Vent’anni ormai abbondanti di carriera, quattro o cinque dei quali disconosciuti. Una serie di album che, un po’ alla volta e non senza fatica, hanno scalato le classifiche italiane, fino a giungere alla prima posizione con Museica del 2014, attualmente l’ultimo lavoro. Una presenza scenica che pochi, in Italia, possono vantare, e un seguito conseguente. Tutto questo è Caparezza, al secolo Michele Salvemini.

Il rapper pugliese, infatti, ha cominciato a farsi conoscere nel mondo musicale attorno alla metà degli anni ’90, con un look e un nome però completamente diversi da quelli usati oggi. All’epoca si faceva chiamare Mikimix e componeva canzoni molto più convenzionali, attraverso le quali la sua casa discografica tentò più volte di farlo notare sul palco di Sanremo. Uscirono due album, Tengo duro e La mia buona stella, ma il successo non arrivò.


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Così, tra il 1999 e il 2000, Salvemini reinventò se stesso. Libero dal contratto con le major, assunse un nuovo stile e cercò una voce più autentica, che parlasse di cose diverse. ?!, del 2000, segnò la svolta, a cui seguì Verità supposte, primo straordinario successo trainato da Fuori dal tunnel. Da lì, la strada è stata in un certo senso in discesa: ormai noto al grande pubblico, Caparezza ha potuto sfoderare i suoi versi e conquistarsi palcoscenici sempre più importanti. Ripercorriamo questa carriera tramite le cinque canzoni a nostro modo di vedere più belle.

 

Vengo dalla Luna

da Verità supposte (2003)

Come detto, il disco del decollo fu Verità supposte, che conteneva un brano come Fuori dal tunnel, che spopolò sulle radio e pure in TV. Paradossalmente, ci sarebbe da dire: perché quel testo conteneva una forte critica proprio contro l’intrattenimento televisivo. Ma in quel disco a noi piace particolarmente Vengo dalla Luna, un brano che fu scelto anche come quarto singolo.

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La canzone, cantata assieme a Diego Perrone, si incentra sul tema del razzismo, usando come narratore un ipotetico visitatore extraterrestre. La chiave di interpretazione del testo è però lampante: «”Torna al tuo paese, sei diverso!” – Impossibile, vengo dall’universo, la rotta ho perso». Oppure: «Io non sono nero, io non sono bianco, io non sono attivo, io non sono stanco. Io non provengo da nazione alcuna. Io, sì, io vengo dalla Luna. Io non sono sano, io non sono pazzo, io non sono vero, io non sono falso. Io non ti porto jella né fortuna. Io, sì, ti porto sulla Luna, io vengo dalla Luna…».

 

La mia parte intollerante

da Habemus Capa (2006)

Tre anni dopo, nel 2006, Caparezza fece il bis con Habemus Capa. Un disco che arrivò per la seconda volta consecutiva fino alla posizione numero 5 della classifica nazionale, e che approfondiva i temi già lanciati nel precedente. Qui Caparezza si faceva ancora più sincero su se stesso, come il titolo dell’album lasciava intuire, e si esponeva ancora di più politicamente, attaccando in maniera non velata alcune forze e partiti.

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La mia parte intollerante, primo singolo estratto, appartiene al primo filone, quello personale. «Terza B di un I.T.C. – comincia la canzone, ricordando le superiori a Ragioneria di Michele Salvemini –. Una classe di classici figli di. Ho dubbi amletici tipici dei 16: essere o non essere patetici. Eh si, ho gli occhiali spessi, vedessi… amici che spesso mi chiamano Nessy». Tra bullismo e professori, la canzone prosegue tra tristi ricordi di un’adolescenza da escluso, dovuta all’incapacità di conformarsi. Una canzone in cui si sono riconosciuti molti dei fan del rapper.

 

Vieni a ballare in Puglia

da Le dimensioni del mio caos (2008)

Le dimensioni del mio caos, l’album del 2008, è sicuramente uno dei più belli della produzione del cantante pugliese. Basti dire che, se avessimo voluto, avremmo potuto monopolizzare la cinquina coi brani di quest’album. Alla fine ne abbiamo scelti solo due, Vieni a ballare in Puglia e Eroe, ma almeno Abiura di me è stato in bilico fino all’ultimo minuto per rientrarvi.


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La prima delle canzoni citate è un ottimo esempio di come lo stile di Caparezza si sia evoluto nel tempo. Accompagnato da una musica che mescola sapientemente vari generi – dal folkloristico al rap –, il testo descrive in chiave ironica le grandi tragedie della terra d’origine di Salvemini, dall’inquinamento allo sfruttamento. Molto bello anche il videoclip diretto da Riccardo Struchil, già altre volte al lavoro con Caparezza, in cui compare Al Bano che canta: «I delfini vanno a ballare sulle spiagge, gli elefanti vanno a ballare ai cimiteri sconosciuti, le nuvole vanno a ballare all’orizzonte, i treni vanno a ballare nei musei a pagamento». Segno che “ballare”, nella canzone, significa “morire”.

 

Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche)

da Le dimensioni del mio caos (2008)

Come anticipato, la seconda canzone che abbiamo scelto da Le dimensioni del mio caos è Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche). Qui Caparezza descrive la vita di un uomo comune che si barcamena tra un lavoro umiliante, una famiglia da mantenere e la tentazione del videopoker e di altre scorciatoie, descrivendosi però, non senza ironia, come un eroe.

Anche in questo caso, oltre alla canzone che ha anche un ritmo trascinante, bisogna rendere omaggio pure al videoclip. Dietro alla macchina da presa c’è anche qui Struchil, che fa del cantante un eroe di cartone che tenta di impiccarsi ma che con quella stessa corda riesce a spostare i camion. «Sono un eroe – recita il ritornello –, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione. […] Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere. Sono un eroe e te lo faccio vedere. Ti mostrerò cosa so fare col mio super potere».

 

Non siete Stato voi

da Il sogno eretico (2011)

Concludiamo con un brano del 2011, uno dei più politici della carriera di Caparezza. All’interno de Il sogno eretico, infatti, alla traccia numero 14 si trova una canzone che non fu scelta come singolo: Non siete Stato voi. Con uno dei soliti giochi di parole tramite cui il rapper ama veicolare le sue idee, si elencano una serie di mancanze dello Stato italiano, che non dovrebbero essere proprie delle istituzioni.

Dai politici agli scandali che hanno coinvolto le forze dell’ordine, da chi fa propaganda sulla pelle dei migranti a chi fa le leggi a proprio uso e consumo, i bersagli individuati dalla canzone di Caparezza sono molti. Particolarmente forti, in questo senso, gli ultimi versi: «Non siete Stato voi, servi, che avete noleggiato costumi da sovrani con soldi immeritati. Siete voi confratelli di una loggia che poggia sul valore dei privilegiati, come voi che i mafiosi li chiamate eroi e che il corrotto lo chiamate pio. E ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato fissa il magistrato e poi giura
su Dio: “Non sono stato io”».

 

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