Il cinema horror si nutre di archetipi. La paura, intesa come sentimento atavico, di archetipi ne genera parecchi e infatti l’horror, come genere, si dirama in una serie di sottogeneri che, a seconda delle mode del momento, hanno più o meno successo. E dominano il mercato fino a che il vento a loro favore non si sopisce per lasciar posto a nuove correnti o ai classici ritorni storici.

Abbiamo vissuto questo tipo di esperienza molto spesso, senza rendercene realmente conto, prima con la moda dei serial killer negli slasher adolescenziali, poi con quella dei vampiri, poi col torture porn per passare ai film sulle possessioni o sulle case infestate.


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Parlando di case infestate, forse sono loro il vero trend mai a rischio di esaurimento nel cinema di genere. Perché l’infestazione, la maggior parte delle volte, presuppone la presenza della figura del fantasma. Ovvero l’archetipo che allo stesso tempo affascina e spaventa, complici la paura della morte, il dubbio su quel che vi troveremo dopo, il senso di smarrimento che provoca l’idea di non aver pace proprio quando la pace è l’unica grande promessa che a cui aggrapparsi per superare il terrore della fine.

Tutto dipende dal tipo di fantasma

In un certo senso il fantasma ci tranquillizza e incute timore, tutto dipende (ovviamente) dal tipo di fantasma. Ad esempio, in un film come Ghost non ci fa paura mentre in un classico come The Haunting sì.

Ed ecco quindi che è stato sfruttando i fantasmi che il cinema horror è riuscito a produrre alcuni tra i film più terrificanti della sua storia. Per questo motivo oggi vi parlerò di cinque spaventosi film di fantasmi, alcuni famosi, altri un po’ meno, ma che secondo me non dovreste lasciarvi scappare se siete amanti del genere.

 

The Others

Un classico degli inizi del 2000

The Others, scritto e diretto dallo spagnolo Alejandro Amenábar, opera a livello internazionale (metà europea, metà statunitense), è forse uno di quei rari casi in cui un film degli inizi degli anni 2000 è assurto al rango di “classico” al pari di talune pellicole ben più vecchie. Forse tutta l’importanza data a questo film è dovuta alla ventata di freschezza che aveva apportato al genere pur essendo un lavoro formalmente per nulla innovativo, dall’estetica retrò e dal meccanismo collaudato.

Ancora di più, The Others è un’opera capace di far paura senza per questo indulgere nel classici trucchetti di genere, quei balzi sulla sedia (jump scare) che al giorno d’oggi forniscono l’ossatura di qualunque film horror di mediocre fattura. The Others invece sublima il terrore, sfrutta la paura attraverso una costruzione delle scene praticamente perfetta e non lascia scampo allo spettatore.

A Jersey, un’isola fra le coste inglesi e francesi, la vedova Grace si trasferisce in una villa vittoriana insieme ai figli Anne e Nicholas. In loro compagnia ci sono tre domestici: la vecchia governante Bertha Mills, l’anziano giardiniere Edmund Tuttle e la giovane cameriera muta Lydia.

Una vita immersa nell’oscurità

La vita per Grace però non è facile: i suoi due figli soffrono di xeroderma pigmentoso, una rara malattia che non permette loro di esporsi alla luce del sole. L’esistenza di questa piccola famiglia è quindi immersa nell’oscurità. Peccato che la casa in cui sono andati a vivere sembri non ospitare solo loro ma anche oscure presenza.

In The Others i fantasmi sono protagonisti. Il senso di estraneità che la loro presenza provoca si fonde con la paura verso l’imperscrutabile, col mistero dell’indeterminatezza e con la sensazione che essere fantasmi non voglia dire essere troppo distanti dal concetto di umanità che la giovane famiglia porta con sé. Per tutti questi motivi The Others è tanto un classico senza tempo quanto un ottimo film figlio degli anni 2000.

 

The Orphanage

Un horror che si appropria del cinema drammatico

The Orphanage è un film spagnolo scritto da Sergio G. Sánchez, diretto da Juan Antonio Bayona ma, soprattutto, prodotto da Guillermo del Toro. Un’opera che parla di fantasmi ma lo fa con una delicatezza rara, soprattutto nel cinema horror. Anzi, limitare The Orphanage al cinema di genere sarebbe un errore: piuttosto si tratta di un’opera capace di emozionare, commuovere e spaventare in egual misura, rimanendo interessante e tenendo lo spettatore col fiato sospeso per tutta la sua durata.

Un’opera unica nel suo genere, che permette una riflessione sul senso di colpa, sulla fanciullezza e sugli orrori/piaceri dell’infanzia tra uno spavento e l’altro, lungo il filo della tensione costante dovuta al mistero da risolvere su cui l’intero meccanismo del film viene imbastito.

Laura è un’orfana che ricorda con piacere gli anni trascorsi, da bambina, in orfanotrofio, vicino al mare, tra persone amorevoli e tanti bambini come lei, che ha amato quasi fossero suoi fratelli e sorelle. Anche per questo, dopo trent’anni torna in quel luogo tanto felice con suo marito Carlos e suo figlio Simon, di sette anni. Il suo sogno è trasformare quel vecchio orfanotrofio abbandonato in una struttura per bambini disabili. Peccato che quel luogo sembri popolato da fantasmi e che, improvvisamente, il piccolo Simon scompaia senza lasciar traccia.

La paura, in The Orphanage, non è mai esplosiva ma corre sotto pelle e si rivela capace di imprigionare lo spettatore in un meccanismo terrificante ma mai violento, anzi. Se c’è una parola giusta per descrivere questo film è sicuramente “dolcezza”. Una dolcezza che si scontra con le paure e i timori provocati nello spettatore.


