Lo sapeva già benissimo Platone: a volte un concetto filosofico non si può spiegarlo con le parole, ma ha bisogno di immagini, storie, miti per essere compreso, anche solo di striscio.

Non per niente il cinema, almeno quello che si è sviluppato in Europa e in America nel dopoguerra, ha provato più volte a proporci storie dal forte impatto filosofico, racconti in cui si sentiva pesantissimo l’eco della riflessione di Cartesio, di Hobbes, di Nietzsche; scopriamo assieme quei casi in cui ci è riuscito meglio.

 

Il settimo sigillo

L’assenza di Dio e la presenza della Morte

Il settimo sigillo, capolavoro di Ingmar BergmanNe abbiamo già parlato quando abbiamo presentato i migliori film ambientati nel Medioevo, ma Il settimo sigillo non è propriamente un film storico, quanto una pellicola che si pone al di fuori del tempo e dello spazio: scritto e diretto dallo svedese Ingmar Bergman, il film racconta infatti l’incontro tra il cavaliere Antonius Block e la Morte, che lo aspetta su una spiaggia della Scandinavia proprio al ritorno di questi dalle crociate.

La sfida a scacchi che Antonius lancia alla Morte – che è entrata nell’immaginario collettivo – diventa un’occasione per percorrere quella terra attraversata da una terribile epidemia di peste e per misurare le diverse reazioni dell’uomo davanti alla tragedia.


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Il punto chiave del film, però, è l’incontro con una famiglia di saltimbanchi, unita da un amore che trascende tutto il terrore che li circonda; proprio per questa famiglia Antonius deciderà di sacrificarsi, dando in un certo senso partita vinta alla sua terribile avversaria.

Il tema filosofico è quello del rapporto con Dio e dell’interrogativo riguardo alla sua esistenza: il cavaliere, infatti, si sente svuotato, insicuro del senso da dare alla propria esistenza, senso che troverà solo nel finale, dall’incontro con un insieme di persone semplici che è in fondo un’allegoria della Sacra Famiglia; d’altro canto, gli fa da spalla uno scudiero, Jöns, che è un disilluso materialista, mentre per tutto il film sono disseminati riferimenti enigmatici, a significare che la soluzione non è quasi mai realmente data, ma perennemente da scoprire.

 

2001: Odissea nello spazio

Il ruolo della tecnica secondo Clarke e Kubrick

La locandina italiana originale di 2001: Odissea nello spazioQuasi ognuno dei film di Stanley Kubrick meriterebbe di stare in questa cinquina: basti pensare ad Arancia meccanica e alla sua riflessione sulla natura umana e sulla violenza, o a Eyes Wide Shut e alla sua analisi del sesso; sicuramente, però, il film più filosofico del regista statunitense è stato 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro che ha modificato in maniera irreversibile tutto il cinema di fantascienza ed influenzato decine di altre pellicole filosofiche in questo ambito, a partire da Blade Runner.

Sceneggiata dallo stesso Kubrick assieme allo scrittore Arthur Clarke (autore pure del soggetto), la pellicola uscì nelle sale nell’ormai lontano 1968.

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Un film complesso, lungo, da un certo punto di vista addirittura mastodontico, che ha alimentato decine e decine di speculazioni e interpretazioni. Lo stesso Kubrick, poco dopo l’uscita, specificò: «Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film; io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio».

Ed in effetti 2001 non è un film filosofico in senso stretto, in cui abbondino i dialoghi e le riflessioni verbose, ma un’esperienza quasi mistica, che tenta di dare una propria visione dello sviluppo dell’umanità e del ruolo che la tecnologia ha avuto e ha assunto nella sua storia, ricollegandosi in questo senso – ma in modo del tutto originale – ad alcune riflessioni di Martin Heidegger e Günther Anders.

 

Oltre il giardino

Si può davvero comunicare, al giorno d’oggi?

Oltre il giardino, con Peter SellersCompletamente diverso è Oltre il giardino, film del 1979 diretto da Hal Ashby e interpretato, in uno dei suoi ultimissimi lavori, da uno straordinario Peter Sellers (oltre che da altri ottimi attori come Shirley MacLaine e Melvyn Douglas, peraltro premiato con l’Oscar come miglior attore non protagonista).

Il tema centrale di questo film, peraltro forse meno conosciuto di quanto meriterebbe, è il significato delle parole e delle persone e il peso che le une e le altre hanno – in calo progressivo – nella società contemporanea.

