Cinque straordinari sparatutto in prima persona

Call of Duty 4: Modern Warfare, uno dei migliori sparatutto in prima persona

 
Ricordate la tristissima vicenda di Columbine? Nell’aprile del 1999 una coppia di studenti del locale liceo, non distante da Denver, uccisero a sangue freddo dodici loro compagni di scuola e un insegnante, suicidandosi poi prima dell’intervento della SWAT. Fu il primo caso recente di massacro scolastico – al quale, purtroppo, ne seguirono altri tristemente celebri – e scosse fortemente l’opinione pubblica americana.

I giornali si interrogarono per settimane sui motivi del folle gesto. Molti si focalizzarono sulla facilità con cui negli Stati Uniti potevano essere vendute le armi da fuoco. E a tal proposito Michael Moore realizzò Bowling a Columbine, documentario poi vincitore del premio Oscar. Altri però cercarono di scaricare le responsabilità su elementi esterni alla politica e alla società.

Quando si scarica la responsabilità sui videogiochi

Si tirarono in ballo molte rock band e le loro canzoni, si tirarono in ballo la “cultura goth” e quella “nerd”. E, ovviamente, si tirarono in ballo anche i videogiochi e in particolare gli sparatutto in prima persona, di cui i due giovani killer (come d’altronde mezzo mondo, stando ai dati di vendita) erano appassionati. Alcuni paesi, come il Brasile, dichiararono illegali questi giochi e li ritirarono dal mercato, ma in generale le polemiche si spensero dopo pochi mesi.

Oggi, a distanza di quindici anni, possiamo dire che i videogiochi di questo genere non solo non hanno smesso di uscire, ma si sono anzi moltiplicati, senza che la violenza nel mondo esplodesse. Una violenza che, probabilmente, ha radici molto più profonde di un semplice videogioco, radici sociali che anzi un buon intrattenimento videoludico può aiutare a stemperare o sfogare senza far del male a nessuno.

Comunque sia, l’anniversario di quelle polemiche ci fornisce un’occasione per vedere come si è evoluto il mercato degli sparatutto in prima persona negli ultimi quindici o vent’anni, partendone dagli albori per arrivare fin quasi ai giorni nostri.


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Doom

Il padre degli sparatutto in prima persona

Il primo sparatutto in prima persona della storia dei videogame pare essere Wolfenstein 3D, gioco pubblicato nel maggio 1992 dalla Activision oggi disponibile anche per iPhone. Sicuramente, però, il titolo che ha posto le basi del genere è stato Doom, lanciato un anno e mezzo dopo sempre dalla Activision. A lavorarvi, d’altronde, furono gli stessi sviluppatori di Wolfenstein e in particolare a John Romero e John Carmack di id Software.

Diffusissimo a metà anni ’90 – tanto è vero che provocò interrogazioni e proteste in vari paesi per il suo elevato livello di violenza e di realismo –, è un semplice sparatutto in cui il personaggio principale, che viene scelto dal giocatore su una rosa di cinque possibilità, deve fermare una possibile invasione aliena. Per farlo, deve affrontare, in ambienti spesso claustrofobici, una serie di mostri e cercare la porta d’uscita che conduce al livello successivo.

Acclamato, da varie riviste specializzate, come uno dei giochi più importanti del decennio e dell’intera storia dei videogame, è sicuramente il titolo che ha lanciato il genere. Non è un caso che, per parecchio tempo, per i suoi emuli non si sia parlato tanto di sparatutto, quanto di giochi alla Doom (o Doom clone, in inglese). Tutto questo a dimostrare quanto il gioco della id Software avesse lasciato il segno.

I capitoli della saga

Il successo clamoroso, e per la verità difficilmente quantificabile, del primo capitolo ha portato anche a numerosi seguiti. Nato su MS-DOS ma presto portato su Windows 95, il primo Doom è stato periodicamente adattato e ripubblicato per diverse piattaforme. Già nel 1994 è poi uscito Doom II, seguito l’anno dopo da The Ultimate Doom. Nel 1996 è stata quindi la volta di Final Doom, mentre nel ’97 è arrivato Doom 64.

L’ultimo capitolo finora uscito è Doom, reboot uscito nel 2016. Il gioco ha interrotto un lungo digiuno, visto che Doom 3 era datato addirittura 2004.

