Cinque sitcom inglesi divertenti

The IT Crowd è sicuramente una delle sitcom inglesi più divertenti

Lo stereotipo sugli inglesi è quello di un popolo amante delle tradizioni, educato, con pessimi gusti gastronomici ma anche con una predilezione per il macabro mascherato dietro ad abitudini e costumi altamente dignitosi (basti pensare ad Agatha Christie e Alfred Hitchcock, giusto per citare i maestri del genere); ma, soprattutto, nel nostro immaginario gli inglesi sono dotati, tutti e invariabilmente, di un grande sense of humour, di un particolare umorismo che mescola cioè senso dell’assurdo e una punta di sagace comicità nera.

Ma come è stato trasportato questo umorismo nelle serie televisive? O, meglio ancora, quali sono le più divertenti sitcom inglesi mai prodotte? Ne abbiamo selezionate cinque, spaziando dagli anni ’70 ai giorni nostri, scegliendo quelle che ci sembrano essere le più amate e rappresentative.

 

Fawlty Towers

John Cleese dai Monty Python alla sitcom

Ormai quasi quindici anni fa, nel 2000, il British Film Institute ha stilato una classifica dei 100 programmi televisivi britannici migliori di sempre, e al primo posto assoluto figurava Fawlty Towers, la sitcom con la quale, cronologicamente, abbiamo deciso di aprire la nostra cinquina.

Un onore raro, se si pensa anche che la serie è composta in tutto da appena dodici episodi da circa 30 minuti l’uno, pochissimi rispetto agli standard dei telefilm attuali.

I motivi di un così clamoroso successo di critica sono molti: in primo luogo la sceneggiatura, che ha in un certo senso stabilito gli standard della moderna sitcom presentando una famiglia disfunzionale che avrebbe poi influenzato, a detta degli stessi autori, anche molte serie americane a partire da Cin cin; in secondo luogo, la presenza di John Cleese, appena uscito dai fasti del Monty Python’s Flying Circus (trasmesso fino al 1974, un anno prima del lancio di Fawlty Towers) e creatore e protagonista della serie assieme all’allora moglie Connie Booth; infine, quel senso dell’assurdo tipico dei Monty Python che viene qui per una volta applicato a un format più tradizionale come quello della serie TV, con esiti travolgenti anche se non sempre facili da digerire al primo impatto (non a caso, le recensioni del primo episodio, nel ’75, furono tremende, ma poi cambiarono completamente con la fine della prima stagione).

Trasmessa dalla BBC in due annate (sei episodi proprio nel 1975 e altri sei quattro anni dopo, nel 1979, quando Cleese e la Booth avevano tra l’altro già divorziato), la serie è arrivata anche in Italia – con colpevole ritardo – nel 2007 grazie al canale satellitare Jimmy; personaggi principali erano l’albergatore Basil Fawlty e sua moglie Sybil, sempre impegnati il primo a tentare di migliorare il proprio hotel e il proprio status sociale e la seconda a sistemare i guai provocati dal marito.

 

Only Fools and Horses

Sbarcare il lunario alla maniera degli inglesi

Perché solo gli scemi e i cavalli lavorano per guadagnarsi da vivere? è un vecchio modo di dire anglosassone che, pare, origina da alcuni spettacoli di vaudeville del diciannovesimo secolo, ma è una frase oggi nota in Gran Bretagna soprattutto per la serie che ha usato una parte del motto come titolo per sette premiatissime stagioni andate in onda dal 1981 al 1991 sulla BBC: Only Fools and Horses è infatti la sitcom di maggior successo della storia della TV inglese, capace di portare a casa BAFTA, National Television Awards, Royal Television Society e anche di far registrare ben 24 milioni di telespettatori per un episodio speciale natalizio andato in onda nel 1996.

Creata e scritta esclusivamente da John Sullivan, scomparso qualche anno fa dopo aver dato vita a decine di sitcom per la TV britannica, è una serie incentrata principalmente su due fratelli, l’intraprendente ma spiantato Del Boy e il suo più giovane fratello Rodney, che si trovano loro malgrado a convivere, nella zona sud di Londra, prima con l’anziano nonno e poi (dopo la morte improvvisa di quest’ultimo attore) con un altrettanto anziano zio, cercando costantemente di sbarcare il lunario con imprese assurde da affaristi di quart’ordine e situazioni degne del miglior humour britannico.

Partita anch’essa in sordina, con ascolti che avevano rischiato di farla chiudere dopo pochi episodi, la serie è entrata per la prima volta nella top ten dei programmi più visti del Regno Unito nel 1986, diventando nel giro di poco tempo un fenomeno di costume talmente ampio che alcune espressioni dei personaggi sono entrate nel linguaggio comune (e nell’Oxford English Dictionary), oltre ad esser stato aperto un museo dedicato alla serie.

