Cinque sfide tra Juve e Inter che sono entrate nella storia

Alessandro Del Piero e Ronaldo prima di una gara tra Juventus e Inter una quindicina di anni fa

Lo chiamano il derby d’Italia, secondo una definizione che pare risalire a Gianni Brera e che è mal sopportata dai milanisti, ma al di là dei nomi è indubbio che la sfida tra Juventus e Inter sia una delle più sentite – se non in assoluto la più “calda” – del nostro campionato di calcio.

La rivalità tra i bianconeri e i nerazzurri nasce attorno agli anni ’30, quando la squadra di Torino comincia a proporsi come una delle più solide a livello nazionale (celebri i cinque scudetti consecutivi del “quinquennio d’oro” tra il 1930 e il 1935), intaccando il dominio dell’allora Ambrosiana Inter; ma è soprattutto nel dopoguerra che le due squadre si sono proposte più spesso come le principali antagoniste per la lotta per lo scudetto, complice il fatto che fossero le più titolate e quelle con la tifoseria più ampia.

I periodi di rivalità più accesa sono stati probabilmente due: da un lato gli anni Sessanta, con la Juventus di Sivori che si confrontava con (e cedeva il passo a) l’Inter di Helenio Herrera; dall’altro, gli anni a cavallo tra i Novanta e i Duemila, quando al centro dell’attenzione ci furono le polemiche arbitrali, i calci di rigore dati e non dati, i gol in fuorigioco e lo scandalo di Calciopoli.

Qui a noi non interessa dar ragione all’una o all’altra squadra, né rinverdire le polemiche; ci occupiamo di cose belle, e quindi ci interessano le storie di sport, non le recriminazioni. Per questo cercheremo di raccontare le partite più note di questo scontro badando più ai fatti e alle imprese, alle emozioni e alle delusioni che non alle denunce e alla giustizia sportiva; come risulterà però evidente, un racconto del genere non può esimersi dal citare almeno alcune questioni e alcune polemiche, perché la storia di Juve-Inter è sempre stata legata anche a questo.

 

Inter – Juventus 6-0

4 aprile 1954: la partita che decise lo scudetto

Di partite tirate e per la verità anche bruttine tra Juventus e Internazionale sono pieni gli almanacchi; alcune gare, però, hanno visto prevalere in maniera netta una delle due compagini, a volte anche oltre ogni attesa. Una di queste è la partita che si disputò il 4 aprile 1954 a San Siro, conclusasi con il rotondo risultato di 6-0 per i nerazzurri.

L’abbandono del catenaccio

Partiamo dalle premesse. Nel 1952 l’Inter aveva conquistato il suo primo scudetto dopo 13 anni di astinenza grazie al catenaccio del mister Alfredo Foni, ma nel 1953/54 lo stesso Foni, pressato dalla critica che poco amava una tattica così difensivista, adottò un modulo più spumeggiante, che permetteva ai milanesi di segnare molte più reti (a fine anno furono 67 su 34 partite giocate) ma che contemporaneamente li indeboliva in difesa.

Fin da subito le avversarie per il titolo furono due: da un lato la Juventus di Aldo Olivieri, che anche l’anno prima aveva chiuso al secondo posto, staccata di appena due punti, e dall’altro la sorprendente Fiorentina di Fulvio Bernardini, che agguantò assieme proprio a Juve e Inter il titolo di campione d’inverno e crollò solo nelle ultimissime settimane del torneo.

All’andata a Torino, il 22 novembre, Juve e Inter si erano divise la posta con un bel 2-2; il 4 aprile si incontrarono nuovamente, questa volta a Milano, in una gara che – nonostante mancassero ancora 7 partite alla conclusione del torneo – poteva già essere decisiva (e alla fine lo fu davvero, perché la Juve chiuse il campionato ad un solo punto di distanza dai nerazzurri).

Le doppiette di Skoglund e Brighenti

L’Inter scese in campo con giocatori che oggi sono spesso dimenticati: la punta era lo svedese Lennart Skoglund, autore di una doppietta, ma nella squadra brillavano anche Sergio Brighenti, Osvaldo Fattori e Bruno Mazza; la Juventus invece ruotava in attacco attorno a Giampiero Boniperti e a centrocampo si affidava al talento di Ermes Muccinelli.

