Cinque romanzi legati alla filosofia e all’esistenzialismo

Viaggio nei romanzi legati alla filosofia dell'esistenzialismo, a partire da Albert Camus

Tra tutte le scuole filosofiche che si sono affacciate in quel variegato panorama culturale che è stato il ‘900, l’esistenzialismo è stata una di quelle baciate da miglior fortuna e fama. Ispirata dal pensiero di Søren Kierkegaard e in parte di Blaise Pascal e Friedrich Nietzsche, ma capace di prendere una strada autonoma, ha deciso di indagare i caratteri e il senso dell’esistenza. Anche tramite libri che sono stati presto ribattezzati romanzi esistenzialisti.

Non solo filosofia

L’esistenzialismo, infatti, non è stata solo una corrente di pensiero (e proprio qui sta la sua forza). Accanto agli scritti filosofici di Sartre, Heidegger o Jaspers, infatti, alla definizione di questa tendenza contribuirono con ugual forza anche e soprattutto le opere letterarie. Romanzi cioè che portavano le conseguenze delle riflessioni dei filosofi sul piano della vita quotidiana, con storie e trame.

Per la prima e forse unica volta la filosofia trovava espressione compiuta nella letteratura. Univa due mondi che fino ad allora si erano sì ispirati a vicenda, ma guardandosi sempre di sottecchi. E che si erano rinfacciati l’eccessivo tecnicismo o una presunta banalizzazione dei problemi.

Allora scopriamo insieme quali sono state queste opere di narrativa che hanno aiutato a delineare meglio i contorni di una delle più importanti correnti filosofiche del ‘900. E lo facciamo tramite una guida ai cinque più importanti romanzi filosofici esistenzialisti.

 

Memorie dal sottosuolo

Il primo romanzo esistenzialista, firmato Fëdor Dostoevskij

Memorie dal sottosuolo di Fëdor DostoevskijÈ molto difficile stabilire in maniera univoca che cosa fosse l’esistenzialismo. Spesso molto diverse erano le posizioni filosofiche dei suoi massimi esponenti, che a volte avevano tra di loro più punti di disaccordo che non di accordo.

Ciononostante, si può dire che l’esistenzialismo sia caratterizzato da una situazione in cui l’uomo, o meglio ancora l’individuo, si trova improvvisamente solo nel mondo e perciò si interroga sul senso della sua presenza e delle sue azioni.


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Crollate, col nichilismo e con Nietzsche, tutte le certezze imposte dall’esterno, l’individuo si trova a fare i conti con se stesso. Deve cercare da solo di dare un significato alla propria vita, tra angosce ed errori. Ed il rischio perenne di intraprendere la strada sbagliata.

Se tutto questo è vero, il più decisivo precursore dell’esistenzialismo non può che essere Fëdor Dostoevskij. Nel 1864, dopo un duro periodo di detenzione in Siberia, il grande scrittore russo pubblicò Memorie dal sottosuolo.

La struttura del libro

Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, intitolata Il sottosuolo, un fantomatico uomo se la prende con gli ideali ottimistici del suo tempo. Essi vorrebbero troppo ingenuamente che l’uomo guidasse la storia verso un sempre maggior benessere. Secondo la voce narrante, invece, la guerra dimostra che l’uomo non agisce in vista di uno scopo.

Così, gli uomini d’azione si pongono delle mete e fanno di tutto per raggiungerle, ignorando poi se queste mete abbiano senso oppure no o il perché del loro agire. L’uomo del sottosuolo, invece, è bloccato, paralizzato dal non riuscire a spiegare le cause profonde del proprio essere. Pertanto non riesce «a diventare nemmeno un insetto».

La seconda parte

Nella seconda parte, poi, intitolata A proposito della neve bagnata, l’uomo passa a raccontare alcuni fatti compiuti sedici anni prima. In questa parte dimostra che la sua accidia non gli ha evitato di compiere atti abietti verso persone a lui simili e a volte anzi perfino più sfortunate di lui. Come nel caso della giovane prostituta che illude e poi umilia.

Un ritratto così veritiero e profondo di un uomo che non sa che senso dare alla propria vita che impressionò anche Nietzsche. Non a caso, il filosofo tedesco disse che Dostoevskij era l’unico psicologo da cui avesse qualcosa da imparare.

 

Il processo

L’incubo di Franz Kafka

Il processo di Franz Kafka, uno dei più celebri romanzi esistenzialistiSpostiamoci ora più in là con gli anni, a ridosso della nascita dell’esistenzialismo vero e proprio. I massimi esponenti filosofici di questa corrente – il primo Heidegger e Sartre, sostanzialmente – iniziarono infatti a pubblicare le loro riflessioni tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’40.

Un romanzo che avrebbe influenzato enormemente il movimento e più in generale la cultura europea fu sicuramente Il processo di Franz Kafka. Libro incompiuto – o sarebbe meglio dire abbandonato –, fu composto dallo scrittore praghese tra il 1914 e il 1917. Sarebbe stato però pubblicato dall’amico Max Brod solo nel 1925, dopo la sua morte.

