Cinque straordinari romanzi brevi di Irène Némirovsky

Irène Némirovsky, autrice di alcuni dei più bei romanzi brevi del Novecento

Kiev, Ucraina, 1903: in una famiglia di banchieri ebrei nacque Irène Némirovsky, che sarebbe diventata una delle più importanti scrittrici francofone del Novecento, malgrado la sua prematura morte.

Mentre il padre era concentrato nel lavoro e la madre su se stessa, Irène veniva educata dalle istitutrici. Dopo essere fuggiti dalla Russia bolscevica, i Némirovsky arrivarono in Francia dove lei cominciò a scrivere. Era giovanissima e le sue opere erano così mature che alcuni credettero che non fossero farina del suo sacco, ma che prestasse il nome ad un autore già affermato.


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Il successo arrivò come una ventata d’aria fresca: nel 1929, dopo la pubblicazione di David Golder, la critica fu estasiata. Irène era però consapevole che la felicità stava finendo. Infatti tanto travolgente fu la fama quanto fu gelido il primo Statuto degli ebrei nell’ottobre del 1940, che le tolse la possibilità di pubblicare opere. I nazisti potevano proibirle di esporre un libro nella vetrina di un negozio, ma non sarebbero riusciti a strapparle la penna di mano, come dimostra una sua annotazione: «Sto scrivendo molto, immagino che saranno opere postume […]».

La Némirovsky venne deportata ad Auschwitz nel luglio del ’42 e vi morì un mese dopo. Fu una delle figlie a pubblicare, svariati anni dopo, i suoi manoscritti. Forse lei non ne può godere, ma è certo che la seconda ondata di successo è arrivata, probabilmente più inebriante della prima: cinque dei suoi romanzi brevi ne spiegheranno il perché.

 

Il malinteso

L’incapacità di rinunciare alle comodità della ricchezza

Il malinteso, storia di un amore adulteroIrène Némirovsky è oggi conosciuta soprattutto grazie a Suite francese, ma, considerando la sua vasta produzione, può essere definita una regina del romanzo breve. Nel 1923 scrisse Il malinteso. L’autrice aveva all’epoca vent’anni, ma aveva già scelto uno dei suoi temi preferiti: l’insofferenza nei confronti di chi conduce una vita troppo agiata e pensa solo a soddisfare i propri capricci è evidente nella descrizione del personaggio di Denise.

Protagonista è qui l’amore adultero tra la già citata Denise, giovane donna sposata e madre di Francette, e lo scapolo Yves. I due si conoscono a Hendaye, in villeggiatura, ma il loro amore è all’inizio così intenso che la storia prosegue anche una volta tornati a Parigi. Il malinteso che dà il titolo all’opera sorge fin da subito, perché Denise vive sulle spalle del ricco marito e spera che Yves possa strapparla alla malinconia delle sue giornate vuote. La donna quindi non capisce che l’amante è in realtà povero e deve far fronte ai quotidiani ostacoli che la vita gli presenta.

L’amore romantico e quasi adolescenziale delle prime pagine sfocia perciò in una relazione soffocante, vissuta tra litigate e sbalzi d’umore e caratterizzata da attese estenuanti. Quando alla fine Denise ammette a se stessa quanto poco possa offrirle Yves, getta definitivamente la spugna.

 

Il ballo

La vendetta segreta di Irène attraverso Antoinette

Il rapporto madre-figlia in uno dei più famosi romanzi brevi di Irène Némirovsky, Il balloL’ambiente sociale in cui l’autrice crebbe fu quello borghese, smodatamente ricco e infarcito di feste in cui la protagonista indiscussa era l’ipocrisia. Il ballo (1930) è un romanzo nel quale l’astio della scrittrice nei confronti degli artifici di questa realtà forzatamente costruita emerge grazie al ricorso ad un linguaggio forte e diretto, che descrive nei minimi particolari la preparazione di una serata all’insegna dello sfarzo e del divertimento.

La Némirovsky ne approfittò per esprimersi anche riguardo ad un’altra questione: la pessima opinione sulla madre traspare in modo evidente nella protagonista Antoinette che, per l’appunto, detesta la propria. Rosine Kampf è infatti priva di ogni istinto materno: l’affetto nei confronti di Antoinette è così scarso che preferisce farle trascorrere la serata in uno sgabuzzino anziché con gli ospiti. Tutti i suoi piani però sfumeranno, mandati a monte proprio dalla figlia, a cui Rosine aveva affidato il compito di spedire gli inviti.

Antoinette, dopo tante sopportazioni, aspetta il momento propizio in cui l’odiata madre non si trova nei paraggi per gettare gli inviti nel fiume. Ne consegna solo uno: quello per l’insegnante di musica, che sarà ovviamente l’unica ospite al tanto agognato ballo. La donna vedrà così sgretolarsi tutti i progetti di un avvenire prospero a braccetto con la gente “che conta”, mentre la figlia assisterà con indifferente crudeltà alla sua disperazione. La ragazza, imprigionata nella dimensione adolescenziale, è in realtà profondamente sola.