 

Half-Life

L’era del 3D e delle grandi trame

Come detto, Doom fu il gioco che più di tutti fondò un nuovo genere videoludico. E la id Software fu la software house che per anni portò avanti l’innovazione in questo settore. Già nel 1996, infatti, la casa texana lanciava Quake, caratterizzato da un nuovo motore grafico che utilizzava un sistema di rendering per la prima volta in vero 3D.

Questo motore, anche se con modifiche importanti, sarebbe stato utilizzato nel 1998 dalla neonata Valve per il suo primo gioco, Half-Life, un esordio tutto sommato niente male per una software house. Half-Life, infatti, ha vari meriti che lo rendono memorabile.

In primo luogo, diede il via a una serie apprezzatissima. Basti dire che anche Half-Life 2, probabilmente, avrebbe meritato un posto in questa cinquina. Più in generale, fece registrare passi in avanti da gigante nella futura evoluzione del genere, da un lato fornendo una trama finalmente elaborata e coinvolgente che veniva dispiegata non tramite filmati ma all’interno del gioco stesso, dall’altro presentando una più complessa intelligenza artificiale degli avversari.

Contro gli alieni e contro l’esercito

Ambientato in una specie di Area 51 nel Nuovo Messico, il gioco ha per protagonista un certo Gordon Freeman, un sopravvissuto a un esperimento che si trova a dover affrontare sia degli alieni provenienti da un altro mondo, sia l’esercito degli Stati Uniti mandato lì per uccidere tutti ed insabbiare la vicenda.

Ben accolto sia dalla stampa specializzata che dal pubblico dei giocatori, ha venduto nel corso degli anni quasi dieci milioni di copie. Questo gli ha permesso di entrare nel Guinness dei Primati come lo sparatutto in prima persona più venduto della storia. Anche perché – come detto – in realtà è difficile quantificare con esattezza il numero di copie distribuite di Doom, rilasciato in origine come shareware.

Ha dato origine a varie espansioni, sequel e perfino dei remake. A quest’ultima schiera appartengono Half-Life: Source, con un diverso motore grafico, e Black Mesa, sviluppato da una quarantina di volontari nel 2012.

 

Halo: Combat Evolved

Il gioco che ha aiutato la Xbox

Lo sviluppo dei videogiochi è ormai un affare talmente complesso (e costoso) che non è raro che una software house impieghi anni per lanciare un suo titolo. Anni in cui l’idea iniziale si evolve, torna su se stessa, si lascia influenzare dai progressi della concorrenza e viene rivista più e più volte.

Così può accadere anche che un gioco annunciato per una certa piattaforma e presentato con certe caratteristiche finisca, all’uscita, per presentarsi in modo completamente diverso e rinnovato. Così è accaduto, ad esempio, al primo celeberrimo capitolo di Halo, Halo: Combat Evolved, destinato a fondare una dinastia nonostante un inizio a dir poco incerto.


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Il gioco fu infatti annunciato per la prima volta nel 1999 al Macworld Expo come un videogioco strategico in tempo reale destinato a Mac Os X. Quando però venne lanciato sul mercato, due anni dopo, si era trasformato in uno sparatutto in prima persona destinato in esclusiva (complice un’acquisizione da parte di Microsoft) alla neonata Xbox.

Soldati geneticamente modificati

Halo è un pianeta artificiale a forma di anello su cui si rifugia il personaggio del giocatore, Master Chief, l’unico sopravvissuto di un progetto di soldati geneticamente modificati (gli Spartan). Questi soldati sono stati creati per contrastare una serie di razze aliene che hanno come missione il completo annientamento della razza umana.

Apprezzatissimo dalla critica, che lo elevò in certi casi a miglior gioco per Xbox di sempre, contribuì notevolmente alle vendite della console di casa Microsoft. E lo fece sia in questa sua prima versione, sia col seguito – Halo 2 – pubblicato nel 2004. Punti di forza erano indubbiamente l’aumentata intelligenza artificiale degli avversari e la modalità multiplayer, ma soprattutto un’ambientazione particolarmente curata e suggestiva.

 

Call of Duty 4: Modern Warfare

Il multiplayer all’ennesima potenza

Finora abbiamo visto tre giochi che, in epoche diverse, hanno in qualche modo rivoluzionato il mondo degli sparatutto in prima persona. La nostra quarta scelta – Call of Duty 4: Modern Warfare – invece a nostro avviso non ha in fondo cambiato nulla nel panorama di questo genere, ma l’ha perfezionato.

