La guerra è una realtà assai difficile da raccontare, ma che allo stesso tempo fornisce da sempre materiale pregiato per i narratori. Tutte le grandi storie dell’antichità, in fondo, erano infatti storie di guerra: l’Iliade e l’Odissea, in modo diverso, ci hanno presentato il valore dei combattenti e le varie strategie e astuzie del campo di battaglia, ma pure la Bibbia dedica ampio spazio nell’Antico Testamento a guerre e scontri, tanto è vero che Dio viene sovente chiamato Signore degli eserciti.

D’altro canto, nelle società primitive la guerra era un elemento fondante del vivere comune, e la letteratura non faceva altro che fotografare una realtà che era costantemente segnata da razzie, invasioni, usurpazioni e omicidi quasi quanto il passaggio delle stagioni.

Parlare di guerra in tempo di pace

Oggi potremmo dire che non è più così, che fortunatamente (almeno in Europa occidentale) si gode di una pace finalmente duratura, ma è anche vero che le ultime guerre combattute, i due conflitti mondiali, ci hanno segnato molto di più di quanto probabilmente non facessero le battaglie nell’antichità, portandoci a raccontarne le gesta non più in un’unico poema o in un numero tutto sommato contenuto di leggende, ma in centinaia e forse migliaia di memoriali, opere di narrativa, saggi, film, canzoni e così via.

Dato che da qualche parte bisognerà pur cominciare, oggi vogliamo concentrarci sui romanzi: quali sono quelli che meglio degli altri hanno saputo raccontarci la guerra? Quelli che sono riusciti a farci immedesimare nei protagonisti, che ci hanno fatto comprendere la vita dei combattenti, i loro sacrifici e i rischi delle loro imprese ma anche, come vedremo, l’insensatezza di questi grandi conflitti? Ecco le nostre scelte.

 

Lev Tolstoj – Guerra e pace

Le guerre napoleoniche viste dalla nobiltà russa

Guerra e pace di Lev TolstojQualcuno potrebbe accusarci, riguardo all’introduzione di questo articolo, di averla presa un po’ larga, partendo addirittura dai poemi omerici per parlare dei romanzi sulla guerra.

A rispedire al mittente questa accusa ci può pensare, però, Guerra e pace, il romanzo da cui abbiamo scelto di partire e uno dei capisaldi della letteratura mondiale: scritto da Lev Tolstoj e pubblicato per la prima volta a puntate tra il 1865 e il 1869, il libro ha infatti il largo respiro proprio degli antichi poemi, proponendosi anche l’intento di rappresentare non solo un evento bellico in sé, ma l’intera società del periodo, con i suoi pregi e le sue debolezze.

Ambientato durante la campagna di Russia di Napoleone, si concentra i particolare su due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, i cui destini si intrecciano varie volte durante gli eventi, tra la presa francese di Mosca, gli incendi che devastano la città, lo sfaldamento dell’esercito napoleonico e il successivo trionfo delle truppe zariste.

In una strana ed inedita commistione tra fiction e saggistica, tra personaggi inventati e reali, tra ritratti storici e gusto per la narrazione, il romanzo è sempre stato baciato da una grande fortuna critica, anche se altrettanto spesso si è faticato per cercare di classificare il libro, che non è pienamente un’opera di fiction come non è nemmeno del tutto un romanzo storico – sebbene vi si avvicini parecchio.

Non per nulla Turgenev, un altro dei grandi scrittori russi dell’Ottocento, dopo qualche titubanza iniziale finì per definirlo «un’epica sociale, il romanzo storico e il vasto ritratto dell’intera vita della nazione».

Scritto in originale con varie parti in francese, a replicare la lingua usata dalla nobiltà russa del periodo (che spesso non conosceva neppure la lingua nazionale), fu considerato già dai contemporanei, Dostoevskij in primis, come il più grande capolavoro della letteratura russa, fama che in buona parte conserva ancora oggi, a quasi 150 anni dalla prima pubblicazione.

 

Erich Maria Remarque – Niente di nuovo sul fronte occidentale

La Prima guerra mondiale tra trincea e accuse di disfattismo

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, uno dei più importanti libri di guerraNonostante qualche antesignano eccellente, il romanzo – e soprattutto il romanzo storico – è essenzialmente un prodotto ottocentesco.

Ma la metà dell’Ottocento fu in Europa un’epoca non tanto di guerre tra stati, ma più che altro di rivolte interne, moti carbonari, rivoluzioni e controrivoluzioni, e per questo per vedere raccontate di nuovo le vicende belliche dobbiamo sostanzialmente aspettare il Novecento e il conflitto che pose fine a quei decenni di avanzamento sociale ed economico che vanno comunemente sotto il nome di belle époque.

