Cinque straordinarie canzoni contro la guerra

Una delle frequenti manifestazioni contro la Guerra del Vietnam a cavallo tra gli anni '60 e '70

Tempo fa abbiamo dedicato un articolo alle canzoni di protesta scritte da Bob Dylan. Canzoni che, come ricorderà chi ha letto quell’articolo, riguardavano vari argomenti ma erano quasi tutte state scritte negli anni ’60, all’epoca della cosiddetta contestazione. Una contestazione che in realtà sarebbe uscita dai dischi e sarebbe finita nelle piazze solo nel giro di qualche anno. E non c’è dubbio che Dylan abbia rappresentato, per un’intera generazione, il motore più forte per far sentire la propria voce sulla scena pubblica. Ma non è stato né il primo, né l’unico.

I maggiori interpreti, da Bob Dylan a Jovanotti

Un tema in particolare, dagli anni ’60 ad oggi, ha trovato infatti terreno fertile tra i cantanti di tutto il mondo, ed è quello del pacifismo. Dallo stesso Dylan a Bruce Springsteen, dai Black Sabbath ai Metallica, da Francesco Guccini a Jovanotti, centinaia e centinaia di cantanti di paesi diversi e di stili musicali opposti si sono espressi contro i conflitti armati, mostrandone e denunciandone gli orrori. Ma quali sono le canzoni contro la guerra che hanno lasciato il segno? Noi ne abbiamo scelte cinque.

 

Bob Dylan – Masters of War

da The Freewheelin’ Bob Dylan, 1963

L’abbiamo citato più volte anche in apertura e forse metterlo qui, al primo punto della lista, può sembrare un po’ ridondante. Un elenco di canzoni sulla guerra non può però certo esimersi dal parlare di Bob Dylan, il maestro indiscusso del genere. Tra tutte le sue canzoni, quella che ci sembra centrare maggiormente l’obiettivo – e che è anche la più citata ed amata – è Masters of War. Si tratta di un brano durissimo, contenuto all’interno di The Freewheelin’ Bob Dylan, l’album che nel 1963 fece conoscere il suo autore al grande pubblico. Il testo è una vera coltellata: «Come you masters of war, / you that build all the guns, / you that build the death planes, / you that build the big bombs, / you that hide behind walls, / you that hide behind desks. / I just want you to know / I can see through your masks».


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La prima strofa identifica subito i “signori della guerra”, com’è diventato proverbiale dire, sia nei produttori di bombe, sia in chi decide i conflitti nelle stanze del potere. «Venite signori della guerra, voi che costruite tutte le pistole, voi che costruite gli aerei della morte, voi che costruite le grandi bombe, voi che vi nascondete dietro ai muri, voi che vi nascondete dietro alle scrivanie. Voglio solo che sappiate che posso vedere attraverso le vostre maschere». Il brano, semplice come una ballata ma letale e mortifero nel suo procedere, è stato reinciso ed eseguito dal vivo da moltissimi altri interpreti. Tra questi bisogna citare almeno Pete Seeger, Barry McGuire, Cher, Roger Taylor dei Queen, Eddie Vedder sia da solo che coi Pearl Jam ed Ed Sheeran.

 

Fabrizio De André – La guerra di Piero

da Volume III, 1968 (ma incisa per la prima volta nel 1964)

Se Bob Dylan – che comunque si ispirava a sua volta a Pete Seeger e ad altri classici della musica folk e blues – aveva aperto la strada nei primi anni ’60, sul finire del decennio molti cantanti e molti gruppi iniziarono a seguire il suo esempio. E cioè ad usare la musica per protestare contro le guerre e il militarismo. In Italia il primo ad affrontare il tema in maniera convincente fu Fabrizio De André, cantautore che negli anni ’60 stava raggiungendo la maturità artistica dopo aver tradotto vari pezzi degli chansonnier francesi. D’altro canto, aveva già dedicato alcuni suoi pezzi agli umili e ai diseredati, che ormai sempre di più ricominciavano ad identificarsi coi soldati spediti al fronte. La guerra di Piero fu incisa nel 1964 e, anche se non era la prima canzone dedicata da De André al tema (La ballata dell’eroe risaliva al 1961), era sicuramente la più personale, visto che si basava sui ricordi dello zio di Fabrizio, Francesco, che aveva fatto la campagna d’Albania.


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Il pezzo divenne uno dei più celebri inni dell’antimilitarismo italiano, per la sua capacità di descrivere l’assurdità dei conflitti in cui due uomini uguali ma solo «con la divisa d’un altro colore» sono chiamati ad uccidersi a vicenda. Nonostante tutte queste premesse, il brano non ebbe un particolare successo alla sua uscita, ma fu riscoperto più tardi. A livello di album, infatti, la canzone fu inclusa in Volume III, uscito proprio nel 1968, nel momento giusto perché la canzone (le cui musiche si devono a Vittorio Centanaro) incontrasse il meritato successo.

