Si sta svolgendo in queste settimane a Forlì – e anzi in un certo senso si avvia alla conclusione, visto che chiuderà il prossimo 14 giugno – una interessante mostra dedicata a Giovanni Boldini, uno degli artisti più importanti eppure poco noti che l’Italia possa vantare a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Grande ritrattista, il pittore ferrarese ebbe infatti grande successo (anche economico) in vita ma fu sempre denigrato dalla critica, che in lui vedeva l’emblema del decadentismo, di una pittura vuota e fine a se stessa, semplice orpello della belle époque.

Ed in effetti, l’arte di Boldini era quanto di più decadente si potesse immaginare: nei suoi ritratti rappresentava dandy dell’alta società parigina, contesse e nobildonne annoiate, divi del teatro e personaggi ricchi ma vuoti, come d’altro canto potevano apparire le sue tele, in cui mancava ogni senso più alto, ogni tentativo di adeguarsi ad una corrente o ad un’avanguardia (che pure in quegli anni a Parigi nascevano come funghi). Eppure – e solo in questo modo si spiega la rivalutazione che da più parti sta emergendo in questi anni – erano ritratti carichi di vita, di talento, di capacità di cogliere i tratti essenziali di una personalità e di un’epoca come pochi altri in quegli anni riuscivano a fare. Per vedere come e in che modo tutto questo viene ancora oggi alla luce, ripercorriamo la carriera di Boldini attraverso cinque tra i suoi quadri più significativi.

Giovanni Boldini. Genio e
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Giovanni Boldini. Catalogo
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Giovanni Boldini. L'uomo e
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Boldini. Ediz. illustrata
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Boldini
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Boldini. Parisien d'Italie.
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Ritratto di Giuseppe Verdi con cilindro

L’opera più famosa

Ritratto di Giuseppe Verdi con cilindro, uno dei più celebri ritratti di BoldiniPartiamo da quello che è probabilmente il quadro più famoso – e più volte riprodotto – di Giovanni Boldini, il Ritratto di Giuseppe Verdi con cilindro che realizzò nel 1886. A quel tempo Boldini doveva ancora compiere 44 anni ma viveva a Parigi già da tre lustri: nella capitale francese aveva iniziato dipingendo quadri di genere, che erano molto richiesti dalla Maison Goupil, che li smerciava tra i rappresentanti dell’alta società; Verdi era invece un settantatreenne che aveva già ottenuto tutto dal suo mestiere e che si era guadagnato fama imperitura nel mondo grazie al Rigoletto, a La traviata, all’Aida e a molte altre opere.

I due si conoscevano da qualche tempo, e Boldini aveva già realizzato un primo ritratto del grande compositore, che però non l’aveva soddisfatto appieno. Il 9 aprile di quell’anno, comunque, il compatriota e corregionale – Verdi era parmigiano, Boldini ferrarese – si presentò all’atelier del pittore, pronto per farsi immortalare in un altro ritratto; l’artista decise di optare per una tecnica meno pregiata, i pastelli su carta, ma con un lavoro di appena cinque ore riuscì a cogliere i tratti salienti della personalità del compositore e a riprodurli nel disegno, con pochi segni sicuri ed efficaci. Oggi il ritratto è conservato alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma.

 

Robert de Montesquiou

L’esteta simbolo della belle époque parigina

Il ritratto di Robert de MontesquiouCome detto, già dall’ottobre 1871 Giovanni Boldini aveva stabilito la sua residenza a Parigi, capitale incontrastata dell’arte e del bel vivere di quei lunghi anni felici che vanno dall’Esposizione Universale del 1889 fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. Il suo studio si trovava in Place Pigalle, nel quartiere del Moulin Rouge e del Grand Guignol, in cui lavoravano e avrebbero lavorato, in quei decenni, artisti del calibro di Henri de Toulouse-Lautrec (che Boldini avrebbe ritratto), Salvador Dalí e Pablo Picasso; un luogo che era in un certo senso un avamposto verso la bella vita parigina e i suoi maggiori interpreti.

E il conte Robert de Montesquiou, più giovane di Boldini di tredici anni, era forse il re di quella società così particolare: celebre dandy, discendente addirittura di D’Artagnan e protettore delle arti (fu amico, in vita, di Mallarmé, Verlaine, Debussy e Proust), era notoriamente omosessuale e per questo, suo malgrado, spesso dileggiato, ma costituì anche il principale modello su cui si basò Joris Karl Huysmans nel tratteggiare il suo esteta des Esseintes in À rebours, romanzo capostipite del decadentismo. Boldini ritrasse il conte nel 1897, quando questi aveva quarantadue anni ed era nel pieno del suo splendore; il quadro è oggi conservato al Museo d’Orsay di Parigi.

