Il surrealismo è stato una delle avanguardie del ‘900 non solo di maggior successo, ma anche di maggior vitalità nel corso del tempo. Ancora oggi infatti ci sono vari artisti che continuano a definirsi surrealisti o comunque influenzati da questa corrente.

Breton, a partire da Freud

La poetica del movimento fu teorizzata negli anni ’20 dal francese André Breton in seguito alla lettura de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. In generale, prevedeva la produzione di un’opera d’arte che nascesse dall’inconscio, in un’atmosfera onirica in cui non doveva metter bocca la ragione.

Vari sono gli artisti che, per un periodo più o meno lungo, si sono cimentati con le tecniche surrealiste. E vari sono i quadri che per un motivo o per l’altro vengono fatti rientrare all’interno della corrente. Abbiamo cercato di scegliere i cinque che – per temi o per influenza – sono stati i più significativi. Eccoli.


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La torre rossa

L’influenza del primo De Chirico

La torre rossa di Giorgio De ChiricoQuando in Italia si presenta la figura di Giorgio De Chirico, uno dei più importanti dei nostri pittori del ‘900, si fa sempre riferimento alla cosiddetta pittura metafisica. Cioè alla corrente di cui De Chirico fu il principale esponente. Poche volte, però, si cita il motivo per cui De Chirico è noto a livello internazionale, cioè il suo ruolo in un certo senso di precursore del surrealismo.

I quadri che il pittore nato in terra greca dipinse prima dello scoppio della Grande Guerra, infatti, non manifestavano ancora del tutto i caratteri della pittura metafisica. Essa sarebbe stata definita infatti meglio durante gli anni trascorsi a Ferrara. Presentavano però qualcosa di angosciante e sinistro, oltre che di onirico.

Conservato a Venezia

Su tutti, il quadro certo più memorabile di questa serie è La torre rossa. La tela fu realizzata nel 1913 ed è oggi conservata a Venezia all’interno della Collezione Peggy Guggenheim. Lascito di una mecenate che, come vedremo, ebbe un’importanza non indifferente per il surrealismo.

La rappresentazione è quella di una irreale piazza italiana, come spesso avveniva nei quadri di De Chirico. Lì l’atmosfera fantastica e inquietante veniva data dalla prospettiva irrazionale, dalla incoerenza delle sorgenti di luce e dalla focalizzazione quasi allucinata degli oggetti.

Silenzio e attesa

Il silenzio sembra dominare sovrano, cosa che genera anche un senso di attesa quasi angosciosa di cosa sia in procinto di accadere. Nonostante De Chirico non abbia mai aderito compiutamente al surrealismo, e anzi di lì a poco si sarebbe messo a dipingere decadenti strutture classiche e inquietanti manichini, i caratteri del surrealismo qui ci sono già tutti. Non è un caso che molti artisti – tra cui lo stesso Ernst, di cui parleremo – avrebbero poi citato questo quadro come uno dei più importanti nel loro avvicinamento alla corrente di Breton.

Una curiosità: il monumento equestre che si intravede sulla destra è da alcuni stato identificato con la statua di re Carlo Alberto a Torino.

 

L’elefante Celebes

Il capolavoro di Max Ernst

L'elefante Celebes di Max ErnstPassiamo ora a parlare di Max Ernst, uno dei massimi esponenti della corrente. L’abbiamo in parte già citato, per l’influenza che ebbe su di lui l’incontro con l’arte di De Chirico. Ma è importante anche perché, più avanti negli anni, sarebbe stato protagonista di un fugace matrimonio proprio con quella Peggy Guggenheim che era già diventata una delle principali collezioniste di opere surrealiste.

Il suo quadro più importante è forse L’elefante Celebes, realizzato nel 1921 e oggi conservato alla Tate Modern di Londra. Un’opera che anche in questo caso non è forse già surrealista (il primo Manifesto surrealista è del 1924) ma che di sicuro fece da ponte tra il dadaismo – il movimento che aveva anticipato alcune delle istanze del surrealismo, come il gusto per il nonsense – e la nuova avanguardia.

Un collage pittorico

Il quadro è importante sotto diversi punti di vista. Intanto, sfruttava la tecnica del collage pittorico, cioè simulava l’accostamento di frammenti cartacei. D’altro canto, lo stesso Ernst confessò che quella scelta stilistica era dovuta alla volontà di far apparire la tela come una sorta di collage creato dall’inconscio di visioni desunte da esperienze diverse, come il ricordo di una rivista, di testi illustrati e di cataloghi.

Il significato però dell’opera è, come sempre coi quadri surrealisti, piuttosto oscuro. Sono presenti dei simboli fallici, come la proboscide che esce dal mostro o la struttura verticale sulla destra, così come è evidente l’influenza di De Chirico nel busto di donna. Qualcuno ha in ogni caso ipotizzato che il quadro sia un’allegoria del mito del rapimento di Europa da parte di Zeus trasformatosi in toro, come lascerebbero pensare le corna sulla testa dell’elefante.

