Esce domani nei cinema italiani il nuovo film di Nanni Moretti, Mia madre, pellicola che – a quanto si capisce dal trailer e dalle informazioni che un po’ alla volta cominciano a trapelare – dovrebbe riprendere alcuni temi tipici del cinema morettiano, almeno degli ultimi tempi: la crisi umana e professionale, l’importanza dei rapporti familiari, il cinema nel cinema, il disprezzo nei confronti del parlare vuoto che spesso contraddistingue il giornalismo italiano.

Tutti temi che – con toni a volte più comici e a volte più drammatici – hanno sempre contribuito a creare la cifra stilistica del regista romano. E l’occasione del lancio del nuovo film ci pare ghiotta, una volta tanto, per tracciare una sorta di panoramica nella carriera di uno dei registi più amati (a sinistra) e insieme vituperati (a destra) del nostro cinema, un regista che ha spesso diviso per le sue prese di posizione nette ma ha anche saputo rappresentare, nonostante non fosse certamente questo il suo scopo, un’intera generazione, le sue speranze, le sue ambizioni e le sue contraddizioni. Ecco allora le cinque scene e le frasi indimenticabili tratte dai film di Nanni Moretti.

 

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

Le indecisioni del giovane Michele Apicella in Ecce bombo

La carriera di Moretti, come saprete, cominciò praticamente in casa, grazie ad alcuni cortometraggi realizzati con una cinepresa Super 8 e alla collaborazione di vari amici; sempre in Super 8 fu anche il suo primo lungometraggio, Io sono un autarchico, che ebbe un successo insperato e gli aprì le porte del cinema vero e proprio, con una troupe, una produzione e una distribuzione di buon livello. Ecce bombo, uscito nelle sale nel 1978, fu quindi il suo primo lavoro veramente professionale e fu un grande successo di critica e di pubblico, soprattutto per la capacità di cogliere, nella figura del suo alter ego Michele Apicella, i germi di un malessere e una sofferenza verso la stessa immagine del militante di sinistra che gli anni del post-’68 avevano costruito.

Il film è pieno zeppo di momenti memorabili: citandoli in rapida sequenza, si ricordano i surreali dialoghi con i genitori sulle differenze tra la parlata romana e quella milanese, il litigio con l’avventore di un bar che si conclude con la proverbiale frase “Ma che siamo, in un film di Alberto Sordi?”, la ragazza che alla domanda su quale lavoro faccia risponde con “faccio cose, vedo gente”, gli improponibili esami di maturità dei due ragazzi preparati dal protagonista, il giornalista di TeleCalifornia, l’attore-poeta e così via. Ma sicuramente la scena più memorabile è quella in cui Michele discute al telefono della sua possibile partecipazione ad una festa.

No veramente non… non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo… no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate “Michele vieni di là con noi, dai” e io “andate, andate… vi raggiungo dopo”. Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo. Ciao, arrivederci, buona sera.

 

Io non parlo di cose che non conosco!

Lo sfogo del cineasta in Sogni d’oro

Dopo il successo di Ecce bombo, che comunque aveva provocato ampi dibattiti e aveva portato lo stesso Moretti a misurarsi coi settori più tradizionalisti della cinematografia (anche di sinistra), nel 1981 uscì Sogni d’oro, una pellicola in cui il solito alter ego Apicella si trasformava in un regista in crisi non tanto di idee, quanto nella difficoltà di farsi capire da un pubblico sempre più abituato alla spettacolarizzazione. Tremendamente profetico nella sua visione dell’evolversi della TV, il film ricevette ancora più critiche del precedente ma anche forti elogi, che portarono Moretti ad aggiudicarsi il Leone d’Argento a Venezia.

Tra tutti i momenti del film – che segna anche l’inizio della collaborazione con Laura Morante e Remo Remotti (incredibile nella parte di Sigmund Freud) – quello probabilmente più celebre e citato è uno sfogo con cui Apicella rimprovera alla gente comune di parlare continuamente di cose di cui non solo non capisce nulla, ma su cui non è neppure preparata. Uno sfogo che, campionato tra l’altro pure da Caparezza nel brano Cose che non capisco, si conclude con la prima delle molte scene che nel corso della sua filmografia Moretti ha dedicato ai dolci e alla Sachertorte in particolare.

E poi diranno che è un film furbo, banale, scontato, facile. Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! […] Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? […] Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco! Non parlo di cose che non conosco!

 

Va be’, continuiamo così, facciamoci del male!

