Cinque significati dell’amore nel pensiero platonico

Il simposio di Platone in un dipinto di Anselm Feuerbach

Oggi, nel linguaggio comune, quando parliamo di amore platonico intendiamo qualcosa che è solo parzialmente legato al pensiero del celebre filosofo greco, ovvero un amore ideale, totalmente privo della componente fisica, materiale, sessuale. È, come probabilmente già saprete, quell’amore puro ed elevato che consiste nell’attrazione delle anime più che dei corpi e che sostanzialmente non viene mai consumato.

Platone di un amore di questo genere aveva ovviamente parlato, ma la sua riflessione è più ampia e frastagliata di quanto possa sembrare a prima vista. Certo, la sua filosofia è, a ben guardare, tutta un inno ad un amore staccato dalla materialità, all’amore per le idee più che per i corpi, influenzata com’era dal pensiero pitagorico e dalla sua svalutazione della materia, ma nondimeno non arrivava agli eccessi del proibire completamente la sessualità; nella Repubblica, anzi, il pensatore spiegava abbastanza nel dettaglio come andavano concepiti i figli per il bene dello Stato.

C’è, in particolare, un dialogo tra i tanti scritti dal filosofo ateniese che però più degli altri affronta di petto il problema: è il Simposio (a volte tradotto anche col titolo di Convivio), uno degli scritti più noti e più letti dell’allievo di Socrate, in cui si immagina che alcune menti eccellenti della Atene del tempo si trovassero ad un banchetto per discutere appunto sull’amore, passandosi la parola e presentando uno per volta la propria visione.

Da quelle pagine emergeva chiaramente il pensiero di Platone – affidato come sempre alla bocca del fido Socrate – ma venivano presentate anche le visioni più comuni sul tema, tramite altri personaggi tra i quali spiccava pure Aristofane, il noto commediografo che, ne Le nuvole, non aveva mancato di attaccare proprio Socrate. Vediamo allora quali sono i principali significati dell’amore che emergono in quello scritto, spiegandoli uno ad uno.

 

L’amore secondo Fedro

Quando l’amante è superiore all’amato

Alcesti e Admeto in un affresco di PompeiAl banchetto di cui parla Platone, il primo a prendere la parola è Fedro, che sappiamo essere un esperto di retorica e figlio di Pitocle. Egli cerca, nel parlare di Eros e quindi dell’amore, di ricollegarsi alla tradizione: cita Esiodo (e la sua Teogonia) e Acusilao, sottolineando come Eros sia il più antico di tutti gli dei.

Proprio per questa sua ancestrale forza, l’amore è un sentimento che spinge le persone a migliorarsi, a gareggiare in un certo senso con l’amato per perfezionare il proprio coraggio, la propria nobiltà d’animo, il proprio valore; e non è un caso – sostiene ancora Fedro – che gli eserciti che sono tenuti insieme dall’amore siano sostanzialmente imbattibili.

Gli esempi positivi, in questo senso, sono molti: si va da Alcesti, la figlia del re di Iolco, che riuscì ad amare il proprio Admeto più di quanto facessero i suoi genitori, ad Achille, che fu onorato dagli dei per la sua scelta di proteggere e vendicare fino alla morte il suo amante Patroclo.

Quindi, in un rapporto di coppia, ad essere superiore non è tanto chi è amato, che solitamente viene considerato impassibile e quindi più felice, ma l’amante, chi ama, che è disposto a sacrificarsi pur di difendere la persona amata.

 

Pausania e l’amore omofilo

L’attrazione celeste e quella volgare

Achille e Patroclo, l'amore omosessuale più celebre dell'antichitàPausania, amante di Agatone, è il secondo a parlare ed il primo a tirare in ballo due tipi di amore: come esistono due Afroditi, infatti, esistono anche due generi d’amore. Per quanto riguarda le divinità, sono conosciute una Afrodite Urania, figlia di Urano e quindi “celeste”, e una Afrodite Pandèmia, figlia di Zeus e Dione e quindi “volgare”.

L’amore volgare, infatti, si rivolge più ai corpi che alle anime e in particolare, secondo Pausania, alle donne e ai fanciulli imberbi, che sono più facilmente plagiabili; l’amore celeste, al contrario, trascende dalla corporeità e si rivolge a cose più nobili come la virtù.

La parte più interessante, almeno agli occhi dei moderni, del discorso di Pausania riguarda però l’amore omosessuale. L’oratore si lancia infatti in un’analisi di come questo sia accettato, e secondo quali modalità, nelle varie regioni della Grecia, sottolineando che solo i barbari lo trovano disprezzabile; l’atteggiamento più comune, invece, tra i civilizzati è quello di non ritenerlo vergognoso, anche se è vero che ad Atene esso è considerato lecito in privato, ma riprovevole in pubblico.

In ogni caso, l’amore per lo spirito di una persona è superiore a quello per il corpo: perché la bellezza del corpo è destinata a svanire col tempo, mentre la bellezza dello spirito rimane, rendendo più saldo anche l’amore che aveva generato.

 

Il mito degli androgini

Aristofane e l’amore come completamento

Una rappresentazione dell'androginoForse il brano più celebre di tutto il Simposio non è però affidato né a Fedro o Pausania, né, per una volta, a Socrate, che è il personaggio depositario del vero credo di Platone, quanto ad Aristofane, commediografo che chi ha studiato greco conosce fin troppo bene. Egli prende la parola in realtà dopo Erissimaco, il medico che ha avuto l’idea del tema della discussione, che l’aveva sostituito visto che il drammaturgo era stato improvvisamente preso da singhiozzo.