Mai prima di questo gioco, infatti, avevamo preso parte a una modalità multiplayer così coinvolgente e appassionante. Mai, d’altro canto, anche nella modalità a giocatore singolo eravamo stati presi da un ambiente così convincente, da una serie di situazioni così emozionanti e adrenaliniche.

Pubblicato da quella stessa Activision che avevamo incontrato all’inizio ma sviluppato dalla californiana Infinity Ward, rappresenta il quarto capitolo di una fortunata serie di sparatutto. Giochi che erano stati ambientati però, fino ad allora, all’epoca della Seconda guerra mondiale.

Con la quarta uscita, sentendo che ormai l’ambientazione rischiava di diventare stantia, negli uffici della software house decisero di rendere più moderne le tecniche di combattimento e le armi. Immaginarono così la lotta tra un esercito composto da ultranazionalisti russi e terroristi islamici e uno formato dai Marines statunitensi e dalle Forze speciali britanniche.

I vantaggi del multiplayer

Il punto forte del gioco, come accennato, sta soprattutto nel multiplayer. Lì si possono personalizzare le armi e acquisire punti esperienza tramite specifiche sfide. E, soprattutto, sperimentare diverse modalità di gioco. Tra queste meritano una menzione la deathmatch a squadre che può essere giocata anche da 64 giocatori, il cerca e distruggi e il tutti contro tutti.

Il successo di questo titolo ha dato origine ad altri due seguiti non di Call of Duty, ma direttamente di Modern Warfare. Sono così usciti nel 2009 Call of Duty: Modern Warfare 2 e nel 2011 Call of Duty: Modern Warfare 3, dopo il quale la serie è stata messa in stand-by per lasciar spazio a Call of Duty: Black Ops e ai suoi seguiti. Nel 2016 è comunque stato lanciato Call of Duty: Infinite Warfare, ambientato però nel futuro.

 

BioShock

Quando filosofia e politica entrano nel mondo dei videogiochi

Qualche tempo fa il nostro sito ha presentato quelli che a nostro avviso erano i migliori videogiochi usciti nel 2013, spaziando dagli acclamati Grand Theft Auto V a The Last of Us, ma passando anche attraverso titoli meno noti ma non per questo meno belli. A chiudere la cinquina, figurava BioShock: Infinite, terzo capitolo di una saga che in realtà è partita nel 2007 e proprio nel primo capitolo, BioShock, secondo me ha toccato il suo punto più alto.

Sviluppato dai tipi di Irrational Games – che tra l’altro ha chiuso i battenti proprio pochi mesi fa – e pubblicato da 2K Games, il gioco ha avuto una lunga lavorazione. Una lavorazione che ha preso avvio da System Shock 2 addirittura del 1999, gioco di cui BioShock è considerato il “sequel spirituale”.

Basato sui romanzi distopici di George Orwell e sulla filosofia individualista della russa Ayn Rand, presenta una trama molto complessa e ricca di risvolti politici e filosofici. Risvolti che comportano riflessioni neppure troppo velate sul capitalismo, l’anarchia e il collettivismo.

Tutto nasce a Rapture, una immensa città sottomarina fatta costruire subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale come un esperimento sociale. Quella realtà presto degenera in una sorta di dittatura, anche per la comparsa di un batterio, Adam, in grado di modificare il patrimonio genetico umano e per questo ambitissimo.

Azione, emozioni e paura

Al di là di queste premesse, però, il gioco rimane uno sparatutto ricco di azione, emozionante e anche a tratti spaventoso, dotato di una grande trama e di una ottima atmosfera. L’elemento più importante, però, è l’ottimo gameplay, migliorato nel corso degli anni nonostante qualche iniziale problema tecnico su PC.

Anche in questo caso, infine, il successo di critica e di pubblico ha fatto sì che gli sviluppatori si mettessero subito all’opera per realizzare dei sequel. Oltre al già citato Infinite, uscito nel 2013, nel 2010 è stato lanciato BioShock 2. I lavori per BioShock 4 sembrano al momento in alto mare visto che lo stesso Ken Levine, capo della Irrational Games, ha spiegato come non sia per nulla certo che sarà il suo team a lavorare a questo sequel.

 

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