 

La fattoria

Joan Miró e la scuola spagnola

La fattoria di Joan Miró, uno dei massimi esponenti del surrealismoNei primi anni la capitale del movimento surrealista fu Parigi, perché lì si trovavano Breton, Salvador Dalí, Luis Buñuel, Man Ray, René Magritte, lo stesso Ernst. A partire da un dato momento in poi, però, iniziò ad emergere una vera e propria scuola spagnola. Che si fossero trasferiti nella capitale francese o che continuassero ad operare dalla terra natia, per qualche tempo furono infatti gli artisti iberici a segnare il passo del surrealismo, facendone emergere le nuove tendenze.

Tra questi, un ruolo di primo piano lo assunse Joan Miró, nativo di Barcellona che, come molti, negli anni ’20 si trasferì a Parigi prima di tornare in Spagna. In patria si stabilì a Maiorca, che divenne la sua città adottiva.


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La fattoria è uno dei suoi primi lavori, realizzato tra il 1921 e il 1922 ed oggi conservato alla National Gallery of Art di Washington. Il museo lo ha ricevuto come donazione da Mary Welsh Hemingway, moglie del celebre Ernest Hemingway.

Un ricordo d’infanzia

Qui il soggetto è un ricordo d’infanzia di Miró relativo al periodo che passò nella fattoria di Mont-roig del Camp, in Catalogna, ritratto però in maniera minuziosa e in parte anche deformata. La prospettiva infatti non è rispettata, gli oggetti sono posizionati alla rinfusa e in generale tutto lo scenario è dominato da un’atmosfera irreale. Un’atmosfera che deve molto anche alle tendenze naïf ma che di sicuro risente già della ricerca sul versante onirico.

La pittura di Miró si sarebbe poi evoluta verso un più marcato astrattismo soprattutto nel corso degli anni ’30, dopo che Breton l’aveva definito «il più surrealista di tutti noi».

 

Il tradimento delle immagini

“Questa non è una pipa” di René Magritte

Il tradimento delle immagini di René Magritte, meglio noto come Questa non è una pipaUno dei surrealisti che fu baciato, in vita e dopo la morte, da maggior successo personale fu il belga René Magritte. Egli fu infatti autore di alcuni quadri che sono stati in grado di trascendere i confini dell’arte ed entrare di diritto nell’immaginario collettivo.

Pensate, ad esempio, a tutta quella serie di dipinti con gli uomini in bombetta di cui Golconda è forse l’opera più celebre. Oppure all’inquietante bacio de Gli amanti, in cui i due protagonisti hanno il viso avvolto da un lenzuolo. Il suo lavoro più celebre, però, è probabilmente Il tradimento delle immagini, meglio noto per la scritta che vi campeggia in un bel corsivo: «Questa non è una pipa».

Il paradosso semiotico

Realizzato tra il 1928 e il 1929 ed oggi esposto al Los Angeles County Museum of Art, il quadro è celebre per il suo contenuto paradossale. Un contenuto che però è diventato emblematico di una ricerca semiotica che proprio in quegli anni stava iniziando a muovere i primi passi.

La tela rappresenta infatti una pipa (elemento tra l’altro piuttosto comune nei quadri di Magritte) con, sotto, la famosa scritta che nega che quella sia appunto una pipa. Le interpretazioni, a questo punto, si sprecano. La più semplice è quella volta a considerare che il disegno di una pipa non è una pipa, ma appunto un disegno, e che separa perciò significante da significato. Ma, in chiave più surrealista, la pipa può diventare un simbolo che nasce dal profondo di sé e che va interpretato, e che pertanto, freudianamente, nasconde qualcosa.

 

La persistenza della memoria

Il quadro più celebre di tutto il movimento, firmato da Salvador Dalí

La persistenza della memoria, la più famosa tra le opere di Salvador DalíConcludiamo con quello che è il più famoso quadro surrealista, La persistenza della memoria di Salvador Dalí. Noto anche come Orologi molli, la piccola tela fu realizzata nel 1931, quando il surrealismo era giunto all’apice della sua fortuna artistica. È oggi conservata al MoMA di New York, che la acquistò – con una certa lungimiranza – già negli anni ’30, dopo una delle sue prime esposizioni nella metropoli americana.

In essa si ritrovano al massimo grado tutti gli elementi della poetica surrealista. L’atmosfera onirica e – parola che mai fu più appropriata – surreale, la bizzarria dello schema compositivo (colori sia caldi che freddi, asimmetria, luci inquietanti) e, più di tutto, il tentativo di andare contro le regole della logica.

La crisi della nozione tradizionale di tempo

Anche dal punto di vista scientifico e filosofico, d’altra parte, i primi decenni del ‘900 avevano messo in crisi la nozione tradizionale di tempo. Albert Einstein, con le sue teorie nel campo della relatività, aveva negato l’assolutezza del tempo, ipotizzando che esso scorresse diversamente a differenti velocità. Henri Bergson, d’altra parte, distingueva in quegli stessi anni tra tempo della scienza e tempo della vita, spostando la riflessione su un campo prettamente psicologico.

Tutti questi stimoli si possono ritrovare, mediati dal sogno, nel quadro di Dalí, pieno di orologi liquefatti che in realtà furono ispirati all’artista spagnolo, per sua stessa ammissione, dallo sciogliersi del formaggio al sole. D’altro canto, alla base di tutto il metodo di lavoro surrealista non doveva esserci una cosciente simbologia, ma l’emergere di simboli spontanei partoriti dall’inconscio.

 

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