Numerosissimi sono i libri che hanno raccontato infatti la Prima guerra mondiale, mescolando fiction ed esperienza personale: dall’Addio alle armi che si rivelò il primo successo di Hemingway (sul quale, comunque, torneremo) a Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, tutti libri interessanti che meriterebbero di entrare in questa cinquina.

Per evitare ripetizioni e dare però una panoramica più completa sul genere abbiamo deciso di scegliere un solo libro sulla Grande Guerra e il più rappresentativo a nostro avviso è Niente di nuovo sul fronte occidentale, capolavoro del tedesco Erich Maria Remarque.

Niente di nuovo sul fronte
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Niente di nuovo sul fronte
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Il sergente nella neve
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Arruolatosi volontario nel 1916 – ad appena 18 anni, come molti suoi coetanei –, Remarque visse sulla propria pelle l’orrore della guerra e soprattutto della lotta di trincea, durante la quale, come ben sintetizzava un titolo che è diventato quasi proverbiale, non accadeva nulla se non una imperterrita, insensata e costante carneficina.

Il libro, che uscì nel 1929, a dieci anni di distanza dalla fine della guerra, ebbe un successo clamoroso, ma la sua critica disincantata della guerra portò a Remarque accuse di disfattismo e di essere uno di quegli elementi che avevano portato la Germania alla sconfitta.

D’altro canto, appena quattro anni dopo la pubblicazione, Hitler salì al potere: i romanzi dello scrittore finirono presto sul rogo ed egli fu accusato di avere origini ebree e francesi, cioè la quintessenza del nemico per i nazisti. Remarque si rifugiò così prima in Svizzera (dove ritornò nel Dopoguerra) e poi negli Stati Uniti, scampando alle persecuzioni.

 

Ernest Hemingway – Per chi suona la campana

La Guerra civile spagnola vista da un americano

Per chi suona la campana di Ernest HemingwaySe c’è stato uno scrittore che ha legato la sua fama alla descrizione della guerra – letterale o morale che fosse – quello è senza ombra di dubbio Ernest Hemingway.

Nella sua carriera lo scrittore americano ha infatti sempre alternato classici incentrati sui più importanti eventi bellici della sua epoca (Addio alle armi l’abbiamo già citato), con altri libri che, in un certo senso, raccontavano la pace come se si trattasse della guerra: Il vecchio e il mare è in fondo la lunga e mortale battaglia tra un pescatore ed il suo marlin; Morte nel pomeriggio analizza la lotta mortale tra il toro ed il torero; Verdi colline d’Africa e Le nevi del Kilimangiaro mostrano safari e battute di caccia; Di là dal fiume e tra gli alberi racconta di un soldato che torna sui luoghi in cui aveva combattuto durante la Grande Guerra.

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Tutta la vita, per Hemingway, era insomma una sorta di guerra, e non stupisce quindi che proprio nei racconti ambientati nel bel mezzo di battaglie e scontri reali riuscisse a dare il meglio di sé. Per chi suona la campana, incentrato sulla Guerra civile spagnola, è probabilmente da questo punto di vista il suo romanzo più noto.

Scritto in fretta e furia nel 1940 per spingere gli Stati Uniti a schierarsi contro le potenze dell’Asse, il libro racconta uno spaccato della guerra tra franchisti e repubblicani dal punto di vista di Robert Jordan, un volontario americano, chiaro alter ego di Hemingway che quella guerra l’aveva conosciuta come corrispondente giornalistico (anche se non aveva preso parte direttamente ai combattimenti).

Incaricato dal comando di far saltare un ponte controllato dai franchisti, Jordan si unisce ad una banda di irregolari delle montagne, legandosi in particolare alla giovane Maria e vivendo con loro per qualche giorno mentre mette a punto il suo attentato.

Una serie di offensive dell’aviazione fascista e il tradimento di Pablo, l’alcolizzato capo della banda a cui si è appoggiato, rischiano di far fallire in varie occasioni la missione, che però alla fine viene portata a termine, anche se a caro prezzo.

Il libro è interessante – oltre che sul piano letterario per la prosa asciutta di Hemingway – anche per i racconti delle vicende di Spagna con cui lo scrittore inframmezza le vicende, che forniscono uno spaccato realistico della barbarie che una guerra civile comporta.

 

Joseph Heller – Comma 22

Il paradosso dei soldati pazzi durante la Seconda guerra mondiale

Comma 22 di Joseph HellerI romanzi che abbiamo presentato finora sono tutti profondamente drammatici, anche se, almeno nel caso di Tolstoj, a volte si concedono una sorta di lieto fine. Esiste però anche un filone di libri di guerra diverso ma fortemente esplorato che è quello del libro satirico, in cui il dramma del conflitto si lega ad uno humour nero inaspettato e micidiale.