La partita fu senza storia: l’Inter passò in vantaggio già al settimo minuto con Skoglund, con la difesa della Juve praticamente ferma a reclamare per un fuorigioco non fischiato (le polemiche, come vedete, cominciavano già allora); poi, al 30′, arrivò il raddoppio in mischia di Gino Armano, mentre il primo tempo si chiuse con l’infortunio di Muccinelli, che frenò ulteriormente le speranze bianconere di una rimonta. Nella seconda frazione, poi, i padroni di casa dilagarono: andarono a segno Brighenti due volte, ancora Skoglund e infine Fulvio Nesti, per la più rotonda vittoria nerazzurra nella storia del derby d’Italia.

 

Juventus – Inter 9-1

10 giugno 1961: la decisione della CAF e la protesta di Moratti e Herrera

Se qualche timida polemica c’era stata nel 1954, la vera rivalità sulla carta stampata e a colpi di ricorsi scoppiò nel 1961, quando Juventus e Inter erano in procinto di diventare delle corazzate che puntavano a dominare non più solo in Italia, ma anche in Europa. È datata infatti 10 giugno 1961 la più celebre partita tra bianconeri e nerazzurri prima di quella giocata sul finire degli anni ’90.

Boniperti, Charles e Sivori contro Helenio Herrera

Anche qui, facciamo prima di tutto il punto della situazione. La Juventus aveva conquistato la sua prima stella con lo scudetto vinto nel 1958, ripetendosi poi anche nel 1960, forte di un attacco stellare che si basava sul veterano Boniperti, sul gallese John Charles e sul fantasioso argentino Omar Sivori; l’Inter, dal canto suo, era dal 1955 nelle mani di Angelo Moratti, che nel 1960 aveva assunto Helenio Herrera, già allenatore del Barcellona e della Nazionale spagnola, anche se la squadra era ancora in piena ricostruzione.

Nel campionato 1960/61 i bianconeri – che avevano cambiato allenatore con l’arrivo dello svedese (ed ex leggenda del Milan) Gunnar Gren – partirono molto male, scendendo fino al sesto posto, mentre in vetta alla classifica si alternarono inizialmente Inter e Roma, con i nerazzurri che conquistarono abbastanza agevolmente il titolo di campioni d’inverno. Nel girone di ritorno, però, le cose cambiarono notevolmente: la Juventus ritrovò finalmente la forma e cominciò la rincorsa alla capolista, che nel frattempo perse punti anche in maniera inaspettata (fu sconfitta perfino dal Lecco e, in casa, dal Padova). Il 16 aprile, alla vigilia di quella Juventus-Inter che si doveva giocare a Torino, i bianconeri erano ormai in testa alla classifica, mentre i nerazzurri erano stati superati anche dal Milan.

La partita di aprile iniziò regolarmente ma non arrivò mai a conclusione: il Comunale era tutto esaurito, ma una quantità consistente di persone era entrata senza biglietto, accalcandosi ai bordi del campo. L’Inter, tra l’altro, cominciò molto bene, minacciando più volte la porta bianconera, e forse proprio questo rese la situazione insostenibile: l’arbitro Gambarotta, preoccupato per una possibile invasione di campo e per l’incolumità sua e dei calciatori, decise di sospendere la partita.

La doppia carica di Umberto Agnelli

Subito l’Inter ottenne il 2-0 a tavolino per responsabilità oggettiva della Juventus, però i bianconeri fecero ricorso alla Commissione d’Appello Federale (la celebre CAF), che decise di ribaltare la decisione e far rigiocare l’incontro. Grandi polemiche si scatenarono, soprattutto per il conflitto d’interessi di Umberto Agnelli, che era all’epoca presidente del club bianconero e contemporaneamente della FIGC.

