Cinque straordinari libri di Philip Roth

Philip Roth, uno dei maggiori scrittori viventi

Dato per favorito, da anni ed anni, per l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura, Philip Roth è uno di quegli scrittori che in vecchiaia finiscono per essere circondati da un’aura sacrale, nonostante in carriera non abbiano fatto granché per essere visti in questo modo. I suoi romanzi, infatti, in principio erano sovente accusati di oscenità e scurrilità, e pochi avrebbero scommesso su un entusiasmo accademico oggi così uniforme e diffuso.

Roth, da par suo, ha risposto a queste celebrazioni in maniera anticonvenzionale. Il gesto più clamoroso è arrivato nel 2012, quando ha annunciato di volersi ritirare dalla letteratura in maniera definitiva. Non solo non scriverà più romanzi, ma, a quanto dice, non ne leggerà neppure e ha dato ordine ai suoi familiari di distruggere il suo archivio personale dopo la morte, compresi gli eventuali inediti. Detto questo, si è trasferito nel Connecticut e ha finora mantenuto fede a questo impegno.


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A noi rimangono, comunque, più di 20 romanzi scritti in 50 anni di carriera, oltre a numerosi racconti, saggi e un paio di libri di memorie. Tutto utile a cercare di decifrare il “mistero Roth”, se così vogliamo definirlo, visto che nella sua opera storie vere ed inventate si mescolano, biografia e fiction si compenetrano l’una con l’altra. Abbiamo scelto cinque libri che sono a nostro avviso i migliori per cominciare a conoscerlo.

 

Addio, Columbus e cinque racconti

L’esordio a fine anni ’50

Una delle prime edizioni italiane di "Addio, Columbus e altri racconti"È stato ritradotto da poco, cambiandogli titolo in Goodbye, Columbus e cinque racconti, l’esordio letterario di Philip Roth. La prima versione italiana era infatti datata 1960, ad opera di Elsa Pelitti ed edita da Bompiani (e poi ripubblicata, otto anni dopo, da Garzanti). La nuova è invece a firma di Vincenzo Mantovani ed è uscita nel 2012 presso Einaudi, che ormai pubblica tutta l’opera di Roth. Ma sono dettagli.

Quello che conta è che questo è l’esordio letterario dello scrittore ebreo, formato da un romanzo breve – appunto Addio, Columbus – e cinque racconti, alcuni inediti ed alcuni già apparsi su riviste (The Paris Review, The New Yorker, Commentary).

In questo libro sono già condensati i temi che emergeranno nei lavori successivi. In Addio, Columbus Roth presenta infatti un protagonista, Neil Klugman, che altri non è che un suo alter-ego, un ebreo della middle-class che vive a Newark e ha un modesto impiego in una biblioteca. Si innamora di una ragazza, Brenda, anch’essa ebrea ma proveniente da una famiglia più abbiente, e questo complica le cose. Gli altri racconti della raccolta sono La conversione degli ebrei, Difensore della fede, Epstein, Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta e Eli, il fanatico.

 

Lamento di Portnoy

Dallo psicanalista

"Lamento di Portnoy", il primo grande successo di Philip RothDieci anni dopo rispetto alla raccolta d’esordio, Philip Roth era ormai un uomo maturo. Era passato attraverso un matrimonio finito con la separazione e soprattutto attraverso la morte di lei, in un incidente stradale. Insegnava all’università e, anche se non aveva ancora avuto un grande successo commerciale, era un narratore piuttosto apprezzato dalla critica. Aveva anche pubblicato due romanzi, Lasciar andare nel 1962 e Quando lei era buona nel 1967. Lamento di Portnoy, uscito nel 1969, ne fece però uno scrittore di fama internazionale.

Il romanzo era un lungo monologo che il suo protagonista, Alexander Portnoy, esponeva al proprio psicanalista. E come nella miglior tradizione degli intellettuali ebrei davanti agli eredi di Freud, diceva tutto ma proprio tutto. Così il racconto si trasformava subito in un ritratto della borghesia ebraica americana, ma anche in un campionario di perversioni, manie, irrisolti problemi con la madre, dubbi sull’esistenza, tentativi di ricerca di una vita banale e così via. Il tutto condito di un’ironia e di un compiacimento tipicamente ebraici, che fecero annoverare subito Roth tra i migliori di quella tradizione, al pari di Saul Bellow e E.L. Doctorow.

