Ernest Hemingway è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo. Le sue opere, potenti dal punto di vista narrativo, sono state importanti anche da quello storico, sia perché hanno saputo legarsi agli eventi più importanti del secolo, sia perché hanno anticipato un’evoluzione dello stile che ha fatto scuola. Ma quali sono i libri di Hemingway migliori, quelli da cui un neofita dovrebbe partire con la lettura?

La domanda ce la siamo posta perché spesso le conoscenze dei giovani di oggi su questo scrittore ci sembrano piuttosto scarne. È finito infatti ormai da tempo il periodo in cui leggere Hemingway era considerato una tappa obbligatoria del percorso formativo del giovane che guardava all’America e all’avventura.

I giovani d’oggi ne hanno sentito parlare, certo, e l’hanno visto citato in qualche altro libro o film americano. Ma a volte la loro conoscenza dello scrittore di Oak Park si limita alla sua comparsata – come personaggio – in film come Midnight in Paris di Woody Allen.

E d’altronde i libri di testo, anche quelli di letteratura inglese, danno informazioni scarne, soffermandosi magari su un romanzo ma non restituendo il quadro complessivo di un autore che invece è sempre stato molto coerente con se stesso, e portatore di uno stile chiaro e riconoscibile.

Per questo abbiamo selezionato i cinque romanzi di Ernest Hemingway che ci sembrano, per un motivo o per l’altro, i più significativi della sua produzione. Ovvero i cinque libri da cui ogni curioso dovrebbe, a nostro modo di vedere, cominciare, senza con questo rischiare di rimanere deluso.

Partiremo, come vedrete, dagli inizi, da quel romanzo d’esordio, Fiesta, che uscì quando Hemingway (classe 1899) aveva appena 27 anni. E arriveremo fino alla fine, fino addirittura a un libro pubblicato postumo.

Accompagnateci dunque in questo percorso che ci consentirà di parlare anche della vita e delle altre opere di uno dei più grandi (e amati) scrittori del secolo scorso, premio Nobel per la letteratura nel 1954.

 

1. Fiesta

Cominciamo, come detto, con quello che è non solo il primo romanzo della nostra lista, ma anche la prima opera in assoluto di Ernest Hemingway. Stiamo parlando di Fiesta, noto in Italia anche col titolo – più fedele all’originale – di Il sole sorge ancora.

Gertrude Stein negli anni '20 a Parigi col figlio di Hemingway, Bumby
Gertrude Stein negli anni ’20 a Parigi col figlio di Hemingway, Bumby

Pubblicato per la prima volta nel 1926, il romanzo aveva – come spesso accadeva coi libri di Hemingway – una base autobiografica, sopra alla quale però lo scrittore lavorò molto di fantasia. In questo caso, lo spunto veniva dagli anni passati a Parigi, assieme a molti espatriati americani, dopo la Prima guerra mondiale.

Se avete visto il già citato Midnight in Paris, sapete bene di cosa parliamo. In quel periodo Parigi si era riempita di molti intellettuali (o aspiranti tali) statunitensi, che bazzicavano perlopiù attorno alla casa di Gertrude Stein. Tra questi c’era anche Hemingway, che però era all’epoca solo un giovane di belle speranze.

Ad un certo punto, lui ed alcuni amici si recarono in Spagna per seguire le varie feste locali, in particolare quelle che coinvolgevano i tori e i toreri. Fu in quelle occasioni che Hemingway scoprì il suo amore per quella terra e per quello strano passatempo così violento e rude.

Il sole sorgerà ancora

La voce narrante del racconto, ed alter ego di Hemingway, era dunque Jake Barnes, un reduce di guerra. Il conflitto mondiale l’aveva segnato non solo nello spirito, ma anche nel corpo: da quanto si capiva, una ferita l’aveva infatti reso impotente, cosa che gli impediva di avere rapporti amorosi normali.

Fiesta, il romanzo d'esordio di Hemingway

Barnes interagiva così con una serie di altri espatriati, anch’essi segnati dalla vita o dalla guerra (o, addirittura, da entrambe). C’era la donna di cui Jake si innamorava, Brett Ashley, una divorziata coi capelli alla maschietta, capace di molti amori ma mai di portarne a avanti uno seriamente, come dimostrava il fallimentare rapporto con un torero.

