Una delle cose più positive della scuola italiana di oggi, tra tante difficoltà e tanti problemi, è l’attenzione che riserva ai diversi disturbi specifici dell’apprendimento. Pur nella mancanza di fondi e nei tagli pressoché perenni a cui sono sottoposti, gli insegnanti soprattutto più giovani – formati secondo le nuove normative – si sono dimostrati sempre più attenti alle problematiche dei loro studenti e a cercare strumenti compensativi per sopperire ai vari disturbi che possono di volta in volte venire a galla.

La dislessia – forse il più diffuso dei cosiddetti disturbi specifici dell’apprendimento – è in generale la difficoltà a leggere e interpretare il testo scritto, difficoltà che si presenta però in soggetti perfettamente normodotati dal punto di vista cognitivo ed è quindi legata non a pigrizia, stupidità o scarso impegno ma a una problematica neurobiologica. Ciò significa che la dislessia, se mal trattata, può portare l’alunno ad odiare la scuola e a sottovalutarsi, ma se affrontata nel modo giusto può essere in buona parte mitigata negli effetti e può non impedire minimamente al ragazzo di raggiungere obiettivi anche importanti.

Non è un caso che alcuni dei più grandi scienziati della nostra storia fossero dislessici, a dimostrare che quella disabilità può non essere invalidante e anzi uno stimolo in certi casi a cercare di far emergere altre capacità. Dedicheremo quindi nei prossimi mesi una serie di articoli alla questione, presentando di volta in volta celebri attori, artisti, sportivi e politici ai quali la dislessia non ha impedito di raggiungere posizioni di grande rilievo; ma oggi partiamo dagli scienziati, presentando cinque famosi dislessici che hanno rivoluzionato le conoscenze del nostro mondo.

 

Leonardo da Vinci

Il mistero della scrittura speculare

Leonardo da Vinci in un famoso autoritrattoPremessa indispensabile: quando parliamo di personaggi del passato più o meno lontano, è chiaro che non si può parlare con sicurezza di dislessia, sia perché non è ovviamente mai stata fatta una diagnosi da parte di un esperto, sia perché i documenti in nostro possesso sono pochi e raramente decisivi (è impossibile avere idea di come leggesse una persona vissuta centinaia di anni fa, solo per fare un esempio). Ciononostante, spesso si può con ragionevole precisione ipotizzare una dislessia in senso ampio, che può di volta in volta contenere al proprio interno disgrafia, discalculia ed altri disturbi dell’apprendimento.

Questo è più o meno il ragionamento che si è fatto anche con Leonardo da Vinci, forse il più celebre artista e inventore della storia dell’umanità. Com’è noto, i codici di Leonardo infatti rappresentano un unicum molto particolare, essendo stati composti con una grafia speculare, cioè da destra a sinistra e con le parole a loro volta rovesciate; una particolarità che per molto tempo si è ritenuta nient’altro che un espediente per rendere segreti i propri appunti, ma che recentemente – e in particolare da alcuni studi condotti negli anni Novanta – si è ipotizzato dipendesse da una forma di dislessia che rendeva impossibile a Leonardo comporre mentalmente le parole nella forma normale a cui siamo abituati.

Sempre di ipotesi si tratta, ovviamente, ma se la congettura fosse esatta spiegherebbe anche come a volte una dislessia congenita in un individuo geniale possa spingere a trovare soluzioni più ardite, a pensare in maniera diversa, a rompere letteralmente gli schemi.

 

Galileo Galilei

Un problema che diventa opportunità

Galileo GalileiPiù controversa dal punto di vista dell’analisi e della diagnosi a posteriori è la figura di Galileo Galilei, altro scienziato fondamentale della storia italiana ed europea. Controversa perché in realtà i documenti scritti di proprio pugno dallo scienziato pisano sono intanto scritti alla maniera tradizionale, da sinistra a destra, ma poi fluidi, sicuri, in un elegante e bello stile tipico dell’epoca, una grafia che risulta comprensibile senza particolari difficoltà ancora oggi.

Ciononostante, le cronache ci raccontano di un Galilei particolarmente demotivato nell’apprendimento nella prima parte della sua vita e in difficoltà con le istituzioni scolastiche – ovviamente clericali – dell’epoca, tanto che solo in età quasi universitaria trovò nella matematica prima e nella fisica poi uno stimolo all’approfondimento intellettuale. Non è un caso che Galileo abbia tradito le speranze paterne, che lo volevano medico, per intraprendere gli studi che lo portarono alle sue fondamentali scoperte di cui tra l’altro abbiamo parlato pure noi qui.

Allo scienziato è stato quindi intitolato – a Nizza Monferrato, in Piemonte – il Centro Galileo Galilei per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, uno dei principali centri privati specializzati in dislessia, disgrafia, discalculia e disortografia, mentre spesso nella libellistica per le famiglie in cui i figli vengono trovati affetti da queste disabilità ricorre una frase del pisano che è diventata in un certo senso uno dei più noti motti contro la dislessia: «Dietro ogni problema c’è un’opportunità».

 

Nikola Tesla

Dislessico ed eccentrico

Nikola TeslaSpostiamoci ora a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, un periodo particolarmente florido per la scienza, denso di nuove scoperte, innovazioni e invenzioni; un periodo sul quale, pur non disponendo di diagnosi di specialisti, abbiamo quantomeno pagelle scolastiche e resoconti piuttosto precisi dei progressi educativi. E tra gli studiosi che portarono avanti quella che è stata definita una vera e propria nuova rivoluzione scientifica un posto di riguardo lo merita, per eccentricità e scoperte, il serbo naturalizzato americano Nikola Tesla, la cui dislessia è stata sostenuta da vari studiosi, da Henry Tobias a Joseph Giovannoli.

