Cinque straordinari album di Fabrizio De André

Fabrizio De André e i suoi album più belli

Siamo nell’epoca delle playlist, di YouTube, delle canzoni da ascoltare una alla volta e mescolate a quelle di altri artisti. C’è stato però un tempo in cui un album non era una semplice raccolta di singoli, ma aveva una sua precisa ragion d’essere. Un tempo in cui un artista poteva, se voleva, intraprendere coi suoi ascoltatori un discorso di più ampio respiro, lungo almeno quanto un disco.

Non bisogna per forza ricorrere al rock progressivo per trovare degli album in cui le canzoni possono essere considerate come capitoli di un discorso complessivo. Anche in Italia, la cosiddetta scuola dei cantautori ha per lungo tempo imbastito lavori di questo genere. Cioè ha provato a proporre degli album in cui i brani fossero legati da un profondo filo conduttore.

Da questo punto di vista, Fabrizio De André è stato uno dei maestri. Soprattutto da un certo momento della sua carriera in poi, i suoi dischi si sono trasformati in concept album, capaci di lasciare un segno indelebile sulla musica italiana di allora. E di dimostrare che, con la voce e le note di una chitarra, si poteva anche fare letteratura. Riscopriamo, allora, i migliori album di Fabrizio De André, ad uso e consumo di quei giovani che ancora non lo conoscono e vorrebbero sapere da dove partire.

 

Tutti morimmo a stento

La morte come filo conduttore

Il 1968 fu un anno particolare sotto diversi punti di vista. Non a caso, è diventato una data-simbolo, uno di quegli anni con cui si identifica un’intera generazione. Ma qui quello che ci interessa non è tanto la contestazione studentesca o l’autunno caldo. Il 1968, infatti, fu molto strano anche dal punto di vista discografico, visto che a dicembre in testa alla classifica degli LP più venduti si trovò un disco diverso dai soliti, forse il primo concept album italiano. Stiamo parlando di Tutti morimmo a stento, secondo disco registrato in studio da Fabrizio De André.


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L’LP, scritto con la collaborazione di Gian Franco e Gian Piero Reverberi per la musica e Riccardo Mannerini e Giuseppe Bentivoglio per i testi, è ancora oggi uno dei più belli e commoventi della storia della nostra musica. Il filo conduttore è quello della morte, non tanto fisica quanto psicologica. Così si comincia col Cantico dei drogati, per poi arrivare alla Ballata degli impiccati. Su quello che allora era il lato B, la straordinaria Inverno, fino al Recitativo e Corale finale.

 

La buona novella

Il disco ispirato ai Vangeli apocrifi

Dopo l’intermezzo di Volume III – che, pur essendo in buona parte una reincisione di materiale già uscito, è un album di straordinaria qualità –, nel 1970 De André era pronto per un nuovo concept. Un disco ardito, la cui idea non era nata da De André stesso ma dal paroliere Roberto Dané. Un disco che voleva raccontare i Vangeli apocrifi, in un periodo in cui tutti avevano in mente ben altro che non la vita di Gesù Cristo: e cioè la rivoluzione, utopica o concreta che fosse, e il cambiamento sociale.

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De André, che scrisse le musiche con Gian Piero Reverberi, accettò la sfida, convinto che le vicende umane di Gesù potessero diventare un’allegoria della situazione politica di quegli anni. Ne uscì un album che molti considerano il capolavoro assoluto del cantautore ligure. E che pure lo stesso De André riteneva il suo disco più riuscito. La vita di Gesù viene narrata non tanto dal punto di vista divino, quanto da quello umano, e per ottenere questo effetto De André ricorse spesso alle voci degli altri uomini, spesso trascurati dai Vangeli ufficiali. Emblematico, in questo senso, il brano più famoso dell’album, Il testamento di Tito, il cui protagonista è uno dei due ladroni crocifissi.

 

Non al denaro non all’amore né al cielo

Le storie tristi e umane dell’Antologia di Spoon River

Subito dopo il disco evangelico, nel 1971 arrivò Non al denaro non all’amore né al cielo, altro capolavoro ispirato a un testo letterario. Alla base dell’album c’era infatti l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, libro amato in gioventù dal cantautore. Anche in questo caso, comunque, l’idea non veniva però da De André, quanto dal produttore Sergio Bardotti. L’album fu scritto di nuovo assieme a Giuseppe Bentivoglio per i testi, mentre alle musiche collaborò Nicola Piovani.


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Ogni brano è direttamente ispirato a una poesia di Masters, e racconta la storia di una diversa persona sepolta a Spoon River. Dal giudice nano al blasfemo ucciso dalle guardie, dal malato di cuore morto cercando la gioia al chimico che non capisce l’amore, c’era spazio per ogni miseria e ogni vicissitudine umana. Inciso con la partecipazione di musicisti di grande livello, il disco entrò subito tra i preferiti dei fan, tanto è vero che nel 2005 Morgan ha voluto rendergli omaggio registrando una sorta di remake.

 

Storia di un impiegato

Un disco prima stroncato, poi rivalutato

Concludiamo il nostro percorso a cavallo tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 con Storia di un impiegato, datato 1973. Un disco che in realtà è stato, nella carriera di De André, quello più criticato. Le riviste della sinistra militante, alla sua uscita, lo attaccarono infatti senza pudore. Luigi Manconi – ex sottosegretario del governo Prodi e oggi senatore del PD, ma all’epoca militante di Lotta Continua – lo stroncò in uno dei suoi articoli firmati con lo pseudonimo di Simone Dessì. Perfino Giorgio Gaber diede a De André del liberale, e lo stesso autore arrivò a rinnegare il suo disco.

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Riascoltandolo oggi, fuori dalle polemiche spesso pretestuose e a volte deliranti dell’epoca, l’album è invece uno dei migliori non solo della produzione di De André. Checché ne dicessero i giovani militanti di allora, l’album è uno spaccato molto interessante della politica del tempo e mostra dei momenti molto riusciti. In un crescendo che porta al secondo lato, si racconta della presa di coscienza di un impiegato, che arriva a volersi trasformare in bombarolo. Celebri le canzoni che quasi chiudono il disco, cioè appunto Il bombarolo e Verranno a chiederti del nostro amore.

 

Crêuza de mä

La svolta etnica

Conclusa la stagione calda dei primi anni ’70, gli interessi della società italiana e dello stesso De André mutarono. Alla fine del decennio fu perfino rapito, assieme alla compagna Dori Ghezzi, in Sardegna, rimanendo recluso per vari mesi. Musicalmente, cominciò a interessarsi alle radici più locali e primitive del suono, abbracciando la world music e la musica etnica. Il frutto di questa ricerca si ritrova oggi in Crêuza de mä, album del 1984 che già alla sua uscita fu salutato come un capolavoro.

Ad aiutare De André nell’impresa fu chiamato il polistrumentista Mauro Pagani, ex membro della Premiata Forneria Marconi. Mentre quest’ultimo si occupò delle musiche, Fabrizio De André curò i testi, utilizzando la lingua ligure, per dare un tocco mediterraneo all’opera. Ne nacque un disco che, commercialmente, non sembrava destinato ad alcun successo, ma che invece conquistò critica e pubblico. Lo stesso Pagani, che vi lavorò come produttore e vi suonò mandolini e strumenti greci, l’ha poi reinterpretato nel 2004 con nuovi arrangiamenti.

 

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