C’era poi Robert Cohn, un ex pugile, anch’egli aspirante romanziere, che però era ebreo e per questo veniva sempre discriminato, prima all’università ed ora perfino a Parigi. L’antisemitismo, che sarebbe diventato un problema insormontabile per l’Europa nei decenni successivi, era qui già ben presente.

E poi, infine, c’era Mike Campbell, scozzese che si univa alla comitiva a viaggio già iniziato e finiva pure per fare a botte con Jake, replicando un modus operandi tipico di Hemingway ai tempi della vera gita in Spagna.

Tra feste, corride, ubriachezza, tradimenti e scazzottate, il romanzo delineava insomma i contorni di una generazione abbattuta ma non ancora sconfitta. Ed ebbe un grande successo, sia di pubblico che di critica.

 

2. Addio alle armi

Come emergerà scorrendo questo articolo, Ernest Hemingway è stato uno scrittore capace di dare il meglio di sé quando descriveva i conflitti tra gli uomini. La lotta tra il pescatore e il marlin in Il vecchio e il mare, di cui parleremo, ne è un chiaro esempio: lì, nello scontro tra il protagonista e il mondo, si misura il talento del romanziere.

Addio alle armi, uno dei capolavori di Ernest Hemingway

Forse questo è dovuto anche al suo peculiare stile di scrittura di Hemingway, sempre asciutto e diretto, quasi giornalistico, perfetto per l’azione ma anche per la riflessione immediata. E però, se tutto questo è vero, è evidente come proprio nei romanzi di guerra queste capacità di Hemingway siano emerse con la maggior forza.

Addio alle armi è il primo libro di Hemingway ad affrontare questo genere di questioni. E le affronta da una prospettiva di prima mano. Lo scrittore, infatti, si cela dietro al protagonista del libro, Frederic Henry, e la storia narrata trae ampio spunto dalle vicende che il giovane autore aveva vissuto sulla propria pelle durante la Prima guerra mondiale.

Desideroso di avventura, infatti, Ernest Hemingway fu tra i primi a mettersi in coda per l’arruolamento volontario quando, nel 1917, gli americani dichiararono guerra agli Imperi centrali. Il giovane venne però riformato, per via di un difetto alla vista. A quel punto, pur di non rimanere a casa, si arruolò però tra i volontari della Croce Rossa americana.

Sul fronte italiano

Arrivò in Italia solo nel giugno del 1918, e rimase al fronte per poche settimane. Già il 9 luglio di quell’anno fu ferito da una mitragliatrice nemica e ricoverato per tre mesi in un ospedale di Milano. Lì venne accudito da un’infermiera americana, Agnes von Kurowsky, di cui si innamorò.

Una volta dimesso fece in tempo a tornare al fronte, ma ormai i giochi erano fatti e la guerra si concluse pochi giorni dopo. Ritornò nel giro di qualche settimana in patria e riprese la sua vita, lavorando perlopiù come giornalista.

Come abbiamo detto visse, durante gli anni ’20, anche a Parigi, entrando in contatto con i principali scrittori del tempo, la cosiddetta Generazione perduta. E si convinse della necessità di diventare uno scrittore. Ad Addio alle armi, però, si mise a lavorare solo nel 1927, una volta stabilitosi di nuovo negli Stati Uniti.

Il romanzo narrava le sue disavventure sul fronte italiano, mescolandole però ad altre esperienze maturate nel corso degli anni. Ad esempio, la rotta di Caporetto – che Hemingway non aveva visto con i suoi occhi – venne descritta ispirandosi alla guerra greco-turca dei primi anni ’20, a cui aveva assistito come giornalista.

Il romanzo

Addio alle armi, quindi, aveva per protagonista Frederic Henry, un giovane sottotenente che comandava un gruppo di ambulanze dedite al trasporto dei feriti dal fronte agli ospedali da campo. Colpito durante l’estate del 1917, Henry veniva ricoverato all’Ospedale Maggiore di Milano, conoscendo, lì, una infermiera inglese, Catherine Barkley.