La partita si disputò così nuovamente il 10 giugno, quando il campionato era ormai concluso e il risultato dello scontro era diventato ininfluente: la Juventus aveva già matematicamente vinto lo scudetto e l’Inter, anche se avesse trionfato a Torino, avrebbe al massimo superato il Milan al secondo posto. Il fatto che rese clamorosa quella partita fu però la forma di protesta messa in campo dai nerazzurri: per rimarcare quella che consideravano una palese ingiustizia, Moratti ed Herrera mandarono in campo la squadra Primavera, che perse per 9-1 (con sei gol di Sivori, che avrebbe poi vinto il Pallone d’Oro). Due curiosità: il gol della bandiera interista fu segnato, su rigore, da Sandro Mazzola, l’unico componente di quella formazione di ragazzini che poi sarebbe passato a vestire la maglia dei “grandi”, diventando una colonna della squadra proprio di Herrera; infine, quella fu l’ultima partita di Boniperti, che si ritirò subito dopo quell’incontro.

 

Inter – Juventus 1-2

29 aprile 1984: il trionfo della Juve di Platini, Boniek, Rossi

Avviciniamoci ai giorni nostri e facciamo un salto agli anni ’80, un’epoca tutto sommato magra di successi per l’Inter (almeno fino alla rinascita di fine decennio) e invece di grande spolvero sulla Juventus, che poteva contare su fuoriclasse del calibro di Michel Platini (nel 1984 capocannoniere del torneo, per la seconda stagione consecutiva, e poi campione d’Europa con la sua Francia), Paolo Rossi, Gaetano Scirea e Giovanni Trapattoni in panchina; la principale rivale dei bianconeri in quelle stagioni era infatti non l’Inter né il Milan, ma la Roma, che visse alcune annate da assoluta protagonista.

L’Inter di Gigi Radice

Ciononostante, l’Inter poteva mettere in campo una formazione di tutto rispetto, che di lì a qualche anno si sarebbe trasformata in una corazzata: in panchina sedeva Luigi Radice, che col suo pressing a tutto campo aveva fatto di nuovo grande il Torino sul finire del decennio precedente e poi aveva brevemente guidato anche il Milan; in campo scendevano campioni come Walter Zenga in porta, Giuseppe Bergomi e Fulvio Collovati in difesa, Salvatore Bagni, Evaristo Beccalossi e il nazionale tedesco Hansi Müller a centrocampo e Alessandro Altobelli e Aldo Serena in attacco.

Le due squadre si incontrarono a Torino il 18 dicembre per la gara d’andata, con la Juventus capace di imporsi con un deciso 2-0. Il 29 aprile fu quindi la volta della sfida di ritorno, questa volta al Meazza, in una sfida che poteva diventare decisiva per le sorti del campionato: la Juventus era infatti scesa a Roma appena due settimane prima per lo scontro diretto contro la più pericolosa delle sue inseguitrici, ed era riuscita a portare a casa lo 0-0; i giallorossi – tra l’altro detentori del titolo e futuri finalisti di Coppa Campioni – rimanevano però a pochissimi punti di distacco e una sconfitta a Milano ne avrebbe riacceso le speranze.

L’Inter si presentò all’incontro in striscia positiva, staccata in campionato solo a causa di un girone d’andata deficitario; tra l’altro, nuova linfa all’ambiente venne data proprio in quei giorni dall’annuncio, fatto dal neopresidente Pellegrini, dell’acquisto di Karl-Heinz Rumenigge, vicecampione del Mondo e stella indiscussa del Bayern Monaco. La Juve, invece, rischiava di essere stanca, perché aveva appena giocato la semifinale di Coppa delle Coppe, eliminando il Manchester United ma perdendo nel contempo Tardelli, sostituito a centrocampo da Cesare Prandelli.

Il primo tempo spettacolare dei bianconeri

A dispetto delle attese, la Juventus giocò però una delle sue migliori partite di sempre al Meazza: già al ventiquattresimo Cabrini segnò con una rasoiata da fuori area, mentre tredici minuti più tardi fu Platini, sfruttando un bell’assist di Boniek e lo smarcamento di Rossi, a siglare il raddoppio su Zenga in uscita. Prima dell’intervallo, però, l’Inter si rifece sotto: su un lungo cross in area bianconera, Gentile ed Altobelli duellarono fisicamente; l’arbitro Agnolin decretò il calcio di rigore per i padroni di casa, che venne realizzato proprio da “Spillo”.