La trama

La trama è quanto di più sconvolgente si potesse immaginare nell’Europa di allora, eppure capace di racchiudere in fieri tutte le angosce dell’uomo moderno. Josef K., un impiegato di banca, riceve una mattina la visita di due uomini che gli comunicano di essere in arresto – anche se lasciato in libertà provvisoria – e di essere sottoposto a processo penale. Non viene però informato dei capi d’accusa.

All’inizio il protagonista pensa si tratti di un banale equivoco e si reca in tribunale. In un vortice di situazioni assurde e contraddittorie la sua posizione si fa però sempre più delicata. A nulla servono i tentativi di usare la ragione o di appoggiarsi a un avvocato difensore che si dimostra tanto illogico e assurdo quanto la corte. Senza preavviso, in una scena onirica e insensata, Josef viene prelevato e portato in una cava. Lì viene giustiziato con una coltellata.

Il significato esistenzialista

In chiave metaforica, qui ci sono tutti i temi della successiva riflessione esistenzialista. Vi si trova l’assurdità della nostra vita, che noi ci sforziamo di trovare logica e razionale ma è invece “paradosso e scandalo”, per usare un’espressione kierkegaardiana (anche se lui la riferiva alla fede). Ci si può leggere la solitudine dell’uomo, che deve affrontare questa assurdità da solo. Emerge infine l’angoscia che diventa il tratto caratterizzante della vita, angoscia intesa come paura per qualcosa di indefinito.

Infine, si scorge l’incapacità di costruire un vero rapporto con l’altro – e soprattutto con l’altro sesso – in una tematica che verrà ripresa anche da Sartre. Una tematica che biograficamente è presente comunque sia in Kafka che in Kierkegaard, entrambi segnati da fidanzamenti rotti per cause inspiegabili. D’altronde, il non conoscere né le cause né i fini del processo è metafora di una vita senza timone.

 

Gli indifferenti

L’esistenzialismo italiano del giovane Alberto Moravia

Gli indifferenti di Alberto MoraviaI due romanzi che abbiamo presentato finora si possono considerare precursori dell’esistenzialismo vero e proprio. Anche perché si concentravano in particolare sul senso di estraniamento dell’uomo contemporaneo. Diverso però è l’esito raggiunto nel 1929 da Alberto Moravia col suo romanzo d’esordio, Gli indifferenti. Un libro pubblicato al tempo a sue spese dall’editore milanese Alpes.

Qui il protagonista, infatti, non è un individuo che non si ritrova nella società o che si scopre tormentato da essa. Piuttosto, al centro ci sono varie persone che vivono pienamente inserite nella società stessa, senza provarne però alcunché.


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Carla e Michele Ardengo e la loro madre Mariagrazia non sono finiti nel sottosuolo, né vengono messi sotto processo da chicchessia (se non, in fondo, dal lettore). Semplicemente, sono persone che vivono la loro vita borghese in maniera appunto indifferente. Non provano repulsioni, spinte morali, aspirazioni vere e proprie.

Tutto quello che accade attorno a loro, che sia qualcosa di leggero o di grave, non li tocca, non li scuote. Non riesce a suscitare in loro alcuna reazione significativa. E non è un sentimento di accettazione, il loro, ma piuttosto di rinuncia, di disinteresse.

Il fallimento borghese

D’altro canto, se tutte le certezze ottocentesche crollano, se l’ottimismo positivista cede il passo al pessimismo nichilista, una possibile reazione è quella di rifiutare tutto e tutti, di sentirsi vittima di un mondo insensato. Oppure, ed è il caso descritto da Moravia, di perdere ogni forza di ribellione, rendendosi conto che in fondo tutto è inutile.

Carla viene corteggiata da un uomo brutto e sgradevole che non esita a passare dal fare la corte alla madre al farla alla figlia. Michele, invece, non riesce per gran parte del libro a reagire, incurante dell’onore (ma anche del benessere economico) della sua famiglia. E anche quando, finalmente, proverà a farsi carico della situazione, fallirà miseramente. Inetto non si sa se per proprie reali incapacità o per la recondita volontà di non fare effettivamente nulla.

L’ombra del fascismo

La borghesia – che a quell’epoca, non dimentichiamolo, manifestava quella stessa indifferenze e incapacità di ribellione nei confronti del fascismo – diventa, quindi, la classe sociale che per eccellenza rappresenta la vita inautentica. Quella vita che verrà stigmatizzata sia dall’esistenzialismo francese che da quello tedesco. Una vita banale, convenzionale e, in ultima analisi, inutile.

 

La nausea

Entra in gioco Jean-Paul Sartre

La copertina de La nausea di Jean-Paul Sartre, celebre romanzo del filosofo padre dell'esistenzialismo franceseArriviamo così ai due più celebri romanzi esistenzialisti. Se non altro perché uno fu scritto direttamente dal capofila della corrente in Francia – e da un certo punto in poi, in tutto il mondo – e perché entrambi gli autori furono insigniti del premio Nobel.

