I cinque ruoli del basket, spiegati

Michael Jordan, uno che sapeva interpretare vari ruoli su un campo da basket (foto di Jason H. Smith via Flickr)
Michael Jordan, uno che sapeva interpretare vari ruoli su un campo da basket (foto di Jason H. Smith via Flickr)

 
Ci sono sport come il calcio o il tennis di cui tutti, bene o male, conoscono le regole. E questo o perché vengono ribadite continuamente sui giornali (quante volte abbiamo sentito parlare di fuorigioco in vita nostra?), o perché sono relativamente semplici. Ce ne sono altri, però, che pur diffusi e praticati rimangono un mistero per i non appassionati. In genere, in casi come questi una via di salvezza sono le Olimpiadi, in cui i commentatori si sforzano quantomeno di spiegare le regole fondamentali. Ma non sempre l’operazione è semplice.

Tra questi sport diffusi ma non sempre chiari a tutti possiamo annoverare anche il basket, che negli ultimi trent’anni è passato da sport di nicchia a fenomeno globale soprattutto grazie all’NBA, ma che ancora rimane ignoto a molti. Qualche tempo fa abbiamo cercato di spiegarne le regole fondamentali, mentre oggi vorremmo presentarvi i ruoli. Perché è vero che si gioca solo in 5 contro 5, ma ognuno di quei cinque giocatori che sono in campo ha delle particolarità e dei compiti ben precisi. Vediamo quali.


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Il playmaker

Il regista della squadra

Steph Curry dei Golden State Warriors, uno dei playmaker più famosi in attività (foto di Keith Allison via Flickr)Come il nome lascia intuire, il playmaker è letteralmente il costruttore di gioco della squadra. È lui che porta il pallone nella metà campo avversaria, che chiama gli schemi e che riceve per primo le indicazioni dall’allenatore. È lui che detta i tempi dell’azione a tutta la squadra e ne è quindi il regista. Dal punto di vista tecnico, deve quindi per forza essere un ottimo palleggiatore, rapido nei cambi di direzione e svelto anche nel pensiero.

Di solito si tratta di un giocatore non particolarmente alto, proprio perché deve essere agile ed abile ad infilarsi negli spazi, ma può essere dotato di un buon tiro da tre punti, che può diventare un’arma letale quando gli schemi cominciano a scarseggiare. Inoltre deve impegnarsi molto in difesa, perché deve frenare le ambizioni del suo corrispettivo avversario, che in genere tende ad essere molto mobile. Infine è spesso importante che sappia anche penetrare, o per andare al tiro, o per scaricare la palla su un compagno dopo aver attirato su di sé la difesa.

L’innovazione portata da Magic Johnson

Contrassegnato, negli schemi, col numero 1, il ruolo del playmaker è stato declinato in vari modi nel corso della storia del basket. Di sicuro uno degli interpreti più originali è stato Magic Johnson, che non rispettava quasi nessuno dei canoni che abbiamo elencato finora: era infatti alto 2 metri e 6 centimetri, ma aveva una visione di gioco e un trattamento della palla invidiabili.

Tra i grandi del passato bisogna poi annoverare anche John Stockton (che detiene il record in carriera del maggior numero di assist e di palle rubate) e Mike D’Antoni. Gli attuali playmaker più noti e ammirati sono invece Steph Curry, dotato di un incredibile tiro da 3, e Russell Westbrook, fisicamente inarrestabile. Subito dietro vengono stelle la cui età sta ormai avanzando come Chris Paul, Tony Parker e Derrick Rose.

 

La guardia

Un tiro letale

Michael Jordan, uno che sapeva interpretare vari ruoli su un campo da basket (foto di Jason H. Smith via Flickr)Quello della guardia è l’altro ruolo che sta al di qua della linea dei tre punti. Affianca infatti il playmaker nella costruzione dell’azione, lo aiuta a far girare la palla e a volte, se il playmaker è marcato troppo stretto, si sostituisce a lui nella costruzione dell’azione. In genere ha infatti caratteristiche simili al numero 1: non troppo alto (anche se di solito più alto di lui), dotato di un buon trattamento palla, veloce, agile e soprattutto micidiale nel tiro da 3 punti.