Hemingway feritoTra i due nasceva l’amore, ma la guerra incombeva. Henry veniva infatti dimesso dall’ospedale e tornava al fronte, dove però percepiva sempre più fortemente il disincanto dei soldati, sia americani che soprattutto italiani, e la voglia di farla finita con la guerra. Proprio in questo clima avveniva la rotta di Caporetto.

Henry e i suoi uomini venivano infatti travolti dalla disordinata ritirata dell’esercito italiano. Il protagonista rischiava anzi di fare anche una brutta fine visto che i carabinieri si muovevano immediatamente per fucilare sul posto tutti quelli che ritenevano essere disertori, cioè colpevoli di aver abbandonato le loro posizioni.

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Riusciva comunque a salvarsi e a ricongiungersi con Catherine. Visto che lui era ricercato, i due si davano infine alla fuga e riuscivano, passando per il Lago Maggiore, a raggiungere la Svizzera. Il finale, però, non era lieto come gli eventi sembravano suggerire, e ben rappresenta il senso di smarrimento vissuto dagli europei alla fine del conflitto.

 

3. Per chi suona la campana

Come molti altri autori della sua generazione, Hemingway si mise a parlare e scrivere della Prima guerra mondiale a qualche anno di distanza dalla sua conclusione. Addio alle armi uscì infatti nel 1929, più di dieci anni dopo l’armistizio. E in quello stesso anno uscì anche Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque.

Si pensava, in quei tardi anni ’20, che il fantasma della guerra non sarebbe più aleggiato sull’Europa, almeno per lungo tempo. Pochi mesi dopo, però, sarebbe crollata la Borsa di Wall Street e questo avrebbe dato il via a una crisi economica che avrebbe segnato profondamente gli equilibri mondiali.

Già nel 1933 l’aria che tirava era completamente diversa. In Germania era salito al potere Hitler, che si presentava bellicoso e desideroso di riaprire le questioni lasciate in sospeso dal Trattato di Versailles. E anche Mussolini, in Italia, sembrava sempre più interessato ad espandere la sua influenza.

Tutto questo portò l’Unione Sovietica – che fino ad allora aveva perseguito una politica tutto sommato isolazionista – a muoversi sullo scacchiere europeo. Da Mosca arrivò l’ordine, per tutti i partiti comunisti, di dare vita ad alleanze di governo con tutti i partiti antifascisti. Nacquero, cioè, i cosiddetti Fronti Popolari.

La Guerra civile spagnola

Questo nuovo slancio portò ad esempio alla vittoria elettorale delle sinistre in Spagna, con un programma di grandi riforme. Un programma che però non fu attuato, per via della guerra civile che le forze reazionarie scatenarono contro il governo, sotto la guida del generale Francisco Franco.

Era il 1936 quando scoppiò, in questo modo, la Guerra civile spagnola, e Hemingway – più vecchio rispetto ai tempi del primo conflitto mondiale ma per nulla stufo di avventura – volle seguire da vicino le vicende di quello scontro. Anche perché non riguardavano solo la Spagna, ma il destino dell’Europa e forse del mondo.

Dei ragazzi spagnoli del fronte repubblicano poco prima dell'evacuazione verso la Francia
Dei ragazzi spagnoli del fronte repubblicano poco prima dell’evacuazione verso la Francia

Al fianco dei ribelli franchisti si schierarono, infatti, sia l’Italia che la Germania, ormai sempre più vicine ideologicamente e politicamente. Ad appoggiare il governo del Fronte Popolare, invece, intervennero solo l’Unione Sovietica di Stalin e un cospicuo gruppo di volontari, con una serie, però, di problemi di non poco conto.

Hemingway si recò in Spagna già nel 1937 come corrispondente di guerra, per inviare vari articoli ai giornali americani. Inoltre aveva in mente di realizzare un documentario antifascista da proiettare negli Stati Uniti, in modo così da raccogliere fondi per la causa repubblicana.