Partiamo da Jean-Paul Sartre, la personalità più illustre dell’esistenzialismo francese. Nel 1932 era un giovane professore di liceo che, dopo essersi laureato all’École Normale Supérieure di Parigi, si era stabilito a Le Havre.

Un anno più tardi avrebbe vinto una borsa di studio e si sarebbe spostato a Berlino. Lì entrò in contatto con la fenomenologia di Husserl e l’ontologia Heidegger che gli avrebbero permesso di definire filosoficamente meglio il proprio pensiero. E che l’avrebbero portato, nel 1943, alla pubblicazione de L’essere e il nulla e nel 1945 di L’esistenzialismo è un umanismo, le sue opere principali.

Nel 1938

Già nel 1938, però, aveva esordito sulla scena pubblica con un libro scritto proprio nel ’35 a Le Havre. Il romanzo era intitolato La nausea e da quel momento in poi è diventato la strada privilegiata per avvicinare i giovani al pensiero esistenzialista. Molto più dei saggi, più complessi e freddi.

Un diario filosofico

Il romanzo altro non è che un diario filosofico scritto in prima persona dal protagonista, il giovane Antoine Roquentin. Questi si stabilisce nella cittadina di Bouville (nome fittizio per Le Havre). Lì deve completare alcune ricerche storiche su un personaggio del diciottesimo secolo.

In questo contesto l’uomo ripensa senza rendersene conto a vari personaggi che in un modo o nell’altro hanno cercato di trovare uno scopo autonomo alla loro vita. Tra questi c’è l’ex fidanzata Anny, che cercava di vivere sempre dei momenti perfetti. C’è un amico conosciuto in biblioteca, che legge i libri in ordine alfabetico per farsi una cultura. Ma c’è anche lui stesso, che sta passando la propria vita a studiare quella di un morto. Così, ad un certo punto si accorgerà che tutti questi tentativi sono vani.

Il disgusto

Se, infatti, l’autodidatta viene cacciato dalla biblioteca e l’ex fidanzata ha rinunciato a cercare la perfezione, lasciandosi andare anche nel proprio fisico, Antoine inizia a sentire sempre più forte un senso di nausea. È un disgusto indefinito per tutto ciò che lo circonda, per la propria vita e per l’incapacità di darle un senso.

Anche la solidarietà tra gli uomini, infine, che potrebbe costituire una via di fuga da questa situazione, si risolve in un fallimento dato che gli altri di fatto ignorano di esistere.

 

Lo straniero

L’esistenzialismo nella versione di Albert Camus

Copertina de Lo straniero di Albert CamusL’altro Nobel esistenzialista fu Albert Camus, scrittore molto più celebre per i suoi romanzi che non per i suoi saggi filosofici. E per il fatto di aver avuto proprio con Sartre un rapporto conflittuale.

Quando uscì La nausea, Camus si trovava infatti nella natia Algeria e ne parlò entusiasticamente in alcune recensioni, almeno per quanto riguardava i risvolti filosofici dell’opera. Spostatosi poi in Francia, conobbe e divenne amico proprio di Sartre all’epoca dell’occupazione tedesca.

Tra i due, però, i rapporti si ruppero ben presto non tanto per questioni filosofiche, quanto per l’adesione o meno al Partito Comunista. Sartre infatti divenne l’intellettuale di riferimento del partito, mentre Camus, più vicino alle posizioni anarchiche, criticava l’appoggio alle repressioni staliniste e in generale la scarsa apertura al dibattito e alle critiche.

Il 1942

L’anno decisivo per la produzione letteraria e filosofica di Camus fu il 1942, in cui uscirono sia il romanzo Lo straniero che il saggio Il mito di Sisifo. In quest’ultimo volume, in particolare, si ritrovava quasi un riassunto di quanto abbiamo esposto finora. Camus vi confrontava, infatti, il pensiero filosofico di Heidegger, Kierkegaard e Jaspers con alcune figure letterarie, e in particolare con i personaggi di Dostoevskij e Kafka.

Le vicende di Meursault

Ma fu con Lo straniero che la sua idea della vita trovò pieno sfogo e assurse a fama internazionale. Protagonista del romanzo era il franco-algerino Meursault, un uomo a cui in apertura moriva la madre senza che questo suscitasse in lui alcun particolare sentimento. Poi si rendeva protagonista dell’omicidio di un arabo senza motivazioni degne di rilievo e senza provare rimorso. Infine si arrivava al processo e all’inevitabile condanna.

Due sono i caratteri di Meursault che vanno sottolineati e che lo ricollegano a quanto abbiamo scritto finora. Da un lato, la sua indifferenza nei confronti di tutto ciò che lo circonda, siano affetti familiari o gesti compiuti. Un sentimento, questo, che lo avvicina molto di più a Moravia che non a Sartre, dove quantomeno emerge una situazione di disgusto.

L’anonimato

Dall’altro, l’essere – come suggerisce il titolo – straniero davanti alla sua stessa vita e agli atti che compie. Questi non riescono a dargli un’identità e a farlo uscire da una sorta di anonimato esistenziale. Come se fosse un apolide dell’animo.

 

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