Chiamato sempre più spesso “guardia tiratrice”, questo giocatore infatti tende a penetrare meno del playmaker in area, rimanendo al di fuori della linea del tiro da 3 punti (o tornandoci, dopo aver sfruttato opportunamente dei blocchi). Lì è pronto per ricevere palla e, se è uno specialista, tirare immediatamente, prima di dare il tempo al suo marcatore di piombargli addosso.

Il ruolo di Michael Jordan

Negli schemi viene contrassegnato col numero 2, e a seconda delle circostanze e del modo di giocare può adattarsi a diverse soluzioni. Basti pensare che la più celebre guardia di tutti i tempi è Michael Jordan, uno che di sicuro non si limitava a ricevere e tirare, ma penetrava, schiacciava, difendeva in ogni posizione del campo.

Altri interpreti indimenticabili del ruolo sono stati Kobe Bryant, da poco ritiratosi, Dwayne Wade, Reggie Miller e Manu Ginóbili. Tra i più giovani bisogna invece menzionare James Harden degli Houston Rockets, Klay Thompson dei Golden State Warriors, Paul George degli Indiana Pacers (che comunque può giocare anche da ala) e il nostro Marco Belinelli.

 

L’ala piccola

Un tuttofare in attacco e in difesa

LeBron James, uno dei più straordinari interpreti del ruolo dell'ala piccola (foto di Keith Allison via Flickr)Dopo la coppia di creatori di gioco, andiamo verso quelli che teoricamente dovrebbero essere i finalizzatori, cioè le due ali e il centro. Dico “teoricamente” perché in realtà questi nomi derivano da un’età in cui i ruoli del basket erano abbastanza statici, ma da allora di strada in avanti se ne è fatta parecchio. E se le due ali in inglese vengono ancora chiamate forward, cioè “attaccanti”, non bisogna dimenticare che ormai i loro compiti sono ampi.

Questa cosa è ancora più vera per l’ala piccola, che per molti versi rappresenta un compromesso tra le caratteristiche della guardia tiratrice e quelle dell’ala forte (e non è un caso che, a seconda delle esigenze, possa anche rivestire questi ruoli). Si tratta infatti di un giocatore alto ma non altissimo – in genere sui 2 metri o poco più –, dotato di una certa prestanza fisica ma allo stesso tempo veloce e scattante. È di solito indicato, tatticamente, col numero 3.


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Tiro, penetrazione e difesa

I suoi compiti sul campo sono molteplici. Deve essere dotato di un discreto tiro da fuori e dalla media distanza, ma deve essere anche abile nella penetrazione, nel cambio di passo, nel gioco di gambe. In difesa deve fare la sua parte sia rubando palloni, sia collaborando a rimbalzo. Insomma, deve essere un po’ un tuttofare, e questa sua caratteristica è emersa in particolare negli ultimi anni.

Basti pensare che i tre più grandi interpreti contemporanei del ruolo sono LeBron James – uno che riesce ad essere potente e veloce allo stesso tempo –, Kevin Durant e Kawhi Leonard. Ovvero tre giocatori il cui più grande talento sta nel riuscire a fare cose che con quel fisico sembrerebbe impossibile riuscire a fare. Altri grandi nomi del passato recente sono poi quelli di Paul Pierce e Carmelo Anthony, mentre andando più indietro nel tempo non si possono non citare Julius Erving e Larry Bird.

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L’ala grande

Il duro lavoro in post basso

Dirk Nowitzki impegnato nell'esecuzione di un tiro liberoL’ala grande agisce nelle stesse zone del campo dell’ala piccola, ma in genere può mettere in azione un fisico più importante, meno votato alla corsa e allo scatto ma più volitivo sotto canestro. Non a caso è, assieme al centro, il giocatore più alto della squadra, quindi non è raro che in casi particolari (infortuni o scelte tattiche) possa anche sostituirsi al “numero 5”.