 

Madame Veil Picard

Lo sguardo ammiccante della protettrice

Madame Veil PicardFinora abbiamo visto due ritratti di uomini, resi da Boldini con grande attenzione alla psicologia e con altrettanto grande capacità di disegno, ma fu soprattutto davanti a modelle femminili che il pittore italiano seppe dare il meglio di sé e consegnare il proprio nome alla storia. Boldini, anzi, soprattutto a partire dagli anni ’90 dell’Ottocento divenne il pittore di riferimento di tutte le nobildonne europee, che spendevano cifre importanti pur di farsi immortalare da un artista che sapeva mettere in risalto il fascino e la bellezza delle espressioni femminili ma anche, allo stesso modo, la ricercatezza dei vestiti e la moda del suo tempo. Sempre molto attento a fissare su tela una personalità ma anche uno status sociale, proprio tramite le donne Boldini riuscì a crearsi una fama invidiabile e a guadagnare una fortuna. Per questo abbiamo scelto di concludere il nostro percorso con tre tra i suoi più famosi ritratti di donna.

Il primo che vi presentiamo è questa tela dedicata a Jules Veil Picard. Boldini era molto legato alla famiglia della signora, anche per interesse professionale: nel 1896 era stato ospite del di lei marito a Besançon e proprio la signora era stata la committente del ritratto di Montesquiou, suo amico personale, che vi abbiamo appena proposto. In quello stesso 1897, anno tanto prolifico quanto importante per la carriera del pittore italiano, Boldini realizzò quindi anche questo ritratto della sua protettrice, scegliendo di immortalarla – come spesso da lì in poi avrebbe fatto con i suoi soggetti femminili – in una posa maliziosa e quasi ammiccante, che certo non era una novità assoluta nell’ambito della ritrattistica ma che Boldini perfezionava con un gran lavoro sugli sguardi e sulle espressioni. Oggi il quadro fa parte di una collezione privata.

 

La marchesa Luisa Casati con un levriero

La musa vibrante e inquietante

La marchesa Luisa Casati con levrieroAltro memorabile ritratto di donna fu quello che Boldini realizzò una decina d’anni più tardi, nel 1908, prendendo come soggetto la marchesa Luisa Casati, accompagnata da un suo levriero. Anche in questo caso, particolarmente pregevole è la resa di Boldini, ma interessante è anche la storia della persona che sta dietro al quadro: Luisa Casati fu infatti una delle donne più significative e discusse di inizio Novecento, affascinante ed allo stesso tempo ambigua, donna per cui perdere la testa e che in un certo senso perdeva anch’essa la ragione. Ereditiera milanese affascinata dal clima decadente delle arti e della letteratura, fu amante di Gabriele D’Annunzio e forse di Eleonora Duse, ma anche mecenate e musa dei più grandi artisti del suo tempo, come i futuristi (Marinetti e Balla su tutti) o Man Ray o Alberto Martini o altri ancora.

Visse, soprattutto da un certo punto in poi, tra Venezia – acquistando il palazzo che sarebbe poi divenuto di Peggy Guggenheim – e Parigi, dove fece propria la casa che era stata dello stesso Montesquiou, nel tentativo, pienamente decadente, di fare della sua vita un’opera d’arte. Ci riuscì a costo di debiti colossali che la costrinsero a vivere gli ultimi anni della sua vita in estrema povertà, ma questo suo tentativo fu immortalato da Boldini quando la marchesa aveva 27 anni ed era probabilmente al culmine della sua bellezza e della sua fama nei salotti europei, con pennellate rapide e vibranti come vibrante doveva essere il carattere della donna. Oggi il quadro fa parte di una collezione privata.

 

La signora in rosa – Ritratto di Olivia de Subercaseaux Concha

La nobiltà cilena e la cecità di Boldini

La signora in rosaConcludiamo con La signora in rosa, ritratto che Boldini fece a Olivia de Subercaseaux Concha nel 1916, quando ormai aveva superato i 70 anni d’età e la sua vista cominciava ad indebolirsi. Si trovava, in quegli anni, a Nizza, visto che con l’inizio della Prima guerra mondiale aveva preferito lasciare Parigi – dove, d’altro canto, c’era sempre meno voglia di esibire sfarzo ed eleganza, date le difficili condizioni di guerra – e trasferirsi sulla costa; in ogni caso, di tanto in tanto tornava nella capitale francese per intrattenere i rapporti coi suoi committenti storici. Tra questi c’era anche la famiglia Subercaseaux-Concha-Erràzzuriz, nobili cileni per i quali aveva ritratto la signora Emiliana Concha de Ossa nel 1888 in un quadro (chiamato Pastello bianco) che aveva avuto grande successo all’Esposizione Universale del 1889, ma anche il piccolo Subercaseaux nel 1891.

Qui Boldini si impegnò a catturare la bellezza della nipote di Emiliana, Olivia, in un ritratto che gli venne così bene da generargli pure qualche problema: come detto, Boldini era ormai anziano e stava progressivamente perdendo la vista; queste sue precarie condizioni di salute gli fecero capire che quello era, probabilmente, il suo ultimo capolavoro e per questo, una volta completato, il pittore ferrarese si rifiutò di consegnarlo alla famiglia che glielo aveva commissionato, creando un piccolo incidente diplomatico che fu poi risolto con l’esecuzione di un altro ritratto per i nobili cileni. Il ritratto è stato riscoperto dalla famiglia solo di recente: il figlio di Olivia, Mariano Fontecilla de Santiago-Concha, è stato ambasciatore cileno presso la Santa Sede e recentemente ha avuto modo di vederlo dal vivo in Italia, esposto a Firenze in una delle numerose mostre che sono state dedicate a Boldini in questi ultimi anni.

 

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