 

Blackadder

Rowan Atkinson prima di diventare Mr. Bean

Dalle nostre parti, Rowan Atkinson è noto soprattutto per il personaggio di Mr. Bean, da lui magistralmente interpretato prima in una serie di sketch televisivi trasmessi per cinque anni dalla TV britannica e poi pure al cinema; ma prima che lo strampalato e inetto personaggio lo portasse alla fama mondiale, Atkinson era noto in patria per un altro personaggio, quello di Blackadder, cinico protagonista di alcune serie TV comiche di ambientazione storica.

Nel 1983 la BBC, infatti, varò un nuovo serial creato e scritto a quattro mani proprio da Atkinson, all’epoca un promettente cabarettista, e da Richard Curtis, sceneggiatore non ancora trentenne che avrebbe poi continuato a lavorare a lungo con l’attore, prima di mettersi a scrivere copioni per il cinema (suoi, solo per citare i più noti, Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones): protagonista di questa serie, originariamente ambientata nell’Inghilterra tardomedievale, era il principe Blackadder che, grazie al prezioso aiuto del suo astuto servo Baldrick, cercava di sopravvivere tra conflitti e pestilenze.

La serie, dissacrante e “cattiva”, ebbe un enorme successo, che spinse la rete a produrne una seconda stagione nel 1986 (ambientata al tempo di Elisabetta I), una terza nel 1987 (al tempo delle guerre napoleoniche, con, nel cast, anche quel Hugh Laurie che vent’anni più tardi avrebbe sfondato con il personaggio del Dr. House) e una quarta nel 1989, ambientata durante la Prima guerra mondiale. In Italia la si è vista qualche anno fa sottotitolata su Paramount Comedy e Jimmy.

 

The Office

La serie che ha lanciato Ricky Gervais e Martin Freeman

Su The Office, la serie che ha lanciato Ricky Gervais (e Martin Freeman, l’interprete di Sherlock e Lo Hobbit) nell’olimpo dei grandi qualcosa abbiamo già scritto quando abbiamo presentato le sitcom straniere più divertenti e contemporaneamente più maltrattate dalla TV italiana; ma ora vale la pena forse di approfondire un po’ la questione e la sua storia, soffermandoci in particolare sull’originale versione britannica.

Creato, scritto e diretto a quattro mani da Gervais e Stephen Merchant, suo storico collaboratore, il programma ha fatto la sua comparsa su BBC Two nel 2001, presentandosi come un mockumentary, cioè un finto documentario sulla vita all’interno di una impresa che produce carta: Gervais interpreta il manager David Brent, un tizio che ha un’alta opinione di sé, credendosi simpatico, corretto e un grande leader ma che in realtà è inetto in tutto ciò che fa, dall’approcciarsi alle donne fino al guidare i suoi collaboratori; dal carattere più solare è invece Tim (interpretato da Martin Freeman), che però non riesce a dare una svolta né alla propria vita, né al rapporto sempre sospeso e mai dichiarato con la receptionist Dawn; completa il quadro, almeno tra i personaggi principali, il compagno di scrivania di Tim, Gareth (Mackenzie Crook), una specie di copia in piccolo di David, con però un’insana passione per le armi e per l’esercito. In Italia le due serie sono state trasmesse prima da Jimmy e poi, in chiaro, da MTV.

 

The IT Crowd

I nerd prima di The Big Bang Theory

Concludiamo con un’altra serie che in Italia non ha avuto, purtroppo, molta fortuna a livello di programmazione, anche se ha saputo conquistarsi una nicchia di fedeli appassionati: The IT Crowd, comparsa per la prima volta sugli schermi britannici nel 2006, è infatti stata trasmessa per intero da Steel nel 2010, con l’unica eccezione dell’episodio speciale conclusivo trasmesso in Gran Bretagna lo scorso settembre.

I protagonisti della serie, carica – come tutte in questa cinquina – di un gusto dell’assurdo tutto british, sono tre, uno più strampalato dell’altro: Roy (interpretato da Chris O’Dowd) è un tecnico irlandese che disprezza chiunque chiami il suo reparto per chiedere un supporto informatico; Maurice (interpretato da Richard Ayoade) è invece un disadattato genio dei computer, che però non sembra capire quasi nulla di tutto quello che avviene al di fuori di un sistema operativo; Jen (Katherine Parkinson), infine, è l’unica persona apparentemente normale, che viene suo malgrado messa a dirigere la sezione.

Le interazioni tra i tre, e quelle coi loro datori di lavoro (che li disprezzano), generano effetti comici imprevisti, dove l’estetica nerd si confronta coi ritmi comici inglesi, in una sorta di antesignano di The Big Bang Theory, con meno fisica ma con più gusto del non-sense.

La serie è stata creata e scritta da Graham Linehan, uno sceneggiatore irlandese che all’epoca aveva già creato altre due serie comiche di buon successo, Father Ted (sitcom incentrata su tre preti cattolici messi forzatamente a riposo per vari problemi di alcol o irregolarità finanziarie) e Black Books (il cui protagonista è ancora una volta un irlandese, proprietario di una libreria a Bloomsbury).

 

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