In attacco tende a giocare spalle a canestro e il suo gioco tipico è quello “in post basso”, come forse avrete sentito dire più volte durante le telecronache. In pratica, l’ala grande riceve palla in una zona compresa tra l’area dei tre secondi (la parte pitturata sotto al canestro) e la linea di fondo. Lì si ritrova con alle spalle il difensore, che lo marca stretto, e nelle mani la palla. Per questo comincia a palleggiare, cercando nel contempo di spingere più in là l’avversario con la sua schiena, in modo da avvicinarsi al canestro e girarsi all’ultimo per tirare.

In grado di reggere l’urto

Deve pertanto avere un fisico in grado di reggere l’urto ma anche un buon tiro. In difesa, d’altro canto, deve sostenere l’impeto dell’avversario ed essere pronto ad andare a rimbalzo. Per fare qualche esempio tra i giocatori ancora in attività, sono tipiche ali forti Dirk Nowitzki (dotato di uno straordinario tiro in allontanamento), Blake Griffin e LaMarcus Aldridge. Altri giocatori che sarebbero ali forti naturali, come Pau Gasol o Kevin Garnett, sono invece sempre stati usati come centri.

Nel passato, invece, grandi interpreti del ruolo si possono trovare in Kevin McHale, Karl Malone e Charles Barkley. Una nota di merito, infine, in questo ruolo anche per gli italiani: sia Danilo Gallinari che Andrea Bargnani sono ottimi interpreti della versione più moderna di questo ruolo, anche se in carriera hanno spesso giocato in altre posizioni.

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Il centro

Sotto canestro

Shaquille O'Neal in visita con i Miami Heat alla Casa Bianca all'epoca della presidenza di George W. BushConcludiamo con il numero 5, il centro, quello che un tempo si chiamava pivot. Ovvero il giocatore più alto della squadra e quello di solito più lento, il cui apporto è fondamentale sotto canestro (anche se esistono ormai centri che sanno tirare bene pure dalla media distanza). In genere i compiti offensivi di questo giocatore sono vari. Aiuta il playmaker bloccando il suo marcatore, riceve in corsa per andare a schiacciare, fa girare il pallone, spiana la strada alle penetrazioni dei compagni, va a rimbalzo e cerca di segnare dei tap-in.

Ancora più importante, però, è forse il suo apporto in difesa. L’area dei tre secondi della sua squadra è casa sua, e nessuno dovrebbe riuscire a fare razzia lì dentro. Per questo si piazza appena fuori di essa, pronto ad aiutare quando qualcuno dei suoi compagni perde il proprio uomo, chiudendo gli spazi col corpo. Deve pertanto saper leggere in anticipo lo sviluppo dell’azione ed essere pronto a saltare per far valere i suoi centimetri e piazzare una bella stoppata. Inoltre deve operare il tagliafuori, per impedire all’avversario di andare a rimbalzo.

Poco mobile ma letale

I suoi punti deboli più comuni risiedono nella mobilità. Essendo alto e muscoloso non può essere particolarmente veloce, e spesso può anzi sembrare lento e impacciato. Cerca pertanto di palleggiare il meno possibile – se non spalle a canestro – e di non farsi sorprendere da blocchi degli avversari che liberano un veloce playmaker contro di lui. Tra gli interpreti storici di questo ruolo bisogna ricordare Wilt Chamberlain, Bill Russell e Kareem Abdul-Jabbar, vere e proprie leggende del tempo in cui questo era davvero il ruolo fondamentale del gioco.

Oggi le cose sono in buona parte cambiate, tanto che ci sono squadre che giocano quasi senza centro (un po’ come nel calcio si usa il “falso nueve”, cioè un centravanti che non è un reale centravanti). Non mancano comunque grandi centri neppure nei tempi recenti. A dominare la scena tra anni ’90 e ’00 è stato Shaquille O’Neal, mentre oggi i pivot più famosi sono DeAndre Jordan e Dwight Howard, che però non sono esenti da difetti. In Italia il più grande centro di sempre è stato senza dubbio Dino Meneghin.

 

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