La campana suona per te

Quell’esperienza, che continuò – a più riprese – per vari mesi, diede a Hemingway l’ispirazione per scrivere anche un romanzo, uno dei suoi migliori: Per chi suona la campana. Il libro uscì nel 1940, quando ormai il conflitto era concluso e il fronte repubblicano aveva perso. Ma anche quando si era capito che quella guerra preparava a cose peggiori.

Per chi suona la campana di Ernest HemingwayInfatti, nel 1939 era nel frattempo scoppiata la Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti avevano assunto, in quei primi mesi, una posizione neutrale, ma sia Hemingway che vari intellettuali ritenevano inevitabile l’intervento, prima o poi, degli USA al fianco delle forze antifasciste.

Il romanzo divenne quindi una denuncia degli orrori della guerra, ma anche un manifesto ideologico. Hemingway seppe descrivervi infatti con grande forza il valore di una scelta partigiana, di una lotta che non era solo per la sopravvivenza ma anche per la libertà e la giustizia.

Il protagonista, e in un certo senso alter ego di Hemingway, era Robert Jordan, un partigiano incaricato di far saltare un ponte sotto il controllo franchista. Coadiuvato da una banda di guerriglieri piuttosto composita, Jordan riusciva nell’intento e trovava anche l’amore, ma il finale non era affatto lieto.

 

4. Il vecchio e il mare

Il carattere di Hemingway era molto particolare, e ne segnò profondamente non solo la vita, ma anche le opere letterarie. I vari biografi che hanno cercato negli anni di ricostruire la sua vita hanno infatti tutti sottolineato alcuni tratti particolarmente forti e tra loro in un certo modo anche antitetici.

Da un lato, Ernest Hemingway era segnato da un forte narcisismo, che gli infondeva una grande sicurezza, anche nei confronti del proprio talento letterario. Dall’altro, era presente però in lui fin da giovane un pressante senso della morte, un fascino quasi misterioso per i rischi e la caducità della vita.

Leggi anche: Cinque citazioni de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

Da qui si spiega, ad esempio, la sua costante ricerca di esperienze “al limite”, come le definiremmo oggi, in cui rischiare la vita o comunque vedere dispiegarsi la morte. Come detto, partecipò a numerose guerre, ma amava anche le corride, con la loro costante messa in scena della lotta tra la vita e la morte. E amava allo stesso modo pure la caccia.

Proprio riguardo alla caccia dobbiamo ora spendere qualche parola. E, anzi, nei confronti di un tipo particolare di caccia, che Hemingway praticò con costanza per tutta la vita: la pesca. È vero che quest’attività aveva forse meno fascino, dal punto di vista della forza e della violenza, rispetto alla caccia vera e propria, ma aveva anche qualche vantaggio.

A Cuba

Hemingway, infatti, subiva pesantemente il fascino dei climi caldi. Amava la Spagna, come abbiamo detto, ma allo stesso modo amava anche l’Italia, dove si recava di frequente. Negli Stati Uniti pose per qualche anno la sua casa a Key West, in Florida, e a partire dagli anni ’30 scoprì anche Cuba.

La copertina italiana de "Il vecchio e il mare" di Hemingway

Nell’isola si recò numerosissime volte nel corso della sua vita, passando intere stagioni sull’Oceano. Lì era affascinato dai sentimenti forti che il clima tropicale sembrava provocare nelle persone. Tutto appariva amplificato, e anche la lotta tra la vita e la morte risentiva di questo clima particolare.

Così nel dopoguerra prese forma in lui l’idea di ambientare proprio sull’isola una nuova storia, in cui un anziano pescatore sfida le forze della natura incarnate in un possente marlin. Nacque così Il vecchio e il mare, un libro breve e scarno, ma tra i suoi migliori.

Venne pubblicato per la prima volta nel 1952 addirittura su Life, rivista fotografica che mostrava ai lettori americani gli angoli più remoti del mondo. Poi fu raccolta in volume e fruttò a Hemingway il Premio Pulitzer e, poco dopo, anche il Nobel.

 

5. Festa mobile

Concludiamo con un libro che, unico della nostra lista, non è propriamente un romanzo. E soprattutto non è stato pubblicato direttamente da Hemingway. Festa mobile venne dato alle stampe infatti nel 1964, quando lo scrittore era morto ormai da 3 anni.