Quando è il suo turno, dunque, Aristofane sceglie di esprimere la sua opinione sull’amore attraverso un mito, che è noto come mito dell’androgino. Egli racconta che nell’antichità, oltre al maschio e alla femmina, esisteva anche un terzo genere, quello dell’androgino, nel cui corpo convivevano apparato maschile e femminile; in ogni caso, tutti e tre i generi avevano un corpo “doppio”, formato cioè da due teste, quattro braccia, quattro gambe e così via.

Questi esseri “doppi” oltraggiarono gli dei e per questo Zeus decise di punirli, colpendoli con delle saette che separarono le due parti del loro corpo, indebolendoli. Così dal maschio duplice nacquero due maschi come li conosciamo oggi, dalla femmina duplice due femmine e dall’androgino un maschio e una femmina. Questa separazione però portò anche il desiderio di riunirsi, tanto è vero che i corpi generati dalla separazione finivano per stringersi alla loro precedente metà, dimenticando tutto il resto e morendo di fame.

Per questo, Zeus mandò sulla Terra Eros, col compito di spingere i corpi ad unirsi sessualmente, in modo che potessero tornare a sentire l’unità perduta e così ricominciare anche a occuparsi delle faccende quotidiane. La ricerca della metà mancante (che sia dello stesso sesso o di sesso opposto) è perciò chiamata amore e – ed è importante notarlo – è un amore non necessariamente procreativo, ma che trova proprio in questo senso di unione (con la propria “dolce metà”) la sua ragion d’essere.

 

Eros, figlio di Penia e Poros

Il mito di Diotima e Socrate

Statua di Socrate con Apollo Licio alle spalleAlla fine del giro finalmente arriva il turno di Socrate, che ha modo di tirare in un certo senso le somme di quanto emerso fino ad allora e di esporre il suo punto di vista, prevenendo in questo modo anche tutte le possibili critiche alla sua analisi.

Subito egli spiega come le argomentazioni precedenti alla sua siano, in fondo, animate da una certa retorica e quindi figlie di un’ottica sofistica; lui, al contrario, intende dire la verità, che non è legata a una visione così “edulcorata” di Eros come quella invece emersa fino a quel momento. A questo proposito riporta la concezione di Diotima, una sacerdotessa di cui egli stesso si definisce allievo per quanto riguarda la concezione dell’amore.

Diotima afferma che Eros non è bello né buono, come vorrebbe certa retorica, ma un dèmone che si trova a metà strada tra il bello e il brutto, tra il buono e il cattivo. D’altronde, è stato concepito da Penia Poros, rappresentanti rispettivamente della povertà e dell’espediente: è perciò un essere che ha in sé caratteristiche umane e divine, positive e negative allo stesso tempo. Il dio dell’amore, quindi, non è solo qualcosa di bello, come solitamente si crede.

Eros pertanto non è bello ma cerca la bellezza, non è sapiente ma cerca la sapienza: è l’amante, non l’amato. L’amore, quindi, è sentire la mancanza di qualcosa e il cercare di colmare questa mancanza; e può essere innescato sì dalla bellezza di un corpo, che porta all’unione con la donna e alla nascita di una discendenza, ma anche e soprattutto dalla comunanza con un’anima bella, una comunanza ancora più profonda di quella che si può avere coi figli. In questo senso Eros è il vero emblema della filosofia, che è sempre un atto d’amore, cioè la ricerca di quella sapienza che – socraticamente – non si ha.

 

Il rapporto tra Socrate e Alcibiade

Il condottiero rende omaggio al maestro

Alcibiade e Socrate di François-André VincentConcludiamo con l’intervento di Alcibiade, uno che al banchetto non era invitato e che vi irrompe all’improvviso, mezzo ubriaco, portando anche un certo scompiglio nell’ordinato susseguirsi di opinioni. Il suo, però, non è un intervento avulso al tema della discussione, come si capirà subito, allorché il comandante militare tesse un elogio di Socrate.

In gioventù, infatti, quello che adesso è uno degli uomini più importanti di Atene fu innamorato di Socrate e a lui si concesse, com’era d’uso per un allievo che voleva imparare dal maestro; il filosofo però lo rifiutò, non essendo minimamente interessato alla bellezza corporea e alla carne ma ad un altro tipo di bellezza, quella dell’anima.

Socrate, infatti, secondo Alcibiade era desideroso di contemplare la bellezza divina, che poteva essere raggiunta solo con l’esercizio della ragione. Per questo non difettava di nessuna virtù: e viene non a caso riportato con commozione come i due – fatto su cui gli storici sono in realtà ampiamente discordi – avessero combattuto assieme in varie battaglie e di come Socrate si fosse prodigato sia per salvare la vita ad Alcibiade, sia perché poi fossero riconosciuti a lui e non a sé gli onori militari.

In questo elogio, l’intento di Platone è probabilmente duplice: da un lato, vuole fornire un esempio pratico di quel tipo d’amore che Socrate aveva appena esposto; dall’altro, vuole elogiare quello che fu il suo maestro e soprattutto difenderlo – postumamente – dagli attacchi a cui era stato sottoposto durante il processo che si era concluso con la sua morte, attacchi che secondo alcuni furono motivati proprio dalla sua vicinanza a Crizia e Alcibiade, ritenuti suoi allievi ma disprezzati dal popolo per le loro malefatte politiche.

 

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