Cinque scrittori francesi contemporanei che forse non conoscete

I più interessanti scrittori francesi contemporanei

Hugo, Flaubert, Zola, Proust, Balzac… chi non conosce questi grandi della letteratura francese? Certo, magari non per aver letto le loro opere, ma per averli uditi casualmente durante un programma televisivo, oppure per aver visto la targhetta con il loro nome fissata sullo scaffale di una libreria. Dopotutto è inevitabile: si tratta di autori che hanno contribuito a regalare ad una nazione come la Francia un maggior splendore letterario, conservato ad un livello eccellente attraverso parecchi secoli.

Oggi, però, se volessimo intrattenerci con un buon libro scritto da una mano francese, dove dovremmo andare a parare? Di sicuro non troveremo più un romanzo poliedrico come I miserabili, né un’opera schietta come Germinale, ma esistono nuovi autori che, con il loro stile fresco e originale, potrebbero senz’altro soddisfare i nostri gusti, per quanto vari siano.


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Male che vada, l’intramontabile Pennac è sempre un porto sicuro, ma in vetta alle classifiche dell’Esagono spiccano anche altri nomi, sebbene non abbiano raggiunto una fama altrettanto clamorosa nel nostro Paese. Vediamo quindi insieme cinque tra gli scrittori francesi contemporanei più popolari.

 

Fred Vargas

Scrittori non si nasce: lo si diventa

Fred VargasC’è chi si specializza in un ambito particolare, ma riesce comunque a coltivare le proprie passioni. Se poi uno di questi hobby può diventare un secondo lavoro, tanto meglio. È il caso di Fred Vargas, classe 1957, scrittrice dagli anni Novanta, ma ricercatrice archeozoologica al CNRS da una vita. Si firma con uno pseudonimo ambiguo: è infatti piuttosto chiacchierato l’episodio in cui un critico, dopo l’uscita del suo primo romanzo, spese per lei solo begli aggettivi… tutti concordati al maschile.

Nel 1986 esordisce con Le jeux de l’amour et de la mort, romanzo poliziesco che conquista subito il pubblico. Nonostante questo immediato successo, l’autrice è molto autocritica: non si definisce affatto soddisfatta della sua opera, ma ciò non le impedisce di vincere, proprio in quell’anno, il premio del Festival de Cognac. In questo libro non appare tuttavia il commissario Adamsberg, personaggio a cui è molto affezionata e presente in diverse opere.

Per gestire i due lavori, la donna scrive durante le settimane di vacanza, dove può finalmente dare sfogo alle ispirazioni nate al centro di archeozoologia. I suoi romanzi si distinguono per la descrizione psicologica dei personaggi, tanto verosimili che sembrano quasi prendere vita: l’autrice non si limita a presentarli all’interno della vicenda narrata, ma li dota anche di un passato. Non tutti i suoi libri sono stati tradotti in italiano, ma nelle nostre librerie possiamo trovare L’uomo a rovescio e La cavalcata dei morti.

 

Jean-Christophe Grangé

La crudeltà del male in tutte le sue forme

Jean-Christophe GrangéCome Fred Vargas, Jean-Christophe Grangé (1961) abbraccia il genere letterario della suspense più adrenalinica e dei casi irrisolti. Non deve però conciliare due lavori tanto diversi tra loro, dato che la sua professione appartiene sempre all’ambito letterario. Divenuto un reporter dopo aver cominciato la carriera come tipografo, Monsieur Grangé sceglie infine di convertirsi in un giornalista free-lance e afferma che proprio i suoi viaggi sono la maggior fonte di ispirazione per i suoi romanzi.


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Pubblica nel 1994 il suo primo libro, dal titolo Il volo delle cicogne, ma solo nelle opere successive emergerà il suo vero stile. Ne sono la prova La linea nera e Il giuramento. Certo, le dimensioni dei tomi forse non incoraggiano alcun lettore in erba ma, una volta superate le prime pagine, ci si ritroverà a non voler staccare gli occhi dal romanzo senza sapere come va a finire.

La tela intessuta da Grangé è sottile e molto fitta, le vicende sono quasi sempre stravolte da eventi scabrosi, tanto scioccanti da lasciare il lettore senza fiato. L’autore propone come causa di ogni disgrazia il male, quello più oscuro e profondo, covato dal tempo nelle viscere dell’essere umano. Per scoprire quante diverse e improbabili forme esso può assumere, non vi resta che immergervi in Miserere e L’istinto del sangue.