 

David Golder

La miseria della vita e la solitudine della morte

David Golder, la storia di un uomo d'affari che deve affrontare la sua miseriaDavid Golder (1930) spiana all’autrice la strada verso il successo. Per quanto Irène Némirovsky non rinunci mai a sparpagliare dettagli personali tra le pagine dei suoi scritti, in quest’opera i rimandi alla vita privata sono ancora più lampanti, a partire dalla corrispondenza tra il protagonista e il padre della scrittrice.

David Golder è un ricco uomo d’affari ebreo, la cui fortuna comincia dall’arrivo in Europa. Gli affari assorbono il suo tempo e prosciugano le sue energie, ma per il protagonista sono preferibili alla vita quotidiana. Questa fuga dalla realtà non può però protrarsi a lungo e un malore lo coglie sul treno per Biarritz. Lì stanno trascorrendo le vacanze la moglie e la figlia e, al suo arrivo, David Golder si scontra con i problemi che ha sempre voluto evitare, come l’amante della prima o il corteggiatore della seconda. L’uomo incassa i dispiaceri e il suo corpo reagisce con un altro malore.

L’insensibile moglie dissolve allora la nebbia che lo protegge dalla verità, spiattellandogli tutto ciò che Golder non ammette, compreso il fatto che Joyce non è figlia sua. Questo episodio rappresenta un punto di svolta: il protagonista si rilancia a capofitto negli affari, ora consapevole della propria miseria, con l’intenzione di aiutare la figlia sprofondata nell’abisso della povertà dopo il suo allontanamento. Per antitesi Golder morirà tra le braccia di un ebreo povero. Sembra quasi una profezia la frase che lui stesso aveva pronunciato all’inizio: «Alla fine si crepa […] soli come cani, così come si è vissuti».

 

Jezabel

Un Dorian Gray al femminile

In Jezabel emerge lo spietato ritratto della madre di Irène NémirovskySe in David Golder è riconoscibile la figura del padre, con il personaggio di Gladys in Jezabel (1936) Irène Némirovsky presenta ai suoi lettori la madre, attraverso un ritratto palesemente contorto dall’odio e dal rancore represso per anni. Dall’opera sembra che l’autrice la disprezzi tanto da esserne quasi ossessionata, finché non trova il coraggio di affrontare il peggiore dei suoi incubi e trasformarlo in un capolavoro.

Jezabel racconta la storia di una donna attraente e agghiacciante, che viene introdotta al lettore mentre è processata in tribunale con l’accusa di assassinio. Da questo momento la narrazione retrocede per dare spazio alla vita della donna. Gladys partecipa alle feste, si concede il lusso più sfrenato, è alla continua ricerca di attenzione e ha la capacità di manipolare gli uomini e di farli cadere ai suoi piedi con la rapidità di uno schiocco di dita. In questo mondo che le ruota intorno ha tanti complimenti da ricevere quanto poco è l’affetto da dare alle persone.

La donna non è tuttavia immune dai tormenti interiori: sente nella sua testa il ticchettio delle lancette dell’orologio della vecchiaia, come se il tempo scorresse nel letto di un fiume in piena pronto a travolgerla, impedendole così di essere eternamente giovane. Irène Némirovsky ha usato il personaggio di Gladys per mettere a nudo l’egocentrismo della madre, che è qui protagonista come oggetto sia di un’analisi psicologica, sia di un’inflessibile critica.

 

Il vino della solitudine

Il dolore indelebile dell’infanzia e il desiderio di guardare avanti

Il vino della solitudine, il più sincero dei romanzi brevi di Irène NémirovskyIrène Némirovsky voleva condividere indirettamente con qualcuno la sua triste infanzia. Il peso della solitudine gravava su di lei annodandole lo stomaco, per questo l’unica soluzione era riversare le sue sofferenze in un manoscritto. Nacque così Il vino della solitudine (1935), in cui l’autrice si dipinge nel personaggio di Hélène.

La protagonista, ancora bambina, avverte il contrasto tra la mancanza di affetto da parte dei genitori e il loro tentativo di colmare quel vuoto con il denaro. I loro continui spostamenti alla ricerca del benessere economico spingono Hélène a trovare consolazione nelle coccole amorevoli della balia, che sostituisce la madre nelle preghiere della piccola. La bimba ha un carattere taciturno, ma osserva tutto con attenzione e percepisce l’infelicità intorno a sé: è come un gas nocivo che le si insinua nelle viscere e che non riuscirà mai a smaltire. Avverte anche sentimenti inconsueti per una persona della sua età, come l’istinto omicida che l’assale alla vista della madre.

Mentre negli altri romanzi la scrittrice tenta di nascondere la proiezione di se stessa, in questo i riferimenti sono trasparenti. Irène si racconta senza paura, raggiungendo una tranquillità che le permette di frenare Hélène dal vendicarsi nei confronti della donna che l’ha trascurata. Diventata ormai adulta e davanti alla madre consumata dalla vecchiaia, decide infatti di non assecondare l’istinto che la renderebbe a lei tanto simile. Accetta perciò l’eterna solitudine interiore, ma perlomeno consapevole di essere una persona migliore.

 

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