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Il personaggio interpretato da Sellers, Chance Giardiniere, è proprio un giardiniere (il suo mestiere viene confuso con il suo cognome) certamente inesperto della vita civile ma forse addirittura ritardato che si ritrova, per una serie di circostanze fortuite, a interagire con gli uomini più potenti del pianeta: mentre lui non capisce nessuno dei discorsi che gli vengono fatti, ricchi perlopiù di metafore e figure retoriche, il suo semplice e banale discorrere di giardinaggio viene scambiato dai potenti ma anche dalle persone comuni che lo vedono in TV come una profonda comprensione del mondo, quasi fosse un Dio in terra.

E proprio come un riferimento alla semplicità del messaggio evangelico può essere letto l’enigmatico finale, con il giardiniere che cammina sulle acque.

 

Matrix

Il mondo sensibile come pura apparenza

Matrix, il celebre film con Keanu Reeves dai pesanti risvolti filosoficiForse il film filosofico per eccellenza è però Matrix, la pellicola del 1999 scritta e diretta da Lana ed Andy Wachowski a partire da un soggetto di Sophia Stewart e interpretata da Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss e Hugo Weaving.

La storia è nota: il programmatore Thomas Anderson, che sul web usa lo pseudonimo di Neo, viene contattato da un gruppo di apparenti hacker capitanato da un certo Morpheus, che con le dovute cautele gli spiega che la realtà a cui è sempre stato abituato è pura finzione, una “neurosimulazione interattiva” partorita dalle macchine, che la proiettano perennemente nella mente degli ignari esseri umani.

Grazie anche alla predizione di un misterioso Oracolo, Neo si trova quindi catapultato nei panni dell’Eletto, colui il quale dovrebbe riuscire a combattere le macchine ad armi pari, comprendendo e manipolando il codice (la “matrice”) che compone la realtà, cosa che effettivamente – dopo qualche colpo di scena – avviene.

Usato in lungo e in largo come esemplificazione dell’apparenza del reale, Matrix è pesantemente influenzato da una serie cospicua di film, libri e fumetti di fantascienza, ma soprattutto da alcune riflessioni che hanno fatto la storia della filosofia: si pensi ad esempio al dualismo tra mondo sensibile, fasullo, e mondo delle idee in Platone (dove però il primo è imperfetto e il secondo perfetto, al contrario di quanto avviene nel film dei fratelli Wachowski) o, meglio ancora, al ragionamento con cui Cartesio, desideroso di fondare il suo metodo su una verità incontrovertibile, arrivò a mettere in dubbio tutto ciò che appariva come vero sia ai sensi che al ragionamento, ipotizzando l’esistenza di un dio malvagio che ci ingannasse.

 

Fight Club

Vivere la violenza per scoprire se stessi

La locandina di Fight Club, bel film che fa riflettere ed emozionaConcludiamo il nostro percorso con un’altra pellicola del 1999, Fight Club, diretta da David Fincher (che già aveva dato prova di interessarsi a temi che indagavano la natura umana sia in Seven che in The Game) e interpretata da Brad Pitt, Edward Norton, Helena Bonham Carter e un giovanissimo Jared Leto.

Ma più di tutti, del contenuto filosofico del film è responsabile lo scrittore Chuck Palahniuk, autore dell’omonimo romanzo da cui il film è stato tratto: la storia, infatti, è quella di un assicuratore che, frustrato dai ritmi frenetici della sua vita e dalla mancanza di senso che la attanaglia, trova una sorta di salvezza – anche se autodistruttiva – nella figura di Tyler Durden, uno strano produttore di sapone che non disdegna di organizzare combattimenti clandestini che però hanno il pregio di portare le persone a confrontarsi con loro stesse e a capire la loro vera natura.


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In una sarabanda di avvenimenti che portano i due a costruirsi una schiera di adepti ma anche a sentire il loro rapporto minacciato dall’incontro con una strana donna – l’enigmatica Marla Singer –, la trama prosegue verso un finale veramente imprevedibile e ricco di colpi di scena che, per ovvi motivi, non stiamo ora ad elencarvi, ma che rivela anche l’idea di fondo del film, comune ad altre opere di Palahniuk: la storia, infatti, può essere letta come quella di un uomo che, passato attraverso il nichilismo e la negazione di ogni ideale e senso, riscopre se stesso solo tornando alle esperienze primordiali, fronteggiando e anticipando – esistenzialisticamente – la morte.

Da questo punto di vista, i riferimenti principali che lo stesso Palahniuk ha più volte citato sono sicuramente Albert Camus e Michel Foucault, ma nel novero possono tranquillamente essere inclusi anche Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger.

 

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