 

Il teatro di Sabbath

I flashback di un burattinaio

"Il teatro di Sabbath" di RothGli anni ’90 sono stati un decennio particolarmente prolifico di Roth. Non solo in termini di romanzi pubblicati o di pagine scritte, ma anche di qualità degli stessi. Gli ultimi tre libri con cui completiamo la nostra cinquina, infatti, furono tutti pubblicati in un periodo di grande ispirazione compreso tra il 1995 e il 2000. Il primo è Il teatro di Sabbath, tradotto in italiano nel 1996 da Stefania Bertola e pubblicato prima da Mondadori e poi da Einaudi.


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Come molte delle opere di Roth, il libro è eccessivo e strano, disorientante nel suo alternarsi di personaggi, vicende, flashback, realtà e fantasia. Protagonista è Mickey Sabbath, sessantenne ebreo che vanta un passato come burattinaio ma che ora insegna drammaturgia in un piccolo college del New England. La sua vita viene sconvolta dalla morte di Drenka, immigrata croata con cui ha condiviso per un certo periodo i propri appetiti sessuali. Questa scomparsa lo porta a ripensare al proprio passato, all’amata moglie Nikki scomparsa nel 1964, quando i due vivevano a New York, a tante altre figure tipiche delle creazioni di Roth. Un romanzo che ha anche diviso, e di molto, la critica, tra chi l’ha considerato un capolavoro e chi un libro illeggibile. Siete avvisati.

 

Pastorale americana

Il disfacimento della famiglia a stelle e strisce

"Pastorale americana", il capolavoro assolutoNon sono molti i film che sono stati tratti dalle opere di Roth, perché in effetti le sue trame sono spesso talmente complicate che è difficile renderle su pellicola. Per Pastorale americana, che è forse il suo libro più bello in assoluto, però i diritti sono stati opzionati e l’opera pare essere in corso di realizzazione. A dirigerla e interpretarla sarà Ewan McGregor (assieme a Dakota Fanning e Jennifer Connelly), alla sua prima prova dietro alla macchina da presa. D’altronde, anche il romanzo è uno dei più lineari di Roth.

L’azione prende avvio negli anni ’90, quando Nathan Zuckerman (uno degli alter ego di Roth) partecipa alla riunione di ex studenti del suo liceo. Lì incontra Jerry Levov, col quale ricorda le imprese del di lui fratello, Seymour Levov detto “lo svedese”, un prodigio dell’atletica. Da quel breve racconto, da un paio di altri incontri avuti in passato e da una serie di ritagli di giornale Zuckerman ricostruisce una biografia immaginaria di Seymour, che passa attraverso il suo matrimonio con l’ex miss New Jersey, la crisi della sua fabbrica e i disordini razziali degli anni ’60. E termina con la vicenda della figlia, Merry, che aderisce ad un’organizzazione politica estremistica, arrivando a piazzare una bomba.

 

La macchia umana

Barare sull’appartenenza etnica

"La macchia umana", portato anche sul grande schermoConcludiamo con La macchia umana, libro del 2000 che vede ancora Nathan Zuckerman tra i suoi personaggi, anche se di nuovo da una posizione di narratore e non di vero protagonista. La storia che vi viene raccontata, infatti, è quella di Coleman Sink, un accademico del New England che viene messo sotto accusa per presunti attacchi razzisti nei confronti di due suoi studenti. Un’accusa completamente infondata, anche solo per il fatto che in realtà Sink non è ebreo, come ha sempre sostenuto, ma di antiche origini afroamericane, come i due studenti che avrebbe attaccato.

La posizione di Sink diventa però presto indifendibile e il professore è costretto a dimettersi dal college, vedendo scomparire poco dopo anche la moglie a causa di un infarto. Ad ogni modo, riesce in qualche modo a ricostruire la propria vita anche grazie a una giovane donna non acculturata, con cui inizia una relazione. Una curiosità: secondo vari commentatori, ad ispirare Roth sarebbe stato Anatole Broyard, un critico letterario del New York Times scomparso nel 1990, che aveva nascosto fino alla morte le sue origini meticce, fingendosi bianco. In realtà Roth ha smentito quest’ispirazione, almeno in maniera consapevole, e ha invece individuato la fonte primaria del suo personaggio in Melvin Tumin, professore ebreo suo amico che fu accusato ingiustamente di razzismo nella sua università, prima però di essere assolto dalle accuse.

 

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