Il secondo tempo vide la Juventus provare a metter dentro il terzo gol nei primi minuti, ma poi spegnersi alla distanza, e l’Inter sfiorare in un paio d’occasioni il pareggio. Ma la gara terminò 2-1, sancendo la vittoria della classifica marcatori per Platini e di fatto chiudendo il campionato, con la Juventus che si sarebbe aggiudicata matematicamente lo scudetto la domenica successiva grazie a un pareggio ad Avellino.

 

Juventus – Inter 1-0

26 aprile 1998: la partita di Mark Iuliano e Ronaldo

Nell’aprile del 1998 andò in scena la più discussa sfida di sempre tra Juventus e Inter, una partita che fece versare litri d’inchiostro sui giornali e animare i tifosi per anni, che provocò addirittura interrogazioni parlamentari, accuse, inchieste e recriminazioni infinite. D’altro canto, mai come sul finire degli anni ’90 Juventus e Inter combattevano davvero, e praticamente senza rivali, per lo scudetto.

Due squadre che dominavano anche in Europa

La Juventus era quella di Marcello Lippi, capace di conquistare due scudetti nei tre precedenti campionati, oltre a una Champions League e altre due finali (una in quella stessa stagione), perse contro Borussia Dortmund e Real Madrid; l’Inter era invece quella di Gigi Simoni e soprattutto di Massimo Moratti, che aveva fatto investimenti importanti per portare i nerazzuri a primeggiare in Italia e in Europa: per la cifra record di 48 miliardi in estate era arrivato il Pallone d’Oro, Ronaldo, ma la squadra si era rinforzata anche con l’acquisto di Diego Pablo Simeone, Benoit Cauet e Francesco Moriero (e non a caso si sarebbe aggiudicata la Coppa Uefa).

Il campionato era stato fin da subito molto equilibrato: già alla terza giornata l’Inter aveva cercato la fuga, portandosi in vetta alla graduatoria e mantenendo il primato fino a metà gennaio, quando una sconfitta casalinga col Bari le fece perdere la posizione a favore di una Juventus corsara a Bologna. Ad aprile, comunque, quando l’Inter si presentò a Torino mancavano solo quattro giornate alla fine e il vantaggio dei bianconeri era di un solo punto: un’eventuale vittoria dei nerazzurri avrebbe significato una mazzata incredibile per i padroni di casa.

La Juventus scese in campo con la sua formazione migliore, cioè Peruzzi, Torricelli, Montero, Iuliano, Pessotto, Davids, Deschamps, Di Livio, Zidane, Del Piero e Inzaghi (più Conte subentrato dalla panchina); l’Inter rispose con Pagliuca, Fresi, Colonnese, West, Zanetti, Moriero, Winter, Cauet, Simeone, Djorkaeff e Ronaldo (più Zamorano dalla panchina).

Il discusso arbitraggio di Ceccarini

La partita era arbitrata da Piero Ceccarini, un internazionale molto stimato, e sulle prime scivolò via abbastanza liscia: un Del Piero quell’anno in grandissima forma siglò l’1-0 già nel primo tempo, sfruttando una serie di indecisioni difensive, e nel primo tempo l’attacco dell’Inter sembrò abbastanza inconcludente. Fu per questo che, nella seconda frazione, Simoni decise di mandare in campo Zamorano, a quel tempo un panchinaro di lusso per i milanesi, capace spesso di risolvere le partite subentrando a partita in corso. Proprio su un suo inserimento in area la palla schizzò dalle parti di Ronaldo, che si avventò prontamente su di essa, precedendo il difensore juventino Iuliano, che fece però uno strano movimento a metà via tra l’ostruzione e il blocco, quasi da giocatore di pallacanestro, finendo per atterrare il fuoriclasse brasiliano.

Gli interisti reclamarono subito a gran voce il rigore, ma Ceccarini lasciò giocare; la palla fu spazzata via e nel giro di pochi secondi arrivò dall’altra parte del campo, dove Del Piero riuscì a portarla nell’area nerazzurra e fu atterrato in maniera scomposta da Taribo West. In questo caso l’arbitro non ebbe esitazioni a fischiare il rigore, provocando ancora più irritazione nella compagine nerazzurra, con Simoni scatenato e i giocatori in subbuglio. Del Piero poi sbagliò il rigore, tirandolo sulle gambe di Pagliuca, ma la partita si concluse sull’1-0, chiudendo di fatto il discorso sull’assegnazione dello scudetto.