Potremmo dire, però, che probabilmente la dislessia era l’ultimo dei problemi di Tesla: geniale e maniacale, fu responsabile di alcuni dei più importanti studi sull’elettricità ma contemporaneamente di alcune ipotesi talmente strampalate da essere considerato nell’ultima parte della sua vita un pazzo e un visionario. Completamente incapace di gestire il denaro che derivava dai vari brevetti, fu preda per tutta la vita di ossessioni (per i piccioni, che spesso portava nella sua camera d’albergo e dei quali piangeva la morte ponendosi domande quasi teologiche, ma anche per i numeri e per l’igiene) e esaltatore della castità sessuale e perfino dell’eugenetica – in anticipo per la verità rispetto alle derive naziste.

Tornando sulla dislessia, fu uno studente geniale e scostante, com’è a volte tipico dei ragazzi soggetti a questo disturbo: non riuscì infatti mai a completare l’università a Graz e anche una successiva iscrizione a Praga non diede i frutti sperati; d’altro canto, leggeva avidamente una grande messe di libri e anzi, forse proprio per ovviare alle difficoltà di lettura, finiva spesso per impararli a memoria grazie a superiori capacità mnemoniche.

 

Guglielmo Marconi

I problemi in recitazione

Guglielmo MarconiPrecisiamo: non si pensi che la dislessia sia una caratteristica prettamente italiana, visto che in questa cinquina figurano tre nostri compatrioti. Anzi, i primi studi compiuti in ambito anglosassone lasciavano pensare che proprio la lingua inglese costituisse un problema aggiuntivo in disturbi di questo tipo, a causa anche della scarsa corrispondenza tra pronuncia e scrittura dei vari fonemi, tanto che, con cifre in realtà approssimative, si ipotizzava un’incidenza attorno al 15% della dislessia sul totale degli studenti di madrelingua inglese.

Ciononostante, proseguiamo la nostra lista introducendo Guglielmo Marconi, che tra l’altro fu protagonista anche di uno scontro proprio con Tesla riguardo alla paternità dell’invenzione della radio, scontro che finì in varie aule di tribunale per quanto riguarda i brevetti, ma che non è risolvibile dal punto di vista scientifico, visto che probabilmente entrambi gli studiosi arrivarono alle loro scoperte sfruttando tutta una serie di studi precedenti e comunque in maniera tutto sommato autonoma.

Tornando al nostro tema principale, anche Marconi fu sostanzialmente un autodidatta, perseguendo i suoi studi scientifici al di fuori delle istituzioni tradizionali nelle quali non si sentiva affatto a suo agio. Le cronache infatti ci raccontano che al Convitto Cavallero di Firenze dove frequentò i primi anni di scuola non riusciva a recitare le classiche poesie che venivano imparate a memoria, confondendo addirittura “tromba” con “trompa”, quando l’inversione tra “b” e “p” è uno dei chiari indici della dislessia; inoltre una sua pagella del 1887 mostra dei risicati 6 in tutte le materie linguistiche (italiano, francese, inglese, tedesco e latino), un 5 in recitazione e voti più alti solo in storia e geografia, storia naturale e aritmetica, dove arrivava anche al 9. Una pagella che risulta particolarmente significativa soprattutto per il 5 in recitazione e per il 6 in inglese, visto che era figlio di madre irlandese e quindi bilingue.

 

Albert Einstein

Una mente troppo geniale per la scuola tedesca

Albert Einstein, forse il più famoso tra gli scienziati dislessiciConcludiamo con quello che senza ombra di dubbio è stato non solo lo scienziato più celebre e importante del Novecento, ma anche quello che è diventato paradigmatico di come le grandi scoperte spesso siano dissociate dal profitto scolastico. È infatti vulgata popolare piuttosto diffusa che Albert Einstein avesse pessimi voti a scuola; cosa in parte vera, ma non del tutto. Quasi sicuramente, per sua stessa ammissione, era dislessico, o quantomeno presentava dei disturbi specifici dell’apprendimento, tanto è vero che si rese conto solo relativamente tardi dei concetti di spazio e tempo e forse anche per questo poté considerarli con un’ottica nuova, libera da pregiudizi.

A scuola, come detto, aveva un andamento discontinuo: brillante in alcune materie, soprattutto quelle matematiche e scientifiche, viveva di alti e bassi in quelle letterarie, nonostante se la cavasse piuttosto bene in latino. Certo influivano i suoi difetti congeniti, ma soprattutto il continuo spostarsi della famiglia da una città all’altra della Germania e della Svizzera lo rese un ragazzo senza radici; inoltre, in famiglia idolatrava lo zio Jakob, che per primo lo aveva avvicinato allo studio della matematica con uno stile che era però distantissimo dai tradizionali metodi educativi scolastici, votato più al divertimento e alla sfida che non all’impettita didattica teutonica; per questo, nel giovane Einstein la dislessia si legò quasi subito a un disprezzo per l’istruzione preuniversitaria in sé e per sé, ritenuta sostanzialmente una perdita di tempo.

Non è un caso che, giunto ai sedici anni d’età, Einstein abbia tentato di entrare al Politecnico di Zurigo pur non avendo né l’età minima richiesta, né il diploma liceale, e per questo sia stato respinto (oltre che per prove non sufficienti appunto nelle materie letterarie). Ciononostante, dopo aver compiuto una sorta di “anno di studi di riparazione” ad Aarau, riuscì finalmente ad accedere all’università e ad iniziare quegli studi che l’avrebbero portato, neppure trentenne, a rivoluzionare la fisica del suo tempo.

 

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