 

Katherine Pancol

La scelta di rappresentare la vita quotidiana in tutte le sue sfaccettature

Katherine Pancol, apprezzata scrittrice franceseNata a Casablanca nel 1954 e trasferitasi in Francia da bambina, Katherine Pancol ha capito fin da subito che si sarebbe dedicata alla letteratura, anche se inizialmente non pensando di divenire una scrittrice. Dopo la laurea, infatti, diventa insegnante di francese e latino, cattedra che poi abbandona per immergersi nel giornalismo. Proprio tra le redazioni del Cosmopolitan e del Paris-Match viene incoraggiata alla scrittura da un editore colpito dal suo talento.

Nel 1979 esce il suo primo romanzo ma, malgrado il successo riscontrato, la Pancol decide di perfezionare il suo stile tra i banchi della Columbia University, dove si tengono corsi di scrittura creativa. Gli anni di studio hanno poi dato i loro frutti: nel 2006 viene pubblicato Gli occhi gialli dei coccodrilli, che si aggiudica il Prix de la Maison de la Presse. Si tratta di un trampolino di lancio verso il riconoscimento internazionale, poiché il libro viene tradotto in diverse lingue e la donna vince a Mosca il premio Miglior Autore 2007.

Come protagonista di questo romanzo sceglie Joséphine, una quarantenne divorziata alle prese con le difficoltà della vita quotidiana. Di eclatante non ha nulla, ma i problemi economici e i litigi con la figlia adolescente permettono al lettore di vedere in lei la vicina di casa, l’amica di famiglia o addirittura di immedesimarsi direttamente nel personaggio. La trilogia prosegue con Il valzer lento delle tartarughe e Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì.

 

Marc Levy

L’abilità di cimentarsi in generi diversi tra loro

Marc LevyMarc Levy (1961) è un altro autore tardivo: prima di abbracciare la scrittura ha lavorato per anni come architetto. Solo nel 2000 viene pubblicato il suo primo romanzo, Se solo fosse vero, da cui nel 2005 è stato tratto l’omonimo film, che in realtà del libro ha ben poco e persino ai protagonisti vengono assegnati nomi diversi. In ogni caso, l’opera fu un successo e venne immediatamente tradotta in più di quaranta lingue.

Nel suo primo romanzo si sviluppa un amore tanto romantico da diventare magico e, del resto, l’ingrediente surrealistico è riproposto in diverse opere: in La prossima volta racconta come l’amore possa superare i confini del tempo, mentre in Sette giorni per l’eternità è in corso una vera e propria lotta tra l’angelo Zofia e il demone Lucas. Inutile dire che questa battaglia tra il bene e il male finirà per avvicinare i due protagonisti in modo indissolubile.

Le storie d’amore percorrono quindi la maggior parte dei suoi romanzi, ma Levy sperimenta anche altri generi. Nel 2007 esce I figli della libertà, in cui si serve delle memorie di suo padre per spiegare come sia sopravvissuto alla crudeltà dei nazisti. Ne Il primo giorno e ne La prima stella della notte, l’astronomo Adrian inseguirà i suoi sogni fino ad essere immerso nei misteri più profondi dell’umanità, mentre nel thriller Più forte della paura il protagonista Andrew si renderà conto di come le sue indagini personali siano state manipolate dai potenti.

 

Amélie Nothomb

La scrittura come via di fuga dai dispiaceri della vita

Amélie NothombLa lingua che usa per scrivere è senza dubbio il francese, ma è in realtà belga. Anzi, ad essere sinceri, ciò che emerge in Amélie Nothomb (1967) è il suo lato multietnico: ha trascorso l’infanzia viaggiando per il mondo in lungo e in largo a causa della professione di ambasciatore del padre. È entrata in contatto con parecchie culture, ma quella a cui si sente più vicina è quella giapponese. Nella sua autobiografia Stupore e tremori afferma infatti di parlare il “franponese”, termine con cui indica la sua perfetta padronanza di entrambe le lingue.

Tuttavia i viaggi non sono riusciti ad alleviare le pene adolescenziali. In Bangladesh la povertà generale la tocca tanto da farla ammalare di anoressia, mentre il ritorno in quella che dovrebbe essere la sua patria la fa sentire ancor di più come un pesce fuor d’acqua. Negli anni Novanta arriva finalmente una consolazione: vengono pubblicati i primi romanzi che le procurano una certa fama, tra cui Igiene dell’assassino (1992).

Il suo malessere interiore comincia quindi a prendere forma in Né di Eva né di Adamo, altro romanzo autobiografico in cui la Nothomb si concentra sul suo amore per il Giappone; ma anche in Acido solforico, in cui l’esperienza del Bangladesh si mescola agli orrori passati della Seconda guerra mondiale per mostrare come la gente al giorno d’oggi sia indifferente alla crudeltà umana.

 

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