L’elogio della Sacher Torte in Bianca

E, visto che l’abbiamo introdotta, parliamo della torta Sacher, il dolce che più di tutti Moretti ha eletto a simbolo del proprio cinema, tanto è vero che la sua casa di produzione si chiama Sacher Film e il cinema che possiede a Roma Nuovo Sacher. L’elogio per eccellenza di questo dolce austriaco si ritrova in Bianca, uno dei film più amati e citati di tutta l’opera morettiana, uscito nel 1983. Le solite divagazioni morettiane qui si mescolano infatti ad una trama da film giallo e ad una maggior interazione con altri personaggi, come la stessa Bianca interpretata da Laura Morante, il Siro Siri ritagliato su Remo Remotti, ma anche il vicino di casa interpretato da Vincenzo Salemme, il preside della scuola “Marilyn Monroe” e altri ancora. Michele è in questo caso un professore di matematica solo e solitario, che però inizia una complicata relazione con una collega, mentre attorno a lui una serie di omicidi porta in scena la polizia.

Il tono del film è però ancora quello della commedia, seppure una commedia venata – come in tutti i film di Moretti – di una lancinante tristezza. È diventata epica la scena, da cui abbiamo tratto anche l’immagine che avete visto in apertura d’articolo, di Michele che si alza dal letto in preda alle proprie ossessioni e manie e cerca consolazione in un vaso enorme di Nutella, ma anche altri momenti – come la gita sulle note di Dieci ragazze di Lucio Battisti e Pafff… bum! di Lucio Dalla – sono indimenticabili. Come dicevamo, però, negli annali è finito il dialogo che potete leggere e rivedere qui di seguito.

Lei non faccia il tunnel. Lei mi sta scavando sotto e mi toglie la panna: la castagna, da sola sopra, non ha senso. Il Mont-Blanc non è come un cannolo alla siciliana, che c’è tutto dentro, è come uno zaino, lei se lo porta appresso per un mese e sta sicuro. Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte… […] Cioè, lei praticamente non ha mai assaggiato la Sacher Torte? Va be’, continuiamo così, facciamoci del male!

 

Le parole sono importanti

Michele contro la giornalista in Palombella rossa

L’ultimo film che ha per protagonista Michele Apicella è Palombella rossa, forse il primo veramente politico – anche se la politica è qui ancora mescolata alle idiosincrasie personali – di Nanni Moretti, uscito nel 1989, un anno emblematico per le sorti della sinistra non solo italiana. L’alter ego del regista romano è qui un dirigente del PCI che perde la memoria e si trova a giocare una lunghissima partita di pallanuoto cercando, nel contempo, di ricostruire gli eventi dei giorni precedenti.

Anche in questo caso le scene degne di nota, e di memoria, sono molte: dal rigore finale che Michele tira dopo essersi messo a cantare E ti vengo a cercare di Franco Battiato alla visione di gruppo de Il dottor Zivago in televisione, passando per i ricordi d’infanzia, per l’allenatore Silvio Orlando che urla continuamente di marcare l’ungherese Imre Budavári e per il ruolo di una giovanissima Asia Argento. Per vari motivi, però, la scena che più spesso viene ricordata è quella che potete vedere qui sotto, in cui una giornalista piuttosto mediocre, abituata ad esprimersi per frasi fatte e per inglesismi (trend negativo, solo per fare un esempio), viene sonoramente schiaffeggiata dal protagonista.

Ma come parla? […] Dove le è andate a prendere queste espressioni, dove le è andate a prendere? […] Come parla? Come parla? Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa?

 

Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone

Nanni Moretti fa i conti coi suoi quarant’anni in Caro diario

Concludiamo con Caro diario, film di grande successo sia in Italia che all’estero e il primo ad essere apertamente autobiografico, visto che già dal titolo rende chiaro di voler raccontare le vicissitudini di vita e le esperienze a Roma e fuori di Roma dello stesso Moretti. Il film è diviso in tre capitoli tra loro molto differenti: In Vespa vede il regista peregrinare per le strade estive di una capitale deserta; Isole invece lo vede spostarsi assieme ad un amico tra le Eolie in cerca di un po’ di pace; Medici, infine, racconta la personale odissea per curare un linfoma di Hodgkin.

Proprio nel primo capitolo, che è quello più scanzonato e incantato, Moretti, giunto alla soglia dei quarant’anni, fa anche il punto sulla sua vita e sul suo rapporto con gli altri. Da uno di questi momenti sono tratte la scena e la frase che riportiamo qui di seguito, in cui il suo personaggio si mette a dialogare con un automobilista capitato lì per caso (automobilista che, tra l’altro, è interpretato da Giulio Base, regista e attore che aveva già lavorato con Moretti ne Il portaborse di Daniele Luchetti).

Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza…

 

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