed effettua un passaggio supplementare verso un compagno smarcato si parla di Extra pass. Una cosa che gli allenatori apprezzano molto.

 

Sesto uomo

Un’altra delle espressioni che si sentono ripetere spesso durante una partita di basket (e ancora più spesso a fine anno, quando vengono assegnati i premi della stagione) è quella del “sesto uomo”. Cosa significa, visto che il basket è uno sport in cui si gioca cinque contro cinque?

Ebbene, quando si parla del sesto uomo si intende quel particolare giocatore che, pur partendo dalla panchina, gioca però un gran numero di minuti. È insomma il primo delle riserve: può essere un giovane in ascesa o, più spesso, un veterano, che non ha più nelle gambe la forza per giocare da titolare ma riesce ancora ad essere decisivo.

MVP

Nell’NBA ogni anno, a fine stagione, viene assegnato il premio al miglior sesto uomo. Ma vengono dati anche una miriade di altri riconoscimenti, il più importante dei quali è il titolo di MVP (che viene letto all’inglese, “em-vi-pì”). Una sigla che sta per Most Valuable Player, cioè miglior giocatore.

L’MVP della lega è quindi il giocatore che è stato riconosciuto il più forte di quell’anno. Si assegna però anche il titolo di MVP delle Finali (per quel giocatore che domina appunto le ultime partite dei play-off) e, idealmente, anche il titolo di MVP di ogni singola partita.

 

Post alto e post basso

Passiamo ora a descrivere alcune specifiche tattiche d’attacco e di difesa. La prima, in realtà, più che una tattica è una zona del campo. A volte infatti si decide di portare la palla “in post alto” o “in post basso”, e da lì far partire l’azione d’attacco. Ma dove sono queste zone?

Il punto di riferimento è l’area dei 3 secondi, la zona pitturata sotto al canestro. Questa ha la forma di un trapezio, con il canestro su una base e la linea del tiro libero sull’altra. Il post alto si trova in uno dei vertici di quest’ultima base, all’altezza della linea del tiro libero; quello basso invece verso l’altra base, più o meno all’altezza del canestro.

Difesa a zona

E ora, prima di salutarci, vediamo tre delle tattiche più frequentemente citate dai commentatori. La prima è una tattica difensiva a cui abbiamo già fatto riferimento anche noi: la difesa a zona. Una situazione non comunissima in cui si decide di non “marcare a uomo” ma di far presidiare ai difensori delle specifiche zone del campo.

Le varianti di questa difesa sono diverse, ma le due più comuni sono la zona 2-3 e la zona 3-2. Nel primo caso, due giocatori presidiano il perimetro mentre tre difendono la parte bassa dell’area, uno vicino al canestro e gli altri due sugli angoli. Nella zona 3-2 avviene il contrario: 3 giocatori sono sul perimetro e 2 sotto al canestro.

 

Attacco a triangolo

L’attacco a triangolo, o Triangle Offense, è una particolare tecnica d’attacco sviluppata tra gli anni ’40 e ’60 ma resa celebre soprattutto dagli anni ’80 in poi. La si deve a Sam Barry, storico allenatore della University of Southern California, e soprattutto a Tex Winter, che la portò nei Chicago Bulls di Michael Jordan.

Si tratta di una tattica che prevede che i giocatori si dispongano in ben determinate posizioni dell’attacco a formare continuamente dei triangoli, in modo da trovare facilmente delle linee di passaggio pulite. Essenziali, in questo sistema, sono le cosiddette “spaziature“, cioè le distanze da creare tra un giocatore e l’altro per massimizzare gli spazi.

Princeton Offense

Un altro famoso tipo d’attacco è il Princeton Offense, sviluppato anch’esso vari decenni fa a livello universitario ma arrivato in NBA tra gli anni ’90 e Duemila. Anche se oggi non è più utilizzato nella sua forma più pura, ha indubbiamente influenzato vari schemi recenti.

Il principio base è quello di avere giocatori abbastanza intercambiabili in campo, tutti abili nei passaggi, nei tagli e nel tiro. Quattro giocatori rimangono infatti sul perimetro, pronti ad effettuare improvvisi tagli verso il canestro, mentre l’unico interno è il centro, che deve essere però abile a fare da playmaker aggiunto.

Si crea così una fitta rete di passaggi e di tagli (oltre che, nelle evoluzioni più recenti, di blocchi) che porta i giocatori a liberarsi e penetrare verso il canestro, disorientando le difese avversarie.

 

 

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