"Festa mobile" di Ernest Hemingway, celebre romanzo pariginoL’edizione fu curata dall’ultima moglie di Ernest, Mary Walsh, che confezionò il libro a partire dagli appunti del marito. Hemingway aveva lavorato alacremente a quel libro per molti mesi, ma l’aggravarsi delle sue condizioni gli aveva reso impossibile terminarlo. Negli ultimi mesi di vita, infatti, lo scrittore fu più volte sottoposto ad elettroshock, prima di suicidarsi.

Le scelte di Mary non mancarono di suscitare polemiche. Quando l’archivio di Hemingway fu reso disponibile agli studiosi, alla fine degli anni ’70, alcuni biografi notarono infatti che l’ultima moglie aveva operato delle scelte sul testo. La versione pubblicata contava infatti 20 capitoli, ma ne mancavano 8 già stesi dallo scrittore.

Non è mai stato completamente chiarito se le scelte operate dalla Walsh fossero in qualche modo frutto di indicazioni di Hemingway, che magari non era convinto della resa di quei capitoli, o di una libera scelta della curatrice. Ancora oggi, biografi e studiosi rimangono divisi sulla questione.

L’edizione di Sean Hemingway e la fama recente

Così, nel 2009 il nipote di Hemingway, Sean – non imparentato con Mary Walsh ma discendente della seconda moglie dello scrittore, Pauline Pfeiffer – rimise mano ai manoscritti e pubblicò una nuova edizione, piuttosto diversa dalla precedente [1]. Alcuni capitoli furono aggiunti, altri furono spostati, con vari rimaneggiamenti.

Anche questa edizione è stata comunque criticata da alcuni, sia perché non era chiaro se Mary Walsh avesse davvero mancato di rispettare le volontà di Ernest, sia perché i riferimenti alla stessa Pauline – la nonna di Sean – erano ora scomparsi.

In ogni caso il libro, già molto popolare alla sua uscita negli anni ’60, ha vissuto negli ultimi tempi una sorta di seconda giovinezza. Merito, sicuramente, del successo di Midnight in Paris, in parte ispirato al volume, ma anche, paradossalmente, agli attentati che hanno colpito Parigi nel novembre del 2015.

Poche ore dopo la strage del Bataclan, infatti, un’anziana signora del posto citò Festa mobile durante un’intervista televisiva, identificandolo come un elogio della vitalità di Parigi che doveva rinascere dopo gli attentati. Condivisa viralmente sui social, l’intervista fece ritornare il libro nelle classifiche dei più venduti in Francia.

In un baule all’Hotel Ritz

Festa mobile, come detto, non è un romanzo, quanto piuttosto un memoriale. Racconta, tramite degli sketch slegati l’uno dall’altro, la vita a Parigi di Hemingway negli anni ’20, quando era solo uno squattrinato giornalista e aspirante scrittore.

Viene così descritta l’esistenza degli espatriati americani che in quegli anni abitavano nella capitale francese, da Gertrude Stein a Ezra Pound, da Francis Scott Fitzgerald a John Dos Passos. Inoltre Hemingway indugia molto pure sui luoghi di ritrovo di quella Generazione perduta, tra bar e hotel.

Hemingway, al centro, rappresentato nel film Midnight in Paris
Hemingway, al centro, rappresentato nel film Midnight in Paris

L’idea di scrivere un libro per ricordare le sue esperienze giovanili venne ad Hemingway grazie a un ritrovamento fortuito. Nel 1956 lo scrittore si trovava a Parigi assieme all’amico A.E. Hotchner, e mentre erano a pranzo all’Hotel Ritz vennero avvicinati dal proprietario.

Questi chiese a Hemingway se si ricordava che nello scantinato dell’hotel era conservato dal 1928 un suo baule. Lo scrittore non ricordava nulla, ma si fece portare tutto per esaminarlo. Dentro trovò moltissimi reperti della sua vecchia vita parigina ma anche una serie di taccuini in cui aveva annotato le esperienze di quegli anni. E da cui trasse il libro.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Qui la notizia riportata a suo tempo dal New York Times.

 

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