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Infine c’è il ruolo che assumono i fantasmi, quelli non di pericolosi adulti ma di innocenti – ma lo sono realmente? – bambini di cui non riusciamo a definire le intenzioni o la natura. Un film bellissimo che travalica i generi, un horror che si appropria del cinema drammatico ma non rinuncia mai a fare paura.

 

Ju-On: The Grudge

Un film con gli spaventosi spettri giapponesi

Ju-On: The Grudge non è solo un film horror giapponese con i classici fantasmi orientali. Ju-on è una vera e propria saga di successo ideata da Takashi Shimizu, che ne ha scritto e diretto i primi quattro episodi.

Focalizziamoci però su quello che, secondo me, è il capitolo più riuscito, il terzo film del 2003, quello per la prima volta diretto al mercato cinematografico delle sale (i primi due erano stati girati per la TV ed uscirono direttamente in home video). Un’opera tanto terrificante da aver ottenuto un successo planetario e aver meritato persino un remake americano (The Grudge, nel 2004).

Ma qual è il segreto di un film come Ju-On? Ovviamente quello di fare veramente paura senza tradire uno stile j-horror classico, per nulla aperto agli influssi del cinema horror occidentale.

Una maledizione che si propaga come un virus

Da quando la giovane Kayako è stata uccisa dal marito geloso assieme al figlio Toshio, una maledizione aleggia nella casa luogo del duplice omicidio e colpisce chiunque vi entri in contatto, propagandosi come un virus. La colpa è dei fantasmi dei due, che non possono riposare in pace ed esigono vendetta.

Basterebbero i volti dei due fantasmi “protagonisti morali” del film per far paura. Ma quando si tratta di Ju-On non si parla solo di questo. Forse è a causa del senso di ineluttabilità che i fatti narrati portano con sé, o forse si tratta della struttura episodica che procede disordinata, lasciando confuso lo spettatore, preda dei volti pallidi di fantasmi che divengono veri e propri mostri.


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Certo, alcune scelte stilistiche richiamano un tipo di tradizione orrorifica basata sugli sbalzi di volume e su colpi di scena visivi, ma non sono sostenute da un ritmo frenetico o da uno stile videoclipparo. Il film si sviluppa con estrema lentezza trascinando fino allo sfinimento emotivo un’atmosfera malsana e a tratti insostenibile.

L’inquietudine sollevata da Ju-On: The Grudge è sottile e laconica, una vera e propria condanna a morte a cui non è possibile sottrarsi, tanto per i personaggi quanto per lo spettatore, vittima di questi spaventosi fantasmi giapponesi allo stesso modo dei poveri malcapitati nel film.

 

We Are Still Here

L’horror di fantasmi che nessuno gira più

In We Are Still Here, film del 2015 diretto dall’esordiente Ted Geoghegan, tornano in auge i fantasmi infestatori di case nella provincia americana. Nonostante questo, non sono i fantasmi i veri “cattivi” della situazione: come al solito è degli esseri umani, dei viventi, che bisogna aver paura. Ma in quest’opera dall’estetica fortemente anni ’70 e ’80 riecheggiano toni lovecraftiani e un amore incondizionato per il cinema horror italiano dei tempi che furono, quelli di Fulci e Bava.

Dopo la tragica morte del figlio Bobby, Anne e Paul Sacchetti decidono di trasferirsi in una casa in campagna del New England per sfuggire al dolore della loro perdita. Eppure Anne, non ancora pronta a separarsi dal suo adorato figlio, sente la presenza di Bobby nella nuova casa.

We Are Still Here è un film di nemmeno 90 minuti che, seppur non aggiunga nulla a quanto visto fino ad oggi in campo horror, stupisce e convince ma, soprattutto, spaventa. Personalmente è riuscito a farmi sobbalzare e urlare fino a non farmi sentire più al sicuro nella mia stessa casa.

Un film che analizza il tema della perdita, della vendetta e che utilizza la figura dei fantasmi in maniera classica, senza per questo svilirli come gran parte dei film moderni. Insomma, tra tradizione e modernità, We Are Still Here è l’horror di fantasmi che nessuno gira più.

 

The Innkeepers

Spiriti in un albergo infestato

The Innkeepers è un film del 2011 diretto da Ti West, simbolo del cinema indie americano. Una storia di fantasmi ambientato non nella classica casa infestata ma in un albergo. Un film terrificante che ha il grande pregio di appropriarsi di situazioni quasi quotidiane, vissute da personaggi semplici, i classici vicini di casa che tutti noi potremmo avere, e di sfruttare le situazioni per giocare con un terrore lento che esplode poi nel bellissimo e tristissimo finale.

Il Yankee Pedlar Hotel sta per chiudere e due persone dello staff, Claire e Luke, lo devono traghettare durante l’ultimo week-end di attività. Sull’albergo però circolano strane voci, cioè che è infestato, e il fantasma più famoso che lo abita è quello di Madeline O’Malley, suicida per amore.

In The Innkeepers c’è il thriller e la commedia, la tragedia e l’orrore, la casa infestata e i fantasmi orientali (a cui Ti West sembra essersi ispirato per la resa scenica dell’ultimo quarto d’ora di film). Ma ci sono anche situazioni apparentemente noiose, sviluppate con una lentezza rilassata che serve a farci appassionare alla vicenda e affezionare ai personaggi.

In The Innkeepers c’è il mondo, in pratica: persone che sono solo persone, non belle né tanto intelligenti. Forse proprio per questo il film funziona: i fantasmi, in questo caso, sono gli stessi che potrebbero terrorizzare anche noi e a cui reagiremmo proprio nello stesso modo in cui reagiscono i protagonisti. Il terrore in una quotidianità infranta da spiriti che non ti lasciano scampo.

 

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