 

Creedence Clearwater Revival – Fortunate Son

da Willy and the Poor Boys, 1969

Ritorniamo negli Stati Uniti, dove il tema della guerra era molto sentito visto che il paese, dal 1965 al 1975, fu impegnato nel terribile conflitto del Vietnam. Una guerra, quella, che ebbe un impatto devastante sulla percezione comune e sull’opinione pubblica giovanile, come ben sappiamo anche dai film e, appunto, dalle canzoni. Uno dei brani-simbolo di quell’epoca fu senza dubbio Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival, che la band di John Fogerty realizzò nel 1969 come pezzo di traino del terzo lavoro, Willy and the Poor Boys. A quel tempo i quattro di San Francisco erano ancora una band emergente in cerca di conferme, visto che i grandi successi come Have You Ever Seen the Rain? e I Heard It Through the Grapevine sarebbero arrivati solo negli anni successivi.

La canzone era prorompente e acuta sotto tutti i punti di vista. Trascinata da una ritmica tipica del rock degli stati meridionali degli Stati Uniti, Fortunate Son raccontava di tutte quelle persone nate «per sventolare la bandiera», con «gli occhi a stelle e strisce», ma troppo ricche per andare a combattere. Questi venivano contrapposti a tutti i poveracci che non erano «figli di un senatore», «figli fortunati», che invece in guerra ci dovevano andare per davvero. L’ispirazione per un brano che da lì in poi è stato utilizzato perfino per la pubblicità dei jeans venne a Fogerty dal matrimonio tra David Eisenhower e Julie Nixon. Lui era infatti il nipote dell’ex generale della Seconda guerra mondiale ed ex presidente degli Stati Uniti, e lei la figlia di quello che era stato il vicepresidente e che sarebbe presto diventato presidente a sua volta.

 

John Lennon – Imagine

da Imagine, 1971

Concludiamo con due classici celeberrimi, il primo nella scena musicale anglosassone e il secondo in quella italiana. Imagine di John Lennon è infatti la prima canzone che viene in mente quando si pensa a un pezzo che esalti il pacifismo e il sogno di un mondo senza più guerre né, come recita il testo, senza più distinzioni di razza, di sesso o di religione. Scritta da John Lennon subito dopo lo scioglimento dei Beatles, fu prodotta da Phil Spector e inclusa nel secondo album da solista post-scioglimento, intitolato a sua volta Imagine. L’album, tra l’altro, più celebre della produzione di Lennon visto che fu capace di arrivare al numero uno in classifica sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti (oltre che in Italia).


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Il brano – semplice nel testo e nella musica e quindi di facile presa – vagheggiava un mondo in cui tutti i popoli potessero riconoscersi come uno. Il tema, a detta del cantante di Liverpool, non era neppure tanto il pacifismo in senso stretto (che era stato trattato meglio in Give Peace a Chance), ma una società antimaterialistica ed antiedonistica, anche se lui stesso si rendeva conto che certe finezze potevano essere colte solo fino ad un certo punto. Anche qui numerosissime le cover, sia su disco che dal vivo. Tra le più notevoli si possono citare quelle dell’amico Elton John, dei Queen (eseguita dal vivo in un concerto londinese il 9 dicembre 1980, il giorno successivo all’uccisione di Lennon), di Joan Baez, dei Guns N’ Roses, di Neil Young, di Madonna, di Lady Gaga e di Eddie Vedder.

 

Francesco De Gregori – Generale

da De Gregori, 1978

Concludiamo con Francesco De Gregori e con la sua Generale. Una canzone uscita quasi fuori tempo massimo, visto che è datata 1978, in un momento in cui la Guerra del Vietnam era ormai conclusa e i vari venti di guerra, almeno nel mondo occidentale, sembravano sopirsi. Ma la situazione, in Italia, non era del tutto pacifica. Il ’68 aveva portato la contestazione e il pacifismo, ma nelle sue frange più estreme – a destra e a sinistra – aveva fatto nascere anche derive violente. Erano gli anni della strategia della tensione e delle Brigate Rosse, in una lotta che proprio in quegli anni stava insanguinando la scena politica e sociale italiana, con attentati, rapimenti ed uccisioni.

La canzone di De Gregori in realtà prendeva spunto dall’esperienza del cantautore romano durante il servizio militare prestato tra gli alpini della Val Venosta, in Alto Adige. Questo, infatti, spiega anche i riferimenti, nel testo, alla «notte crucca e assassina», visto che quelle terre erano a loro volta martoriate da attentati, ma di stampo autonomista. Generale, però, ha una valenza universale, e proprio questo è stato negli anni il segreto del suo successo. Parlando di donne che hanno perso i figli in guerra e di generali che non sanno rassegnarsi all’arrivo della pace, racconta le aspirazioni dei soldati e della popolazione civile nei confronti di una vita tranquilla in cui si possa badare non a sopravvivere ma alle gioie dell’esistenza, siano esse i bambini che non vogliono andare a dormire o i funghi raccolti nel bosco. La canzone è stata riproposta varie volte dal vivo anche da Vasco Rossi.

 

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