In Italia qualcosa del genere lo si è visto ad alti livelli non tanto nei romanzi (forse perché la nostra esperienza durante la Seconda guerra mondiale era stata troppo tragica per riderci sopra, anche si segnala la piccola eccezione del Diario clandestino di Guareschi), quanto piuttosto con fumetti e film, dalle fantastiche Sturmtruppen di Bonvi al La vita è bella di Benigni.

All’estero, invece, forse l’esempio più famoso e riuscito di romanzo satirico sulla guerra è Comma 22 di Joseph Heller, pubblicato per la prima volta nel 1961, a sedici anni di distanza dalla conclusione del conflitto a cui l’autore aveva preso parte, la Seconda guerra mondiale.

Comma 22
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Mattatoio n. 5
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Heller era stato infatti aviatore dell’US Air Force durante i bombardamenti sull’Italia; quest’esperienza e il ricordo dei suoi commilitoni gli avevano dato l’ispirazione per raccontare la sua paradossale esperienza di guerra, in cui non si vede mai il nemico (nessun tedesco figura mai, infatti, nel romanzo, mentre un po’ di spazio è lasciato alla popolazione civile italiana) e anzi in cui il vero nemico finisce quasi per essere il proprio comandante, desideroso di ottenere avanzamenti di grado e benefici grazie al sacrificio dei propri sottoposti.

La chiave del racconto è data da quello che è passato alla storia come il paradosso del comma 22: nel romanzo infatti il protagonista John Yossarian è costantemente ossessionato dall’idea che tutti vogliano ucciderlo, sia i nemici che sparano contro il suo aereo, sia i suoi superiori che lo mandano continuamente in missione ben sapendo che più aumenta il numero delle missioni svolte, più aumenta anche la possibilità di non tornare a casa vivi.

Per questo, Yossarian, emblema dell’antieroismo e dell’assurdità del conflitto, inizia a comportarsi in maniera bizzarra sperando di essere riformato per pazzia, ma appunto il comma 22 prescrive che chi è pazzo possa essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non sia evidentemente pazzo, in una situazione paradossale che fa sì che per nessuno esista realmente una via di fuga da quell’inferno alienante.

 

Beppe Fenoglio – Il partigiano Johnny

Un’autobiografica Resistenza nelle langhe piemontesi

Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, forse il più celebre libro sulla ResistenzaConcludiamo, com’era inevitabile, con un romanzo dedicato alla lotta partigiana, che in Italia come in altre parti del mondo è stata fondamentale nell’elaborazione di una morale e di una narrazione della Seconda guerra mondiale, accanto ai racconti di prigionia e internamento – Primo Levi su tutti.

Tra i romanzi partigiani, forse il più significativo è Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, che ha avuto una travagliatissima storia editoriale ed è stato pubblicato postumo, nel 1968, dopo la morte dell’autore.

La trama fortemente autobiografica si concentra su un giovane soldato piemontese, soprannominato Johnny per il suo amore per la letteratura inglese, che, dopo l’8 settembre, prima si imbosca in collina per qualche tempo e poi decide di aderire alle prime bande partigiane, trovando spazio in una brigata comunista e, dopo il quasi totale annientamento di quest’ultima da parte dei tedeschi, in una formazione badogliana appartenente al gruppo comandato da Mauri, al secolo Enrico Martini.

Qui, più a suo agio anche ideologicamente, partecipa ad azioni quasi più da esercito regolare che non da bande di guerriglieri, fino ad occupare la città di Alba nell’autunno del ’44, prima della controffensiva nazifascista che porta lui ed altri partigiani a nascondersi di nuovo, col rischio costante di essere denunciati da spie, ed arrestati; infine, con l’arrivo del 1945 Johnny ritorna sulle montagne assieme ai suoi commilitoni e, nonostante le poche forze residue, parte con loro in una nuova azione contro i fascisti, azione che rischia di rivelarsi fatale.

Non è chiaro se, alla fine del romanzo, Johnny muoia oppure no: in una prima stesura sicuramente sopravviveva; nella seconda – che presentava il finale poi divenuto “ufficiale” – sembra invece morire, anche se Fenoglio non lo dice esplicitamente.

Il romanzo ebbe subito una grande risonanza, nonostante fosse uscito in notevole ritardo rispetto a tanti altri libri sullo stesso argomento; d’altronde, già un precedente libro di Fenoglio sulla Resistenza, Una questione privata, pubblicato con l’autore ancora in vita, era stato da più parti salutato come il romanzo definitivo su quell’esperienza, tanto che anche Italo Calvino finì per sminuire il suo Il sentiero dei nidi di ragno per esaltare la capacità del collega di raccontare la guerra partigiana come realmente era, fuor di ogni retorica.

 

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