 

Juventus – Inter 0-1 dts

20 agosto 2005: la nascita della prima Inter di Mancini

L’Inter di Moratti e Simoni raccolse molto meno, probabilmente, di quanto avrebbe meritato, soprattutto guardando allo sforzo economico che la dirigenza fece in quegli anni; i successi però sarebbero arrivati qualche anno dopo, e il punto di svolta forse fu non tanto Calciopoli, che di sicuro fece partire un predominio incontrastato dei nerazzurri durato svariati anni, ma il 2005, anno in cui la Beneamata vinse la Coppa Italia (il primo trofeo dopo quella Coppa Uefa del ’98) e si aggiudicò la Supercoppa Italiana, preludio al terzo posto che si sarebbe tramutato in scudetto dopo la squalifica di Juventus e Milan.

I nuovi nerazzurri

Artefice della rinascita, oltre che Moratti, fu il nuovo allenatore, Roberto Mancini, oggi di nuovo sulla panchina nerazzurra dopo una pausa di sei anni; arrivato proprio nella stagione 2004/05 dopo l’esperienza alla Lazio, Mancini aveva portato con sé i giocatori Favalli e Mihajlovic, oltre ad aver ottenuto l’acquisto di Verón, Cambiasso, Davids, Ze Maria e Burdisso, spesso a prezzi molto contenuti o a parametro zero. In quell’anno la squadra non riuscì però ad andare oltre il terzo posto in campionato a causa soprattutto di una serie infinita di pareggi.

La Juventus, dal canto suo, aveva appena assunto Fabio Capello dopo l’addio di Marcello Lippi, passato alla Nazionale con la quale si sarebbe laureato Campione del Mondo, e aveva acquistato Emerson, Zebina e soprattutto Cannavaro (proprio dall’Inter, dove non aveva impressionato) e Ibrahimovic, futura stella non solo del campionato italiano. La squadra, una corazzata in Italia – mentre in Europa uscì ai quarti di finale di Champions per mano del Liverpool, futuro vincitore della competizione – si aggiudicò abbastanza agilmente lo scudetto davanti al Milan, scudetto però poi revocato a causa di Calciopoli.

Nell’agosto del 2005 le due squadre si affrontarono quindi al Delle Alpi di Torino per assegnare la Supercoppa italiana. La Juve, con Buffon e Thuram indisponibili, schierava Chimenti, Zebina, Kovac, Cannavaro, Zambrotta, Camoranesi, Vieira, Emerson, Nedved, Ibrahimovic e Trezeguet, con Del Piero subentrato dalla panchina; l’Inter invece rispondeva con Toldo, Zanetti, Cordoba, Materazzi, Favalli, Ze Maria, Verón, Cambiasso, Stankovic, Adriano e Martins, con Samuel e Pizarro pronti a entrare a partita in corso.

I gol annullati

La partita fu molto tirata, e giocata soprattutto sugli errori (anche arbitrali). Già al quarto minuto venne annullato per fuorigioco un gol ad Adriano, mentre al quarantatreesimo fu Trezeguet ad andare a segno, ma la sua rete venne anch’essa annullata per un fuorigioco questa volta inesistente. Nel secondo tempo la Juve aumentò quindi la pressione, sfiorando il vantaggio prima con Ibrahimovic e poi con Vieira, il cui tiro si abbatté sul legno a Toldo battuto.

Si andò quindi ai supplementari e quasi subito fu la classe di Juan Sebastián Verón – appena acquistato dal Chelsea dopo tre stagioni di luci (poche) e ombre (molte) in Inghilterra – a decidere l’incontro, con un tiro piazzato che non lasciò scampo a Chimenti. Nonostante la ridda di cambi, il risultato non mutò e l’Inter espugnò il Delle Alpi, conquistando il trofeo che, assieme alla Coppa Italia, avrebbe aperto il periodo d’oro nerazzurro.

 

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